il rischio

Web tax, perché la ‘versione’ del Senato danneggia le startup italiane

La norma nella Legge di Bilancio in Senato non piace a diversi parlamentari del PD e neanche a Netcomm, il Consorzio del Commercio Elettronico Italiano: ‘Effetti negativi per molte aziende italiane di nuova o recente costituzione come le startup, perché la base imponibile sono i ricavi e non il reddito’.

di Luigi Garofalo | @LuigiGarofalo |

Il Parlamento entro Natale approverà la web tax. Sarà una legge nazionale, un unicum nell’Unione europea in attesa di una mossa di Bruxelles. Ma la norma per come è stata concepita e poi votata dal Senato (ora al vaglio della Camera) non piace a tutti perché rischia di essere un autogol per l’Italia, in particolare per le aziende italiane: “Si rischiano ripercussioni negative e squilibri per molte aziende nostrane di nuova o recente costituzione come le start-up, poiché la base imponibile della web tax sono i ricavi e non il reddito”, questo è allarme lanciato da Roberto Liscia, Presidente di Netcomm, il Consorzio del Commercio Elettronico Italiano.

Perché cosa prevede la tassazione per le imprese del settore del digitale nella versione presentata dal senatore Massimo Mucchetti (PD) e poi votata da Palazzo Madama?

Sono stati riscritti i criteri per determinare l’esistenza di una “stabile organizzazione” tassabile nel territorio dello Stato, per alleviare il nesso tra presenza fisica di un’attività nel territorio dello Stato e assoggettabilità alla normativa fiscale. È poi istituita, dal 2019, un’imposta sulle transazioni digitali relative a prestazioni di servizi effettuate tramite mezzi elettronici, con aliquota del 6% sull’ammontare dei corrispettivi relativi alle prestazioni medesime (commi 578-597). Imprese agricole, i soggetti che hanno aderito al regime forfettario e i cosiddetti “minimi”, sono infatti queste le categorie escluse a priori dall’obbligo di pagare l’imposta.

 

L’imposta pari al 6 per cento, che sarà calcolata sui ricavi, e non il reddito, derivanti dall’erogazione di servizi digitali (quali, per esempio, la vendita di spazi pubblicitari, servizi di cloud computing, ebook, ecc.) andrà incidere significativamente sull’economia delle imprese italiane di nuova o recente costituzione, si pensi ad esempio alle start-up.

“In secondo luogo”, ha aggiunto il presidente di Netcomm, “i provider di servizi digitali italiani subiranno di fatto un ulteriore inasprimento del prelievo fiscale complessivo già piuttosto gravoso in Italia; a tale riguardo si osserva che il meccanismo del credito d’imposta previsto per mitigare l’inasprimento del prelievo fiscale potrà essere d’aiuto solo in determinati casi poiché essendo utilizzabile solo in compensazione, esclude dal beneficio, nuovamente, tutte le realtà che faticano ad avviare o mantenere con un bilancio attivo della propria azienda e sappiamo tutti che, purtroppo, questa è una situazione comune nel nostro Paese”.

 

Ecco, dunque, la proposta di modifica di Netcomm:

un ridimensionamento della portata applicativa della web tax escludendo le imprese italiane e le stabili organizzazioni di imprese estere in Italia dall’ambito di applicazione del tributo, essendo quest’ultime già soggette a imposizione sui redditi globali in Italia. Inoltre, non da ultimo, l’iniziativa legislativa dovrebbe essere armonizzata con altre allo studio in alcuni Stati dell’Unione Europea; vi è infatti il concreto rischio per il nostro Paese di aumentare il divario di competitività rispetto agli altri Stati europei.

 

L’emendamento Mucchetti non piace a tutti, neanche nel PD

La norma così come è stata scritta non piace neanche a tutti i parlamentari del PD a partire da Francesco Boccia, fautore della web tax dal 2013 quando la Commissione Bilancio della Camera, da lui presieduta, l’approvò, per poi essere bocciata da Matteo Renzi, da poco segretario del Partito Democratico. Anche Boccia teme il rischio di vedere applicata la cedolare del 6% anche ai prodotti targati made in Italy venduti all’estero, in questo modo si andrebbe a snaturare una tassa pensata esclusivamente per i giganti del web e non per far pagare le tasse e a chi già le paga in Italia. Infatti dopo queste critiche è stato pensato un credito d’imposta per non penalizzare le imprese italiane e quelle residenti nel territorio dello Stato. Così entra in gioco il credito d’imposta pari all’imposta digitale versata sulle transazioni digitali.

Più duro nei confronti del testo scritto dal senatore Mucchetti e approvato dalla Commissione Bilancio del Senato è stato Sergio Boccadutri (PD) responsabile Innovazione del partito. Su Twitter ha scritto diversi tweet: Il testo 3 della #webtax di Mucchetti è un pasticcio senza eguali. Non scalfisce OverTheTop mentre aumenta costi per clienti finali (e forse anche quelli di chi non usa servizi digitali).

Qui Boccadutri ha messo in evidenza gli effetti negativi della norma sulle piccole e medie imprese italiane: “E poi ancora #Webtax approvata riduce margini di pmi italiane che usano market place stranieri per vendere loro prodotti. Ma studiare come funziona #ecommerce prima no, eh?”

La discussione alla Camera sarà di sicuro accesa sulla web tax, si spera non sulla necessità di approvarla, ma nell’individuare il giusto perimetro per evitare di danneggiare le imprese italiane, che già pagano le tasse, e, invece, farle pagare solo agli Over the Top che in questi anni hanno eluso il Fisco a causa di un vuoto normativo sull’economia digitale. Solo per fare un esempio, tratto dalla nostra infografica sulla web tax, nel 2016 nel nostro Paese, Facebook, Amazon, Apple, Airbnb, Tripadvisor e Twitter hanno in totale pagato imposte sul reddito della sola Piaggio.

 

 

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