La Relazione

Agcom, Relazione 2018 ‘Ricavi Comunicazioni a 54 miliardi, Tlc crescono dell’1% a 32 miliardi’

Presentata dal Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Angelo Marcello Cardani, la Relazione annuale 2018 sull’attività svolta e sui programmi di lavoro. Ecco i nuovi dati relativi ai settori media, tlc, internet ed editoria, con un occhio a infrastrutture, copyright e le principali minacce del cyberspazio.

di Flavio Fabbri | @FabbriFlav2 |

In Italia il panorama della televisione è in continua evoluzione. Se da un lato tiene e anche bene il piccolo schermo più tradizionale, dall’altra si fanno avanti i nuovi modelli di consumo dei contenuti televisivi, come la tv in streaming e in download.

 

Nella Relazione annuale 2018 sull’attività svolta e sui programmi di lavoro” presentata oggi alla Camera dei Deputati dal Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), Angelo Marcello Cardani, si evidenzia che il 2017 è stato “l’anno della definitiva consacrazione della ‘televisione liquida’, con una stima di circa 3 milioni di cittadini che guardano abitualmente la tv in streaming e in numero 3/4 volte superiore che scaricano abitualmente contenuti televisivi sui propri device”.

 

A supporto di questi dati c’è la crescita del numero di operatori che offrono servizi e contenuti audiovisivi a pagamento di una certa qualità (film, serie tv, eventi sportivi) esclusivamente su internet, fruibili in streaming o in download.

Fra questi, abbiamo Netflix, con 125 milioni di sottoscrittori a livello mondiale, di cui diversi in Italia dove è presente fin dall’ottobre 2015, e Amazon, che nei primi mesi del 2017 ha fatto il proprio ingresso nell’offerta di contenuti audiovisivi a pagamento con il servizio Amazon Prime Video.

 

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In quest’ambito, “i primi tre operatori che detengono nel 2017 circa il 90% delle risorse complessive”. In linea generale, al primo posto si colloca 21st Century Fox/Sky Italia, con una quota del 33% (in crescita di 1 punto); segue il gruppo Rai, con oltre il 28%, pur in contrazione (-1,5 punti rispetto al 2016), chiude al terzo posto, con un peso pari al 28% (sostanzialmente invariato), il gruppo Fininvest/ Mediaset.

 

Considerando il lato offerta, i processi di digitalizzazione delle piattaforme terrestri e satellitari, e più recentemente la diffusione delle reti a banda larga e ultralarga, “hanno favorito l’entrata di nuovi importanti competitori nazionali e internazionali nell’offerta di servizi televisivi, sia gratuiti sia a pagamento“.

Dal lato della domanda, invece, “si è assistito a un’evoluzione dei modelli di consumo dei contenuti audiovisivi sempre meno vincolati al palinsesto e caratterizzati da un maggior grado di personalizzazione, nonché un’accresciuta disponibilità a pagare a fronte del progressivo ampliamento dell’offerta dei canali nel tempo fruibili, soprattutto a livello di singolo contenuto, a condizioni economiche sempre più accessibili”.

 

Riguardo le infrastrutture per la banda ultralarga in Italia, Cardani ha fatto presente che “pur in un contesto di chiaroscuri che mantengono l’Italia in una posizione piuttosto arretrata rispetto alla media “UE7”, il Rapporto Desi 2018 dà conto di dinamiche positive in particolare con riguardo alla concorrenzialità dei mercati e ai progressi nella diffusione delle infrastrutture a larga e larghissima banda in Italia”.

In particolare – ha proseguito il Presidente dell’Autorità – il miglioramento delle prestazioni in termini di copertura delle reti NGA è netto ed ha portato l’Italia, in un solo anno, dal 23esimo posto nel 2016 al 13esimo nel 2017 nella classifica degli Stati membri“.

Il numero totale di servizi all’ingrosso NGA “è aumentato dell’80% in un anno e la copertura nel 2017 ha raggiunto l’87% delle famiglie, attestando così l’Italia al di sopra della media Ue (80%)”.

Per quanto riguarda le aree rurali, “i dati di copertura Nga sono positivi in termini relativi (+23% rispetto al 2016), ma ancora insufficienti in termini assoluti, poiche’ la copertura del 39% e’ al di sotto della media Ue (47%)”.

 

Il settore delle comunicazioni ha chiuso il 2017 con una crescita dei ricavi dell’1,2% sull’anno precedente, a 54,2 miliardi di euro.

Segno negativo per il settore media, il cui fatturato è sceso dello 0,9% a 14,6 miliardi. Crescono di più di tutti i ricavi dei servizi postali, in aumento del 6,6% a 7,4 miliardi, ma “l’aumento della raccolta pubblicitaria è dovuto esclusivamente all’online, che cresce ancora a due cifre e vale ora 2,2 miliardi (la raccolta pubblicitaria di quotidiani, periodici e radio assieme non arriva a 1,9 miliardi), mentre quasi tutti i mezzi tradizionali registrano un andamento negativo. La televisione perde un 2% di ricavi, ma con una significativa differenza tendenziale tra tv free (-3,5%) e tv pay (-0,2%)“.

Nel solo ambito delle telecomunicazioni il fatturato è salito a oltre 32 miliardi di euro, con un incremento dello 0,9% su base annua. Sempre in questo segmento, sul fronte degli investimenti, come ha sottolineato Cardani, “torna il segno positivo degli investimenti infrastrutturali (+1,6%), grazie al trend di ripresa degli investimenti sulla rete fissa che compensa la fisiologica decrescita di quelli sulla rete mobile dopo i balzi in avanti degli anni passati. Detti investimenti ammontano nel complesso a 7 miliardi di euro in valore assoluto“.

