Big Tech nel Golfo “infrastrutture tecnologiche ostili”, la minaccia di Teheran
Le infrastrutture critiche tecnologiche sono ormai obiettivi strutturali della guerra ibrida. Vengono colpite reti elettriche e sistemi di telecomunicazione, sistemi informatici e servizi digitali, tra cui i data center, con effetti diretti su popolazione, economia e sicurezza nazionale. È già accaduto in Ucraina, sta accadendo in maniera più concreta e diffusa in Iran e nei Paesi del Golfo ormai coinvolti a pieno nella guerra iniziata da Stati Uniti e Israele.
Secondo quanto annunciato dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che ha diffuso una lista di circa 30 infrastrutture tecnologiche in Medio Oriente definite come “nemiche” e quindi potenziali bersagli di attacchi con droni e missili, anche le grandi aziende tecnologiche americane potrebbero diventare nuovi obiettivi di guerra.
La lista delle attività di Amazon, Microsoft, Google, Oracle, NVIDIA, IBM e Palantir
Secondo quanto pubblicato sui social dall’agenzia, le attività regionali di Amazon, Microsoft, Google, Oracle, NVIDIA, IBM e Palantir sarebbero state identificate come “enemy technology infrastructure”, ovvero infrastrutture tecnologiche ostili.
I siti elencati si trovano in diverse località strategiche della regione, tra cui Dubai negli Emirati Arabi Uniti e Tel Aviv in Israele, e comprendono uffici, centri di sviluppo e data center collegati soprattutto a servizi cloud e sistemi di intelligenza artificiale.
La guerra passa anche dalle infrastrutture digitali
Il segnale lanciato da Teheran riflette un cambiamento ormai evidente nelle dinamiche della competizione strategica globale: le infrastrutture digitali sono diventate asset militari e geopolitici di primo livello.
Nell’era dell’intelligenza artificiale e del cloud computing, data center, centri di ricerca e piattaforme digitali rappresentano nodi critici per la sicurezza nazionale, non solo per gli Stati Uniti ma per gran parte delle economie avanzate. Queste strutture ospitano dati, capacità di calcolo e piattaforme che supportano attività civili, economiche e militari.
Colpire tali infrastrutture non significa soltanto danneggiare aziende private, ma indebolire interi ecosistemi tecnologici e informativi.
Per questo motivo, negli ultimi anni le Big Tech sono entrate sempre più spesso nel perimetro della competizione strategica tra Stati. I grandi operatori del cloud e dell’intelligenza artificiale sono infatti partner chiave per governi e apparati di sicurezza.
I siti indicati come obiettivi
Nella lista diffusa da Tasnim figurano strutture considerate strategiche perché coinvolte nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale o nella gestione dei servizi cloud regionali.
A Tel Aviv, ad esempio, vengono citati l’ufficio principale della società di tecnologia per la difesa Palantir, uffici regionali di Amazon e Microsoft e il centro di ingegneria e sviluppo di NVIDIA
In Dubai e negli Emirati Arabi Uniti sarebbero invece presenti diversi hub tecnologici e data center utilizzati per coordinare servizi cloud in tutta l’area mediorientale. La centralità di questi nodi è tale che la loro interruzione potrebbe avere effetti a cascata su servizi digitali, piattaforme governative e infrastrutture economiche dell’intera regione.
Il primo campanello di allarme gli attacchi di data center Amazon
Il riferimento di Tasnim arriva dopo alcuni episodi recenti. Il 1° marzo due data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti sono stati colpiti, mentre un terzo centro in Bahrain ha riportato danni a causa della caduta di detriti provenienti da un altro sito attaccato.
In precedenza, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica aveva rivendicato operazioni contro queste infrastrutture, sostenendo che l’obiettivo fosse verificare il ruolo dei centri tecnologici nel supporto ad attività militari e di intelligence del “nemico”.
I legami tra Big Tech e sicurezza
Secondo l’agenzia iraniana, alcune sedi di Oracle, IBM e Google a Gerusalemme, Tel Aviv e Abu Dhabi sarebbero state selezionate perché considerate parte di infrastrutture utilizzate da entità militari. Il tema del rapporto tra grandi aziende tecnologiche e apparati di sicurezza è da tempo oggetto di dibattito internazionale.
Un rapporto del 2025 della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha ricordato che Amazon e Google hanno ottenuto nel 2021 un contratto da 1,2 miliardi di dollari con il governo israeliano per il progetto Nimbus, finalizzato alla fornitura di infrastrutture cloud e servizi di intelligenza artificiale. Secondo il documento, queste piattaforme, insieme a quelle di Microsoft, permetterebbero alle autorità israeliane un accesso esteso a tecnologie cloud e sistemi avanzati di analisi dei dati.
Nel rapporto si afferma inoltre che IBM avrebbe formato personale militare e di intelligence israeliano, mentre esisterebbero “ragionevoli motivi” per ritenere che Palantir abbia fornito strumenti di analisi predittiva utilizzati per l’elaborazione di dati e la generazione di liste di obiettivi.
Nel XXI secolo la superiorità tecnologica non dipende solo da armamenti e sistemi militari, ma anche dalla capacità di gestire dati, algoritmi, piattaforme cloud e intelligenza artificiale. Quando si parla di sicurezza delle infrastrutture critiche tecnologiche (e non solo), il concetto di sicurezza non può più essere limitato a confini, eserciti e armi convenzionali, ma richiede una mentalità “ibrida” che unisca fisico e digitale, pubblico e privato, difesa e resilienza.
