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Big Data, indagine Agcom, Garante Privacy e Agcm. In Rete nulla è gratis, ma 6 utenti su 10 non lo sanno

Presentato oggi a Roma l’interim report dell’Agcom dell’indagine conoscitiva congiunta sui Big Data avviata un anno fa con il Garante per la protezione dei dati personali e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

di Paolo Anastasio | @PaoloAnastasio1 |

Presentato oggi a Roma in occasione del convegno “Big Data. Connessione e Pluralismo 2.0” il risultato preliminare dell’indagine conoscitiva sui Big Data dell’Agcom avviata un anno fa dalle tre Autorità di regolazione Agcom, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) e Garante per la protezione dei dati personali. L’evento è stato l’occasione per presentare uno studio Agcom, un’analisi empirica sul prezzo implicito dei dati ‘scambiati’ nell’ecosistema digitale e sull’evoluzione del pluralismo nell’epoca del dato profilato realizzato in collaborazione con l’Università La sapienza di Roma e per fare il punto dei lavori su un’indagine vastissima, la prima a livello globale che mette insieme l’attività di tre diverse Autorità.

Dal canto suo, l’Agcm ha diffuso oggi i risultati di ‘un’indagine condotta sugli utenti  (“Indagine conoscitiva sui Big Data. Analisi della propensione degli utenti online a consentire l’uso dei propri dati a fronte dell’erogazione di servizi”).

 

Angelo Marcello Cardani (Agcom): ‘Big Data non vanno demonizzati a priori’

Ha aperto i lavori il presidente Agcom Angelo Marcello Cardani, ricordando che i Big Data sono un tema “trasversale” che contamina diversi settori e riguarda, ciascuno per le sue competenze, la regolazione delle diverse Autorità coinvolte nell’indagine conoscitiva. Cardani aggiunge poi una premessa importante: “I Big Data non vanno demonizzati, hanno caratteristiche positive e negative che stiamo analizzando”. Le somme saranno tratte alla fine, ma di certo il messaggio che passa è che i dati non sono gratis e che in cambio dell’utilizzo di una app, ad esempio, gli utenti pagano con una moneta, i loro dati, il cui valore e riutilizzo profilato non è chiaro ma è fondamentale per chi quei dati li monetizza, vale a dire, in primo luogo, le grandi piattaforme.

 

Filippo Arena (Agcm): ‘In rete nulla è gratis’

Si tratta della prima indagine congiunta fra autorità indipendenti a livello globale e quanto emerge dai risultati preliminari qualche preoccupazione la desta. “Sei utenti su dieci non sono consapevoli che i loro dati possono essere riutilizzati” e hanno un valore economico che varia a seconda del riutilizzo.  Lo ha detto nel suo intervento Filippo Arena, capo di Gabinetto dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, snocciolando alcuni dati: In Europa “l’economia dei dati vale 335 miliardi di euro, ed è cresciuta del 12% in un anno ed è pari al 2,8% del Pil europeo – ha detto – L’accaparramento dei dati non è necessariamente da demonizzare”. Ma andrà analizzato a fondo per chiarire i rapporti fra gli utenti e i loro dati, le scie digitali che si lasciano dietro, di cui peraltro sono scarsamente consapevoli. “Che i dati possano essere una merce di scambio (il vero corrispettivo per l’utilizzo gratuito di una app ndr)” non è chiaro alla maggioranza degli utenti, aggiunge Arena, precisando che in rete nulla è gratis.

Sotto la lente dell’Antitrust, oltre all’utilizzo dei dati da parte delle grandi piattaforme, come (Amazon, Google, Facebook e altri che non possono essere esclusi dalla regolazione, c’è anche l’uso che ne fanno le aziende in generale, con particolare attenzione al settore bancario-assicurativo. Il modo in cui l’accaparramento crea barriere all’ingresso o posizioni dominanti è fra i temi centrali dell’indagine sul versante Antitrust.

Sullo sfondo, una serie tutta nuova di infrazioni alla concorrenza si sta delineando, che impone l’intervento dell’Authority: dalle intese restrittive fra algoritmi (e perché non fra robot) che rischiano di impattare in modo serio sui consumatori. Che, dal canto loro, devono prendere coscienza dei rischi connessi ai loro dati in rete.

 

Giuseppe Busia (Garante Privacy): ‘GDPR arma di difesa per cittadini europei’

Il punto di vista de del Garante Privacy nelle parole del Segretario Generale Giuseppe Busia: “Il presupposto è che i dati sono i l principale fattore di produzione e servono per offrire servizi personalizzati – dice Busia – Ma sono strumenti che, raccolti per una finalità in un dato momento”, vengono poi confrontati con masse di altri dati simili, già profilati, consentendo di sapere sempre di più della persona tracciata. Di qui, la variabilità del prezzo dei dati, che cambia a seconda dell’utilizzo e lo sfruttamento dei dati profilati per gli scopi più disparati, anche quelli di propaganda politica come nel caso dello scandalo Cambridge Analytica.

