Cloud e copia privata: arriva il compenso sulla memoria online e salgono i costi per gli utenti
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli aggiorna il cosiddetto “compenso per copia privata”, cioè l’equa remunerazione riconosciuta ad autori, artisti e produttori per le copie private di musica e video che ciascuno di noi realizza sui propri dispositivi.
Non si tratta propriamente di una nuova tassa, ma di un meccanismo previsto dalla legge sul diritto d’autore (legge 633 del 1941) che consente ai cittadini di fare copie per uso personale di opere legittimamente acquistate — ad esempio trasferire musica su uno smartphone o salvare un film su un hard disk — riconoscendo però un indennizzo ai titolari dei diritti.
Rispetto al precedente decreto del 2020, quello firmato dal ministro, di cui abbiamo preso visione, ora pronto per la bollinatura e la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, introduce aumenti significativi e per la prima volta disciplina anche il cloud, introducendo voci del tipo “memoria in cloud” o “spazio di memorizzazione in cloud”.
E come spesso accade in questi casi, il costo finirà per riflettersi sui prezzi pagati dai consumatori all’acquisto di dispositivi per connettersi ad internet e di servizi digitali, come il cloud.
Perché si paga il compenso per copia privata
La copia privata è un’eccezione al diritto esclusivo dell’autore: la legge permette al singolo di riprodurre per sé un contenuto protetto, senza chiedere ogni volta un’autorizzazione. In cambio, il legislatore europeo e italiano ha previsto un “equo compenso” a carico di chi produce o importa dispositivi e supporti idonei alla registrazione (smartphone, tablet, hard disk, chiavette USB, ecc.).
Formalmente il pagamento è a carico di produttori e importatori. Nella pratica, però, questi soggetti trasferiscono il costo lungo la filiera commerciale, fino al consumatore finale.
Potenziali aumenti ‘sensibili’ sulle fasce alte
Il decreto aggiorna le tariffe applicando la rivalutazione ISTAT (indice FOI) per il periodo 2021-2024. Questo comporta un aumento medio di circa il 21% su dispositivi come PC e chiavette USB.
Ma l’incremento più rilevante riguarda le memorie di grande capacità: vengono introdotte nuove fasce oltre i 2 terabyte per smartphone e tablet, con rincari che, secondo la bozza e sempre rispetto al 2020 2020 (DM Franceschini II, rivalutando le tariffe con l’indice ISTAT FOI dal 2021-2024 e introducendo innovazioni strutturali), arrivano fino al 75% nelle categorie più alte.
Tradotto in termini concreti: un tablet con memoria superiore a 2 TB potrebbe costare fino a 9,69 euro in più solo per effetto del compenso per copia privata. Una cifra che può sembrare modesta sul singolo acquisto, ma che incide su larga scala in un mercato dove milioni di dispositivi vengono venduti ogni anno.
Il cloud entra nel sistema dell’equo compenso
La parte più innovativa — e anche più discussa — è l’introduzione del compenso per lo spazio di archiviazione in cloud.
Finora il sistema riguardava solo dispositivi fisici. Ora, sulla scia della giurisprudenza europea (in particolare la sentenza della Corte di giustizia UE C-433/20), il decreto estende il meccanismo anche alla memoria “remota”.
Il compenso previsto è fino a un massimo di 2,40 euro al mese per utente attivo.
Le imprese che offrono servizi cloud dovranno presentare una dichiarazione trimestrale indicando:
- il numero di utenti attivi rilevati l’ultimo giorno di ciascun mese;
- la capacità di memoria messa a disposizione.
La logica del legislatore è chiara: il cloud consente una capacità potenzialmente illimitata di archiviazione e quindi di copie private. Anche se i server appartengono a terzi, restano “supporti” idonei alla riproduzione.
Chi è esente e cosa cambia per le aziende
Il decreto rafforza il sistema delle esenzioni, in particolare per l’uso professionale.
Le imprese potranno autocertificare l’uso esclusivamente aziendale del cloud, con procedure online dedicate e documentazione tecnica dettagliata. La richiesta dovrà essere presentata entro 120 giorni.
I rimborsi inferiori a 5 euro non verranno più erogati.
Per le aziende che utilizzano il cloud solo per finalità operative (backup dati, documenti interni, software), l’esenzione è quindi possibile. Ma resta l’onere burocratico della dimostrazione.
Non è una tassa su dispositivi e cloud, ma il consumatore comunque paga
Dal punto di vista giuridico, il compenso per copia privata non è una tassa. Non finanzia la fiscalità generale, ma viene redistribuito:
- per il 90% agli autori e ai produttori titolari dei diritti;
- per il 10% al Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS).
Tuttavia, nella percezione di molti consumatori, il risultato non cambia: il prezzo dei dispositivi aumenta.
Produttori e associazioni tech parlano apertamente di rincari che finiranno inevitabilmente sul prezzo finale di smartphone, tablet e servizi cloud. Le associazioni dei consumatori temono di essere di fronte alla solita “tassa occulta”.
Dall’altra parte, le organizzazioni degli autori ricordano che si tratta di un meccanismo europeo consolidato e necessario per compensare un pregiudizio economico reale derivante dalle copie private.
E nel resto d’Europa?
L’Italia non è sola in questa direzione. La Francia e l’Olanda hanno già regolamentato il cloud nell’ambito della copia privata, mentre la Germania sta discutendo l’introduzione di meccanismi analoghi.
Il testo, frutto di consultazioni con il Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore (CCPDA), SIAE, Confindustria Cultura e grandi operatori tecnologici, cerca di bilanciare tutela della creatività e innovazione digitale, ma certo potrebbe avere un impatto negativo sui consumatori, che si percepiscono come ultimo anello di una catena di ‘scarica costi’, di cui bisogna tener conto.
