Dibattito

Tim, la separazione della rete non risolve i nodi delle Tlc italiane

L’annuncio della separazione della rete Tim, che resta controllata al 100%, non risolve nessuno dei nodi che negli ultimi due anni hanno accompagnato il dibattito sullo scorporo.

di Paolo Anastasio | @PaoloAnastasio1 |

L’annuncio della societarizzazione della rete Tim, che resta controllata al 100%, non risolve nessuno dei nodi che negli ultimi due anni hanno accompagnato il dibattito sullo scorporo. Uno fra tutti, il mantenimento da parte dell’incumbent del doppio ruolo di operatore verticalmente integrato di servizi Retail e Wholesale. Un altro, la mancata apertura a nuovi potenziali investitori. L’iter formale del progetto è partito, anche se restano diversi interrogativi sui reali vantaggi dell’operazione per il mercato italiano delle Tlc.

Gioco d’anticipo

Il Cda di Tim (che ha approvato anche il Piano strategico 2018-2020) gioca d’anticipo e a due giorni dalle elezioni, in attesa di un nuovo Governo, conferisce all’amministratore delegato Amos Genish il mandato di avviare il piano di separazione legale della rete, che sarà controllata al 100% da Tim. Genish avvierà così l’iter formale per la notifica del progetto di separazione volontaria della rete di accesso fissa ad Agcom. Sul fronte del golden power, l’annuncio odierno di Tim è frutto del negoziato dell’amministratore delegato Amos Genish con il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Ma come si porrà il nuovo Governo di fronte allo scorporo e all’esercizio del golden power?

 

Tempistica?

La tempistica per la creazione della Netco non è definita, ma ci vorrà almeno un anno prima che l’operazione possa concretizzarsi secondo le procedure e le tempistiche previste dal Codice per le Comunicazioni Elettroniche”.

Tempi lunghi per un progetto che, si legge nella nota aziendale, “prevede la creazione di un’entità legale separata (Netco) controllata al 100% da TIM, proprietaria della rete di accesso (dalla centrale alla casa dei clienti) e di tutta l’infrastruttura (edifici, apparati elettronici e sistemi IT) e dotata del personale necessario per fornire servizi all’ingrosso in maniera indipendente”.

Il progetto, secondo Tim, rappresenta “una svolta epocale” e darà vita “al modello di separazione della rete più avanzato d’Europa, creando un punto di accesso ‘one-stop-shop’ per i servizi wholesale regolati e non regolati per tutti gli operatori, inclusa TIM, secondo un modello interamente neutrale a garanzia dell’assoluta parità di trattamento”.

 

Quali vantaggi?

Di fatto, è davvero troppo presto per immaginare quali vantaggi concreti potrebbe portare la societarizzazione della rete al mercato italiano delle telecomunicazioni, che soprattutto sul fisso sconta notevoli ritardi di copertura in fibra e soffre di un’altissima conflittualità fra i player, oltre al fatto non secondario che la parità di accesso alla rete è già garantita dall’Organo di Vigilanza sulla parità di accesso alla rete Tim.

Resta da capire in che modo una Netco, controllata al 100% da Tim, possa favorire lo sviluppo del mercato della banda ultralarga senza l’ingresso di nuovi soggetti investitori nell’azionariato, che al momento non solo non è ipotizzato da Tim, ma non sembra nemmeno in agenda di soggetti potenzialmente papabili, in primis il concorrente Open Fiber.

Un altro punto oscuro è l’arrivo proprio in questa fase sulla scena delle Tlc italiane di Elliott Management, che ha acquisito il 6% di Tim in ottica di lungo periodo e vorrebbe presentare un piano alternativo a quello di Vivendi.

Chi c’è dietro al fondo americano, che in passato ha finanziato l’acquisizione del Milan?

 

Risorse?

E’ vero che lo scorporo della rete è la prima mossa propedeutica per un’eventuale Ipo della Netco in Borsa, sulla falsariga di quanto già fatto con la società delle torri Inwit. ma al momento la quotazione non rientra negli obiettivi del Cda di Tim.

La Netco avrà le risorse per mantenere una altissima qualità della rete e sostenere il Paese nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea 2025 sulla banda ultralarga – si legge nella nota Tim – L’iniziativa darà un contributo significativo al processo di digitalizzazione dell’Italia, contribuendo all’evoluzione dell’attuale quadro regolatorio”.

Per ora quindi non si conosce la dotazione finanziaria della Netco.

Gli investimenti per la banda ultralarga saranno superiori a quelli attuali?

Tim dichiara che la creazione della Netco manterrà invariato il perimetro del Gruppo, “ed avverrà in conformità e nel rispetto della disciplina del Golden Power”.

Una garanzia, quella del mantenimento del perimetro aziendale, che andrà incrociata con il piano di 6.500 esuberi e 2mila nuove assunzioni annunciato dal gruppo.

 

Ma la strada è in salita

Come già scritto dal direttore di Key4biz Raffaele Barberio, sul fronte regolamentare lo scorporo dovrebbe portare ad una maggior regolamentazione di Tim, per aumentare il grado di concorrenza e promuovere maggiori investimenti in nuove infrastrutture di rete, per le quali l’Italia resta in coda rispetto all’Europa che conta.

 

Netco: Cda indipendente

Alla nuova società Netco servirebbe un Cda totalmente indipendente dai membri di Tim e Vivendi. Resta poi da definire chi dovrebbe nominare i consiglieri indipendenti, per garantire la loro completa indipendenza rispetto al Board di Tim e Vivendi.

Il Cda di Netco dovrà potersi muovere in completa autonomia per quanto riguarda le strategie d’investimento. Se Tim procede allo scorporo, lo fa anche perché finora gli investimenti non sono stati sufficienti e oggi l’Italia deve correre per centrare gli obiettivi di copertura a banda ultralarga fissati dall’Europa anche in vista del lancio del 5G.

 

Separazione legale

La costituzione di una società separata non è sufficiente. Bisognerà creare un brand separato, head quarter e sedi separate, sistemi informativi separati per garantire l’indipendenza anche sul fronte delle strategie commerciali fra la casa madre e Netco.

Infine, Netco non può e non deve diventare la bad company di Tim. Non bisogna trasferire un numero sproporzionato di dipendenti nella nuova entità, per quanto gli addetti che a diverso titolo lavorano sulla rete sono circa 20mila su un totale di 50mila. Allo stesso modo, bisogna evitare che le casse di Netco vengano da subito appesantite da una quota troppo elevata di debito che in questo modo rischierebbero di pesare sulla concorrenza e sui consumatori finali.

Infine, visto che il primo cliente di Netco sarà Tim, si dovrebbero prevedere obblighi e procedure precise di non discriminazione (come nel caso di Open Reach nel Regno Unito) nonché un monitoraggio costante da parte di Agcom.

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