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Trump vuole subito il 6G per le Olimpiadi di Los Angeles 2028. L’obiettivo è battere sul tempo la Cina

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La corsa al 6G anticipa i tempi tra ambizioni politiche e sfide tecnologiche: dagli Stati Uniti che vogliono sorprendere tutti alle Olimpiadi 2028 alla Cina che però è già in vantaggio, in un contesto segnato drammaticamente dalla guerra e da un'accesa competizione strategica.

Arrivare al 6G prima di tutti: la scommessa di Trump per le Olimpiadi di Los Angeles 2028

Portare il 6G negli Stati Uniti prima di tutti e anche prima che questa tecnologia arrivi sul mercato. È questa la scommessa, tanto ambiziosa quanto controversa, su cui sta puntando l’amministrazione Trump, che aveva già annunciato le sue intenzioni prima di Natale e che ora chiede all’industria americana di accelerare drasticamente i tempi di sviluppo della prossima generazione mobile. L’obiettivo è chiaro: arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 con applicazioni 6G già funzionanti, pronte a essere mostrate al mondo come simbolo della leadership tecnologica statunitense.

La richiesta, confermata dal senior vicepresidente di Qualcomm, Nate Tibbit, segna un cambio di passo netto rispetto ai normali cicli di innovazione delle telecomunicazioni. In un’intervista, il manager ha spiegato che il governo americano è “molto interessato ad accelerare la timeline del 6G” e ha chiesto all’azienda di lavorare affinché sistemi pre-commerciali siano pronti già per il 2028, anticipando di fatto un lancio che l’industria colloca più realisticamente attorno al 2030.

La timeline sta accelerando in modo significativo”, ha ammesso Tibbit, sottolineando però che per rispettarla sarà necessario disporre di spettro radio adeguato e di un quadro regolatorio coerente.

Le guerre però rallentano e limitano lo sviluppo di nuove tecnologie, come il 6G

La corsa al 6G non è per niente facile, soprattutto in questo momento, nel contesto geopolitico del 2026, segnato dalla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran e nello stretto di Hormuz (che ha già coinvolto direttamente tutti gli altri Paesi del Golfo, ampliando drammaticamente la portata di questo conflitto pericolosissimo su scala mondiale), dal conflitto tra Russia e Ucraina e dai rischi di tensioni crescenti con la Cina per Taiwan.

Questi fattori possono rallentare in modo significativo lo sviluppo delle nuove reti, soprattutto per le possibili interruzioni nelle supply chain di chip ed energia. Il blocco di Hormuz, in particolare, mette a rischio forniture strategiche come gas naturale liquefatto ed elio, fondamentali per la produzione di semiconduttori, mentre Taiwan (snodo cruciale per l’industria tecnologica mondiale) dispone di riserve energetiche limitate.

Allo stesso tempo, la crescente “guerra fredda tecnologica” tra Stati Uniti, Europa e Cina rischia di frammentare il processo di standardizzazione del 6G, con Pechino orientata ad accelerare anche per applicazioni militari e l’Occidente impegnato a costruire alternative aperte a Huawei.
 In questo scenario, anche le tempistiche per test e definizione degli standard, già molto ambiziose, potrebbero subire ulteriori ritardi.

Per gli USA il 6G è un’infrastruttura critica e strategica, utile alla supremazia geopolitica

Dietro questa spinta non c’è soltanto l’ambizione tecnologica, ma una visione strategica ben più ampia. Washington considera il 6G un’infrastruttura critica, destinata a ridefinire equilibri economici e politici globali. La convinzione è che chi guiderà gli standard e controllerà le reti del futuro avrà un vantaggio decisivo non solo sul piano industriale, ma anche su quello della sicurezza nazionale e dell’influenza geopolitica.

In questo senso, la partita del 6G si inserisce nel solco della competizione tecnologica con la Cina e con gli altri grandi attori globali, e le Olimpiadi del 2028 diventano l’occasione perfetta per mettere in scena questa leadership.

Missione Los Angeles 2028, dimostrazione di potenza del 6G e della superiorità USA (soprattutto sulla Cina)

È proprio in questo contesto che nasce “Mission LA 2028”, l’iniziativa lanciata dalla National Telecommunications and Information Administration (NTIA), l’agenzia che consiglia la Casa Bianca sulle politiche di comunicazione e banda larga. Il progetto punta a trasformare i Giochi olimpici in una vetrina delle tecnologie 6G emergenti. Non si tratta di un programma finanziato direttamente dal governo, ma di un’iniziativa guidata dall’industria, in cui aziende e operatori sono chiamati a sviluppare e presentare dimostrazioni concrete delle potenzialità del 6G.