L’arma di difesa dall’invadenza della sfera privata online a disposizione dei cittadini europei è  il nuovo regolamento Ue per la Data protection, entrato in vigore il 25 maggio. “Il nuovo regolamento si applica a chiunque utilizzi i dati di cittadini europei – dice Busia – e garantisce maggior trasparenza sulla finalità di raccolta dei dati che va garantita”, allo scopo anche di capire la logica dell’algoritmo. Il consenso, con il Gdpr, deve essere esplicito e il diritto alla portabilità sposta la proprietà dei dati dalle web company agli utenti che in questo modo ne prendono il controllo.

Antonio Nicita (Agcom) ‘I dati ceduti dagli utenti come merce di scambio per le APP’

La ricerca presentata oggi da Agcom, nell’interim report dell’indagine conoscitiva congiunta sui Big Data, ha confermato una delle ipotesi da sempre presenti nel dibattito sui big data: in cambio della gratuità dell’accesso a determinati servizi, gli utenti cedono i propri dati come merce di scambio. “L’indagine dell’Autorità conferma in modo statisticamente significativo l’esistenza di un prezzo implicito del dato” ha detto il Commissario Antonio Nicita nella sua relazione. Analizzando un campione di oltre un milione di APP – pari all’80% degli applicativi disponibili nello store di Google – frutto della collaborazione con l’Università Sapienza, “Agcom ha misurato una relazione inversa tra gratuità delle APP e numero di informazioni sensibili cedute da parte degli utenti”, ha detto Nicita.

Analoga correlazione, secondo il Commissario, è stata misurata dal lato dell’offerta, dal momento che “quando uno sviluppatore deve decidere il prezzo della APP, di fatto stabilisce quanta parte del suo business dipende dall’accaparramento di dati personali. Dall’analisi empirica condotta su milioni di applicazioni – ha continuato Nicita – emerge un rilevante effetto del sistema dei permessi sottostanti al funzionamento di una APP, sia sulle scelte dei consumatori (download), sia sui modelli di business che le imprese intendono adottare. In particolare, le relazioni che sono emerse evidenziano come il sistema dei permessi sia lo strumento attraverso il quale vengono scambiati dati tra imprese e consumatori”.

In altre parole, più permessi vengono richiesti per l’accesso ad una APP, minore è la possibilità che l’utente effettui il download. Inoltre, più permessi vengono richiesti per l’accesso ad una APP, e meno costa la APP medesima.

Tuttavia, tale scambio non avviene nell’ambito di una transazione contrattuale certa in cui, tra l’altro, è fissato il prezzo del prodotto, ma si sostanzia in uno scambio implicito, all’interno di una compravendita di altri servizi (le APP). Ciò pone chiaramente rilevanti problemi circa l’efficienza del funzionamento dei mercati e di regolazione degli stessi; –  ha concluso il Commissario – sarà interessante comprendere se l’entrata in vigore del GDPR avrà un impatto sul prezzo implicito dello scambio dei dati”.

L’Interim Report dell’Autorità presentato oggi è diviso in tre parti. Una prima parte introduttiva volta a sistematizzare la descrizione del fenomeno, anche sotto il profilo definitorio, passando in rassegna le principali caratteristiche dell’ecosistema dei big data, la catena del valore e specifici elementi dei mercati afferenti il digitale e l’informazione. La seconda parte pone al centro dell’analisi l’individuo come produttore di dati tramite la scia digitale (online footprint). Vengono affrontati numerosi problemi derivanti dall’uso massiccio di tecniche di profilazione degli utenti, evidenziando come tali tecniche presentino rischi sociali notevoli: ad esempio, le tipologie di discriminazione, spesso su base del funzionamento di specifici algoritmi, rischia di estendersi oltre alla classica discriminazione di prezzo, a differenze nella popolazione fondate su etnia, religione, stato di salute, opinione politica, capacità reddituale e così via.

 

Francesco Posteraro (Agcom): ‘Potere dominante delle piattaforme’

I Big Data inducono “trasformazioni positive in termini economici, che inducono però timori sulla tutela dei diritti individuali – ha detto il Commissario Agcom Francesco Posteraro – sono uno stimolo al mercato”, che ha prodotto un aumento dell’accesso a Internet. Un circolo virtuoso sottolineato dalla FCC (Federal Communication Commission) americana, che tuttavia copre non poche ombre sul fronte appunto della privacy, visto che il consumatore non è consapevole del valore economico dei suoi dati e del loro riutilizzo. In questo contesto, “le piattaforme hanno assunto potere dominante nei confronti dei consumatori e della concorrenza”, aggiunge Posteraro.

