Il caso

Google, chiusa l’indagine della Procura ma ancora aperto il contenzioso amministrativo

Possibile rinvio a giudizio per i 5 manager di Google indagati per omessa dichiarazione di 98,2 milioni di imponibile Ires. Resta ora da chiudere il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate.

di Raffaella Natale | @RaffaNatale |
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La Procura di Milano presenta il conto a Google. Mentre sono ancora in corso le trattative con l’Agenzia delle Entrate dopo che la Guardia di Finanza, a fine gennaio, ha notificato all’azienda un verbale di accertamento per una presunta evasione da 227 milioni di euro, il pool capeggiato dal Pm Isidoro Palma chiude le indagini sostenendo che il gruppo tra il 2009 e il 2013 non avrebbe pagato 98,2 milioni di euro di imponibile Ires (Imposta sul reddito della società).

Si prospetta quindi il possibile rinvio a giudizio per ‘omessa dichiarazione dei redditi’ per i cinque manager indagati che lavorano o lavoravano nella sede italiana e irlandese della compagnia: John Thomas Herlihy, Graham Law, Ronan Aubyn Harris, e anche l’ex e attuale presidente di Google Italy John Kent Walker jr e Daniel Lawrence Martinelli.

La contestazione penale è quindi inferiore rispetto a quella emersa dall’accertamento della GdF in quanto non sono state considerate contestabili penalmente l’evasione ai fini Irap e quella sulla ritenuta d’acconto.

 

Il sistema di ottimizzazione fiscale

 

Più precisamente, secondo la Procura, Google non avrebbe dichiarato ai fini dell’Ires redditi imponibili pari a: 13,6 milioni per il 2009, 14,28 milioni per il 2010, 18,8 milioni per il 2011, 26,5 milioni per il 2012 e 25 milioni per il 2013.

Il sistema utilizzato da Google per sottrarsi al pagamento delle imposte, si legge nell’avviso di chiusura indagini, è quello di sempre, che gli ha permesso di bypassare il fisco anche in Francia, che reclama 1,6 miliardi di tasse, o in Gran Bretagna dove ha raggiunto un accordo molto favorevole col governo impegnandosi a pagare solo 172 milioni di euro e sollevando la protesta del Partito Laburista al punto che anche l’Antitrust Ue sta indagando.

Così come per gli altri Paesi anche nel nostro, il mancato versamento sarebbe stato possibile “trasformando i ricavi realizzati in Italia tramite la stabile organizzazione occulta di Google Ireland in royalties soggette a tassazione in un Paese a fiscalità privilegiata”.

Non a caso l’Irlanda è finita sotto la lente della Ue per gli accordi di ruling con Apple e presto dovrebbe essere presa una decisione col rischio di una maximulta per il gruppo di Cupertino.

Gli aggressivi sistemi di ottimizzazione fiscale delle multinazionali non sono sconosciuti alla Commissione europea che da tempo ha lanciato un’offensiva.

Dopo la presentazione del piano antievasione a fine gennaio, è arrivata un’ulteriore stretta. Stando ad alcune fonti interne, la Ue ad aprile potrebbe presentare nuove misure che costringerebbero le multinazionali a rendere completamente trasparenti i propri bilanci.

 

 

I soldi di Google tra Italia, Irlanda, Paesi Bassi e Bermuda

 

Tornando a Google Italia, secondo la Procura, “formalmente avrebbe dovuto assumere il ruolo di mero consulente di Google Ireland, nell’analisi di mercato e nella ricerca di potenziali clienti”. In realtà, sostiene l’accusa, la costruzione contrattuale era fittizia, perché la sede irlandese, inglobava i ricavi provenienti dall’Italia, agevolandosi così di un’imposizione fiscale molto più favorevole: 27,5% da noi contro il 12,5% dell’Irlanda.

C’è poi da considerare un ulteriore passaggio, quello dei denari verso la holding olandese, società priva di dipendenti e struttura organizzativa, la quale versava a sua volta le royalties a una sede alle Bermuda registrata in Irlanda col nome di Google Ireland Holdings.

Con questo sistema, noto come ‘double irish’ o ‘sandwich olandese’, secondo gli inquirenti, Google ha nascosto al fisco la “stabile organizzazione” presente in Italia che gli ha permesso di incassare ricavi per oltre un miliardo e 190 milioni di euro.

La GdF ha, infatti, accertato che Google Italy aveva dipendenti e dirigenti propri anche esaminando le email trovate nei server aziendali.

Nell’ultima visita in Europa, il Ceo di Google, Sundar Pichai, ha dichiarato: “Siamo un gruppo mondiale e rispettiamo le leggi fiscali in tutto il mondo e lo facciamo in ogni Paese”.

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