Il punto

Perché bisogna portare la tecnica digitale al servizio della politica italiana

di Enrico Nardelli, professore di informatica – Università di Tor Vergata |

Sarà necessario, una volta superata l’emergenza, un accordo trasversale su un disegno di sviluppo digitale del Paese che trovi tutti concordi, per lo meno su alcune linee guida fondamentali.

La situazione di emergenza che stiamo vivendo sta facendo venire al pettine una serie di nodi mai affrontati negli anni passati a proposito di “trasformazione digitale”. Questo termine da un po’ di tempo a questa parte è diventato di moda, soprattutto tra i politici, che però in grandissima maggioranza non hanno idea di cosa voglia dire e di come si realizzi davvero.

Il problema è prima di tutto culturale, perché quella digitale è una tecnologia diversa da tutte le altre che l’hanno preceduta. La rivoluzione prodotta dall’informatica (la scienza che rende possibile il digitale) è diversa da ogni precedente rivoluzione.

Le “macchine digitali” sono amplificatori delle capacità cognitive razionali delle persone e quindi radicalmente differenti da tutte le macchine precedentemente realizzate dall’uomo, che ne potenziano solo le capacità fisiche. Dopo secoli di progresso tecnologico, questa rivoluzione è dilagata nella società nel breve intervallo di un ventennio, quindi troppo velocemente perché la classe dirigente riuscisse a comprenderne la portata.

L’aspetto più importante è che mentre nell’automazione “fisica” c’è sempre un essere umano che rimane al comando della macchina e che la aiuta nell’interpretazione della realtà circostante, quando si è introdotta l’automazione “cognitiva” (quella delle macchine digitali) si è erroneamente creduto che i sistemi informatici potessero completamente sostituire le persone e “fare tutto da soli”.

Impossibile, perché ogni essere umano è in grado di apprendere dall’esperienza ed adattarsi a mutate condizioni dello scenario operativo, mentre questa generale abilità, che è innata nell’essere umano, è sconosciuta alle macchine digitali. Ogni volta che cambia qualcosa, bisogna rimettere le mani sul sistema. Siccome l’unica certezza della vita è il cambiamento, le catastrofi sono assicurate. I venditori di dispositivi per l’utente finale (p.es., gli smartphone) se la cavano mediante l’obsolescenza programmata, per cui ogni due o tre anni siete “gentilmente” indotti a cambiarlo. Ma i sistemi informatici che sono ormai indispensabili al funzionamento di ogni organizzazione non possono essere rinnovati in tal modo.

Negli anni 90 l’informatizzazione della Pubblica Amministrazione ha riguardato soprattutto processi interni e, quindi, i problemi rimanevano tutto sommato nascosti al grande pubblico e, per così dire, si potevano “lavare i panni sporchi in casa”. A partire dal decennio scorso, però, con la capillare diffusione del Web nella società la situazione è diventata esplosiva.

Non si è capito che, a fronte di una rivoluzione di portata ben più drammatica, dal punto di vista sociale, di quelle causate dalla televisione o dall’automobile, andava fatto partire un serio programma di alfabetizzazione digitale degli italiani. Si sono riempiti convegni su convegni sul tema “Non è mai troppo tardi 2.0” senza investire risorse reali su questa istruzione, ritenendo che tanto tutte le informazioni necessarie fossero disponibili sulla Rete.

Un requisito necessario per il successo di ogni trasformazione digitale è: “no digitalization without end-user representation”. L’ho scritto in inglese per richiamare in modo esplicito uno dei motti del Settecento che sono stati alla base della rivoluzione delle colonie inglesi contro la madrepatria: “no taxation without representation”. Nel nostro caso vuol dire che se non si coinvolge l’utente finale, che sul web è chiunque, dal letterato all’operaio, entrambi accomunati dall’essere stati investiti da una rivoluzione tecnologica avvenuta troppo in fretta perché potessero assimilarla, il sistema funziona male. Son sicuro che ognuno di noi ha il suo esempio favorito di sistema web che richiede un enorme dose di pazienza ed autocontrollo per riuscire a portare a termine operazioni che, parlando con un addetto allo sportello, si sarebbero completate in metà del tempo e stress nullo.