 

TIM risulta essere in pole position, tra i principali operatori di telecomunicazioni, riguardo alla distribuzione della spesa per servizi di rete fissa e mobile delle famiglie e delle imprese tra i principali operatori. Il suo peso aumenta, di un punto percentuale, al 44,8%, mentre Wind Tre perde 1,1 punti percentuali, collocandosi al 20,4%, e Vodafone risulta stazionaria al 20%. Prendendo questi primi tre operatori vediamo che rimane sostanzialmente costante (intorno all’85%) il loro peso sul mercato.

Cresce la quota di Fastweb, che supera il 7%, mentre si riduce considerevolmente quella di BT Italia (che passa all’1,2%).

 

Una riflessione Cardani la dedica alla legge sulla par condicio, che appare “datata” e “richiederebbe un aggiornamento al passo con le nuove forme di comunicazione“.

Per il futuro ritengo che, pur nel rispetto dell’indipendenza delle scelte editoriali e della libertà dei palinsesti informativi, sarebbe nell’interesse del Paese e dei cittadini disporre di una informazione e comunicazione politica più vocata al contraddittorio e alla condotta responsabile, seguendo l’esempio di altri paesi le cui Autorità codificano e vigilano su regole di comportamento nei periodi elettorali e non, con il rispetto dovuto agli organi dello Stato“.

Una normativa da “attualizzare”, ha precisato il Presidente Agcom. “In assenza di regole di rango legislativo“, l’Autorità sta provando a condurre “un delicato e complesso esperimento di co-regolamentazione e di auto-regolamentazione”.

Abbiamo istituito a tal fine il ‘Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali’, che ha l’obiettivo di promuovere l’auto-regolamentazione delle piattaforme e lo scambio di buone prassi per l’individuazione ed il contrasto dei fenomeni di disinformazione online frutto di strategie mirate”.

 

Già nel febbraio scorso sono state adottate le ‘Linee guida per la parità di accesso alle piattaforme online durante la campagna elettorale 2018‘, all’esito delle quali le piattaforme digitali hanno messo a disposizione dei propri utenti alcuni strumenti di contrasto alla disinformazione online.

 

In relazione alle fatidiche fake news, “il più importante ambito di intervento è la tutela di quel bene pubblico che è l’informazione: una informazione plurale, professionale, trasparente e verificabile nelle sue fonti, autorevole e credibile quanto ai suoi contenuti. Il contrasto alla disinformazione ed alla deriva delle fake news acquisisce senso e sostanza solo se collocato nel contesto della difesa dei principi dei nostri ordinamenti democratici. Siamo ben consapevoli, infatti, che quei fenomeni e quella deriva mettono a rischio non solo, banalmente, la sopravvivenza dei mezzi d’informazione classici, quanto, soprattutto, la salvaguardia dei modelli classici di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione del consenso, e dunque, in definitiva, dei nostri assetti democratici”.

 

Un capitolo a parte è stato riservato all’importanza della tutela dei dati. L’enorme massa di dati che circola in rete porta con sé troppi rischi, di cui uno dei più grandi è la possibilità di un monopolio di fatto da parte dei big del web, come Facebook, Google e Amazon.

L’Agcom chiede una legge che renda pubbliche le informazioni più rilevanti tra quelle raccolte dai grandi operatori del digitale. I big data, secondo l’Autorità, pongono un problema per quanto attiene “il loro uso secondario – si legge nella relazione annuale – Il tema della trasparenza e della neutralità dell’algoritmo. Il tema del governo eterodiretto delle opionion pubbliche mondiali attraverso Big Data e data learning” sono al centro dell’indagine conoscitiva congiunta fra Agcom, Antitrust e Garante Privacy.

 

Sul terreno sempre più caldo del diritto d’autore (è di pochi giorni fa il contestatissimo voto sulla riforma del copyirght al vaglio del Parlamento europeo, che ora dovrà ripetersi nei primi giorni di settembre), nel corso del 2017 ha mosso passi importanti il processo di parziale liberalizzazione del mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore, si legge nella Relazione di Cardani, che si affianca alla realizzata liberalizzazione di quello dell’intermediazione dei diritti connessi.

Il legislatore ha affidato all’Autorità il compito di vigilare sul nuovo mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore e dei diritti connessi. Il regolamento approvato allo scopo dall’Autorità, all’esito di una consultazione pubblica che ha coinvolto tutti gli stakeholders, costituisce la cornice entro cui Agcom eserciterà la propria vigilanza“.

Cardani ha ricordato anche che il regolamento della stessa Autorità per la tutela del copyright sulle reti di comunicazioni elettroniche, approvato quattro anni fa, è “divenuto ormai una best practice a livello europeo” e riscuote “un consenso sempre più vasto“.

 

Diverso il discorso per l’editoria, che secondo Cardani attraversa ormai una crisi che sembra inarrestabile, anche per il 2017: “il valore economico del settore dell’editoria quotidiana e periodica registra una ulteriore flessione: 3,6 miliardi di ricavi complessivi, ossia il -5,2%. Il settore nell’ultimo decennio ha perso all’incirca metà del suo peso economico“.

Essendo qui in gioco non solo i destini di una filiera industriale, ma anche quelli di un bene di valore strategico e sociale quale l’informazione, la crisi di questo comparto e la contestuale ascesa di Internet quale tendenziale mezzo sostitutivo si configura quale tema di policy che interroga in primis Governo e Parlamento e che richiede una riflessione di ampio respiro”.

 

 

 

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