Il ruolo della NTIA è quello di facilitare il processo, riducendo gli ostacoli regolatori, coordinando gli stakeholder e favorendo la disponibilità dello spettro necessario, ma dietro c’è sempre l’amministrazione Trump.

Resta però aperta la domanda cruciale: è davvero possibile avere il 6G entro il 2028?
Difficile dare una risposta certa o definitiva, almeno per ora. Gli ostacoli sono molti. Il principale riguarda gli standard. Il 3GPP, l’organismo internazionale che definisce le specifiche delle tecnologie mobili, prevede di completare il quadro normativo del 6G solo intorno al 2030.
Anticipare i tempi significa quindi lavorare su tecnologie ancora non standardizzate, con il rischio di sviluppare soluzioni che potrebbero non essere pienamente compatibili in futuro.

Un ecosistema ancora immaturo

A questo si aggiunge un ecosistema tecnologico ancora immaturo. Il 6G promette di operare su nuove bande di frequenza, probabilmente nelle gamme sub-terahertz e di integrare in modo nativo intelligenza artificiale e architetture cloud. Non è una cosa facile da fare, ci vuole tempo e sperimentazione (sena contare gli standard di sicurezza su più livelli).
Anche il coordinamento internazionale e gli investimenti necessari rappresentano una sfida significativa, perché lo sviluppo di una nuova generazione mobile richiede una convergenza globale tra governi, operatori e fornitori.

Per questo motivo, lo scenario più realistico è che nel 2028 si possano vedere dimostrazioni tecnologiche avanzate, meno che mai una vera e propria rete commerciale diffusa. Dal punto di vista politico e simbolico, però, potrebbe essere sufficiente per rivendicare una leadership.
Anticipare il 6G significa provare a orientarne lo sviluppo, dettare le regole del gioco e rafforzare la propria posizione in un settore chiave per il futuro. Le Olimpiadi del 2028, in questo senso, non sono solo un evento sportivo, ma il palcoscenico di una competizione globale in cui la tecnologia diventa strumento di potere.

La mossa USA per evitare che la corsa al 6G finisca come con il 5G

In questa corsa, bisogna fare i conti con la realtà, la Cina parte oggi con un vantaggio strutturale difficilmente ignorabile. Pechino concentra un’ampia fetta delle pubblicazioni scientifiche sul 6G e guida già la competizione sui brevetti 6G, con una quota che ha raggiunto il 40,3%, davanti agli Stati Uniti (35,2%), al Giappone (9,9%), all’Europa (8,9%) e alla Corea del Sud (4,2%).
Secondo dati del Ministero dell’Industria e dell’Informatica, a gennaio 2026 la Cina ha completato la prima fase di sperimentazione della tecnologia 6G e ha accumulato una riserva di oltre 300 applicazioni chiave, annunciando l’avvio della seconda fase sperimentale di questa tecnologia, con l’ovvio obiettivo di sviluppare rapidamente un ecosistema industriale orientato alle prime applicazioni commerciali.

Un primato costruito attraverso una strategia industriale coordinata: oltre 1,4 trilioni di dollari di investimenti pubblici per lo sviluppo di tecnologie che spaziano dalle reti wireless di nuova generazione all’intelligenza artificiale, programmi statali come IMT-2030, il lancio del primo satellite sperimentale 6G già nel 2023 e il ruolo trainante di colossi come Huawei, ZTE e China Mobile.

L’obiettivo è chiaro: arrivare a definire standard propri tra il 2026 e il 2029, replicando (ma addirittura in anticipo) quanto già avvenuto con il 5G, dove la Cina è arrivata a controllare circa il 60% del mercato globale.

Dall’altra parte, Stati Uniti ed Europa appaiono più frammentati, tra iniziative come la NextG Alliance e il progetto europeo Hexa-X (25 milioni di euro), mentre la Corea del Sud investe circa 220 milioni puntando a reti pilota entro il 2028 con Samsung in prima linea.

In gioco non c’è solo una tecnologia, ma un mercato potenziale da oltre 10 trilioni di dollari e la capacità di determinare le regole delle comunicazioni per i prossimi vent’anni: chi guiderà gli standard del 6G controllerà infrastrutture, export e direzione dell’innovazione globale. E, come già insegnato dal 5G, arrivare primi in questa partita può fare tutta la differenza.

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