 

Antonio Martusciello (Agcom) ‘Attenzione agli algoritmi che gestiscono l’informazione’

“L’intelligenza artificiale, in grado di trovare velocemente un filo logico in enormi insiemi di dati non strutturati, rischia però di essere plasmata da interessi specifici” ha detto dal canto suo il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Martusciello.

“Gli algoritmi tendono a selezionare il messaggio seguendo una logica di tipo ‘commerciale’ che mira a proporre ciò di cui si ha bisogno e si è disposti ad ‘acquistare’ in quel momento. Una modalità che tende fisiologicamente a tagliar fuori alcuni aspetti della corretta informazione”, ha spiegato il Commissario.

Per Martusciello, l’opacità e la potenza di questi strumenti lasciano spazio a speculazioni circa la possibilità di ‘pilotare’ gli individui verso determinate opinioni: “Occorre dunque affrontare l’aspetto della trasparenza degli algoritmi, ma anche quello dell’accesso ai Big Data di cui si alimentano – ha aggiunto – Nella misura in cui tale risorsa comporta un vantaggio per chi la possiede, infatti, la possibilità di utilizzo da parte di pochi soggetti può avere un impatto significativo sul pluralismo informativo”.

“Il rischio è che le informazioni assunte tramite le nuove forme di intermediazione non ci facciano osservare la realtà dietro un vetro trasparente ma, piuttosto, dietro una lente che produce delle aberrazioni”, ha concluso Martusciello.

 

L’attività svolta dall’Agcm

Nel corso di questa prima fase dell’indagine sono stati sentiti in audizione alcuni dei protagonisti dell’economia digitale, i cd. Over-The-Top (OTT), imprese operanti in alcuni settori fortemente interessati dal fenomeno dei Big Data (ad esempio, imprese editoriali, aziende di credit scoring, gruppi bancari e compagnie di assicurazione), esperti e studiosi. A tutti i principali operatori dell’economia digitale sono state inviate dettagliate richieste di informazioni.

Nel corso dell’indagine conoscitiva, attraverso tre prospettive diverse e complementari, sono stati approfonditi i cambiamenti derivanti dai Big Data sugli utenti che forniscono i dati, sulle imprese che li utilizzano e, dunque, sui mercati. Ciò anche al fine di cogliere appieno le possibili sinergie tra le tre autorità e identificare gli strumenti più appropriati per eventuali interventi.

Gli utenti come fornitori di dati

Il rapporto che si instaura tra gli utenti che forniscono dati personali e le imprese che forniscono i servizi digitali assume sempre più centralità nel funzionamento dei mercati. In questo contesto, l’Antitrust ha condotto un’indagine su un campione di utenti di servizi online, che affronta tre questioni: i) il grado di consapevolezza degli utenti delle piattaforme digitali in relazione alla cessione e all’utilizzo dei propri dati individuali; ii) la disponibilità degli utenti a cedere i propri dati personali come forma di pagamento dei servizi online; iii) la portabilità dei dati da una piattaforma all’altra.

I risultati di tale indagine sono illustrati nel dettaglio nel documento allegato (“Indagine conoscitiva sui Big Data. Analisi della propensione degli utenti online a consentire l’uso dei propri dati a fronte dell’erogazione di servizi”).

L’indagine svolta mostra che circa 6 utenti su 10 sono consapevoli del fatto che le loro azioni online generano dati che possono essere utilizzati per analizzare e prevedere i loro comportamenti, e appaiono altresì informati dell’elevato grado di pervasività che il meccanismo di raccolta dei dati può raggiungere (ad esempio, sulla geo-localizzazione e sull’accesso di diverse app a funzionalità come la rubrica, il microfono e la videocamera) nonché delle possibilità di sfruttamento dei dati da parte delle imprese che li raccolgono.

Dall’indagine emerge che esistono spazi di miglioramento per accrescere la consapevolezza degli utenti, infatti: i) la maggioranza degli utenti legge solo in parte le informative (54%) o non le legge affatto (33%); ii) gran parte degli utenti dedica un tempo limitato alla loro lettura; iii) un’ampia maggioranza del campione considera che le informazioni fornite possono risultare poco chiare.

Anche utenti che non sono del tutto consapevoli della stretta relazione esistente tra cessione dei dati e gratuità del servizio, non di rado acconsentono all’acquisizione, utilizzazione e cessione dei propri dati personali. Gli utenti che invece negano il consenso lo fanno soprattutto in ragione dei timori di un improprio utilizzo dei propri dati: le preoccupazioni riguardano sia l’utilizzo a fini pubblicitari (46,7%) sia, ancor di più, l’utilizzo per altre finalità (50,2%).