Si è poi proseguito elaborando bellissimi piani per la “cosa” digitale, dove “cosa” poteva essere “scuola” o “sanità” o “giustizia” (o qualunque nome di interesse per il governo di turno) senza riflettere che un cambiamento epocale di questo tipo non si attua in poco tempo, perché richiede un’approfondita formazione delle persone. Solo nei film di “Matrix” ci si innesta l’apposita cartuccia e si diventa subito esperti: gli esseri umani hanno invece bisogno di tempo per apprendere, soprattutto se contemporaneamente stanno continuando a fare il loro lavoro e vivere la loro vita.

Non si è capito che prima di informatizzare un processo lavorativo bisogna averlo analizzato in profondità ed aver compreso come la sua automazione impatti sull’organizzazione del lavoro, sui rapporti di potere interni e su quelli esterni. Si è invece pensato che si potessero esternalizzare i servizi informatici, risparmiando sul personale, salvo poi scoprire che si finiva con lo spendere di più per adattare i servizi esternalizzati ad ogni minimo cambiamento della realtà circostante, che qualunque impiegato o quadro avrebbe saputo gestire in una frazione del tempo.

Non si è avuto l’umiltà di capire che bisognava cominciare dagli elementi fondamentali, da quelle infrastrutture che costituiscono l’equivalente, per un’organizzazione, di quello che è un sistema scheletrico o nervoso per un mammifero.

Sono rimasto colpito, in questi giorni in cui siamo stati tutti costretti ad usare intensamente dispositivi e sistemi digitali, dal vedere come nel 2020 i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri vengano diffusi mediante SlideShare, i suoi discorsi trasmessi su Facebook, le scuole facciano didattica su piattaforme Google e Microsoft, solo per fare alcuni esempi. Non ho niente contro le multinazionali del digitale, sia ben chiaro, sono aziende che fanno il loro mestiere. Non sono però contento del fatto che la nostra politica in questo ventennio non sia stata in grado di realizzare proprie infrastrutture di base per un Paese digitale.

È inutile pensare di poter tornare indietro. La società diventerà sempre più digitale. Quello che possiamo ancora recuperare è il controllo sulle infrastrutture indispensabili, che deve essere in nostre mani affinché il nostro Paese non diventi una colonia. Il digitale è parte integrante della nostra società e deve essere curato nell’interesse nazionale. Dobbiamo inoltre mantenere il controllo sui dati digitali dei cittadini, che nel mondo digitale sono l’equivalente dei cittadini stessi. Come chiameremmo quei governanti che vendessero i propri cittadini a poteri stranieri? chiedevo qualche tempo fa. Dato che in questi giorni in tutta Europa (e non solo) si sta discutendo di realizzare misure di “tracciamento individuale” per tenere sotto controllo la diffusione dell’epidemia e considerando che i dati sono il nuovo petrolio, è chiaro che se non vogliamo fare la fine dei paesi del Terzo Mondo svenati dalle “sette sorelle” dobbiamo cambiare approccio.

Eppure non dovrebbe essere così difficile, per chi fa politica. La tecnica è sempre stata al servizio della politica per poter implementare questa o quella decisione. In ogni epoca e Paese, chi ha voluto portare i tecnici al governo, presentandoli come sacerdoti dell’imparzialità, ha sempre in realtà voluto sottrarre al popolo (al “demos”) il potere (il “cratos”) di controllare l’operato del governo. Si è mosso quindi in modo anti-democratico. La tecnica digitale non fa eccezione a questo. I sistemi informatici non sono intrinsecamente asettici. La trasformazione digitale non è garanzia assoluta di efficienza ed efficacia.

La politica deve decidere come governarla ben sapendo che cambiamenti epocali di questa portata non si realizzano nei pochi anni di una legislatura e con piani irrealistici. Per questo sarà necessario, una volta superata l’emergenza, un accordo trasversale su un disegno di sviluppo digitale del Paese che trovi tutti concordi, per lo meno su alcune linee guida fondamentali. Servono dunque politici che abbiano a cuore la democrazia ed il futuro del nostro Paese, che siano in grado di ascoltare cosa la tecnica ha da offrire, di capire quale siano i possibili impatti sociali, e di comporre una sintesi delle esigenze delle diverse classi sociali nell’interesse di tutti.

Io sono convinto che, in tutti i partiti, ci siano persone di buona volontà e grande capacità politica.