Nel complesso, in ogni caso, 4 utenti su 10 sono consapevoli della stretta relazione esistente tra la concessione del consenso e la gratuità del servizio. Oltre 3/4 degli utenti intervistati, tuttavia, dichiara che sarebbe disposta a rinunciare ai servizi e alle app gratuite per evitare che i propri dati siano acquisiti, elaborati ed eventualmente ceduti. A fronte di ciò, comunque, solo la metà degli utenti dichiara che sarebbe disposto a pagare per servizi/app oggi forniti gratuitamente al fine di evitare lo sfruttamento dei propri dati (pubblicitario o di altro tipo).

Infine, dall’indagine emerge che attualmente solo 1 utente su 10 è consapevole dei propri diritti in materia di portabilità dei dati, anche se circa la metà degli utenti mostra interesse ad ottenere una copia dei propri dati. Lo scarso interesse all’utilizzo della portabilità è dovute alla scarsa propensione ad utilizzare altre piattaforme/applicazioni (41,1%), ad una limitata sensibilità sulla rilevanza di tali dati (36,1%) nonché alla percezione di un’elevata complessità degli strumenti tecnologici (30,4%).

L’utilizzo dei dati a fini commerciali

All’approfondimento del ruolo degli utenti come fornitori di dati, segue l’analisi dell’utilizzo di tale risorsa sia da parte delle imprese attive nei mercati data-driven nel settore digitale sia da parte di imprese che operano in settori tradizionali. Anche quest’ultime, infatti, fronteggiano le opportunità e le sfide derivanti dalla disponibilità di un insieme sempre più ampio e dinamico di dati. In particolare, l’Autorità ha approfondito l’evoluzione in corso nel settore bancario e in quello assicurativo, entrambi storicamente caratterizzati da un utilizzo intenso dei dati.

I Big Data rappresentano per le imprese bancarie e assicurative un’importante opportunità per accrescere la conoscenza della clientela, arricchendo la comprensione delle preferenze e delle abitudini dei consumatori, in particolare con una più efficace individuazione del profilo di rischio del singolo cliente, al fine di sviluppare prodotti e servizi personalizzati, favorendo al contempo l’innovazione, l’inclusione finanziaria e una maggiore concorrenza. Inoltre, ulteriori benefici possono scaturire dall’ottimizzazione dei processi interni, con ricadute positive in termini di efficienza e riduzione dei costi, e nella lotta alle frodi.

Accanto agli indubbi benefici si devono rilevare alcune possibili criticità, tra cui gli effetti potenzialmente discriminatori della profilazione e della valutazione del rischio dei singoli clienti, nonché problemi di cyber security, particolarmente delicati in virtù della natura delle informazioni di carattere finanziario, oltre che personale.

L’indagine sin qui svolta mette in mostra due diverse risposte alle sfide poste dalla rivoluzione digitale e dai Big Data che sembrano convivere. In alcuni casi, la consapevolezza di un certo ritardo nello sfruttamento dei dati a disposizione spinge le imprese ad attrezzarsi per far fronte ai profondi cambiamenti del contesto competitivo, sollecitando, al contempo, i policy maker e le autorità di settore ad una particolare attenzione all’uniformità delle regole e delle condizioni del “campo da gioco” (level playing field). In altri casi, si rileva una ricerca di “protezione” da parte degli operatori già presenti sui mercati interessati, al fine di conseguire l’accesso ai dati a disposizione delle grandi piattaforme, raffigurate come potenziali concorrenti in grado di assumere rapidamente posizioni di rilievo, proprio in ragione della capacità di elaborazione dei Big Data di cui dispongono.

I prossimi sviluppi dell’indagine e le implicazioni di policy

L’indagine, la cui conclusione è prevista per la fine del 2018, consentirà all’Antitrust di approfondire le implicazioni dei Big Data sull’esercizio delle proprie competenze sia in materia di tutela della concorrenza che di tutela del consumatore. In particolare, nella seconda fase dell’indagine saranno affrontati temi quali: i) l’analisi del potere di mercato e degli effetti delle concentrazioni, anche conglomerali, nell’economia digitale; ii) la dimensione qualitativa del confronto concorrenziale in mercati in cui i servizi sono offerti gratuitamente; iii) il ruolo della portabilità per ridurre gli swtiching costs e assicurare la contendibilità dei mercati; iv) gli effetti dell’utilizzo dei dati per profilare e offrire agli utenti servizi e condizioni commerciali personalizzate. Gli sviluppi di questi temi potranno beneficiare anche delle significative complementarità esistenti tra tutela della concorrenza e del consumatore in relazione al fenomeno dei Big Data, come mostra già l’esperienza maturata dall’Autorità in alcuni importanti casi relativi alle piattaforme digitali.

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