Rapporto Cinema 2018

ilprincipenudo. Che fine ha fatto il corposo ‘Rapporto’ della Fondazione Ente dello Spettacolo?

La 9ª edizione del “Rapporto” dell’Ente dello Spettacolo della Cei fotografa un’Italia che, anche al cinema, si conferma “un Paese per vecchi”. Permane però un deficit profondo sulla raccolta dati che era assolutamente utile per capire l'economia politica del sistema mediale nazionale.

di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult) |
Angelo Zaccone Teodosi

ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Ieri pomeriggio, lunedì 28 maggio, una strana presentazione, per varie ragioni: la sede, i promotori, i partecipanti, l’oggetto, l’atmosfera… Presso la Sala Marconi di Radio Vaticana, è stato presentato il “Rapporto Cinema 2018. Spettatori, scenari, strumenti” realizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo (alias Feds), organismo pastorale della Cei – Conferenza Episcopale Italiana.

 

Prima stranezza: uno studio dedicato al cinema in Italia viene presentato in una sede – per così dire – “extraterritoriale”.

 

Seconda stranezza: non era mai accaduto, finora, che intervenisse addirittura il Segretario Generale della Cei, Monsignor Nunzio Galantino, peraltro in curiosa assenza di rappresentanti istituzionali italiani (si può comprendere l’assenza dell’ex Ministro Dario Franceschini – che giovedì scorso ha postato su Twitter una foto nella quale porta via l’ultimo “scatolone” dalla sede del Mibact al Collegio Romano – ma non quella del Direttore Generale del Mibact Nicola Borrelli).

 

Terza stranezza: se è comprensibile l’intervento di Francesco Rutelli, Presidente dell’Anica (e da anni in qualche modo partner della Feds nella produzione del “Rapporto”), curiosa la conduzione della conferenza da parte di un giornalista eterodosso e critico, qual è Federico Pontiggia, firma alta de “il Fatto Quotidiano”.

 

Quarta stranezza. L’oggetto: per la prima volta, da un decennio, il “Rapporto” della Feds non si pone più come utile dataset di informazioni (comunque non esaustive) e di analisi (asettiche) sul “il mercato e l’industria del cinema in Italia” (questo il sottotitolo delle precedenti otto edizioni), ma propone un approccio editoriale e strutturale radicalmente differente, di impostazione più qualitativa.

 

Audience di una quarantina di persone, tra coautori del libro, giornalisti ed operatori del settore. L’atmosfera, infine: serena, pacata, cheta, nessun accenno alle criticità (strutturali e strategiche) del cinema italiano, nella turbolenta economia complessiva del sistema audiovisivo e mediale. Si dirà: ma cosa ti aspettavi in una “location” simile?! D’accordo, nessuna attesa di un dibattito dialettico, plurale, dissonante e finanche aspro, ma un minimo – ribadiamo: un minimo, di grazia – di spirito critico e di polifonia interpretativa. Assente. L’unico interveniente caratterizzatosi per un po’ di sano spirito dialettico ed ironico è stato – come sempre -Monsignor Nunzio Galantino, che ha subito premesso di “non avere nessuna competenza” e di essere un “profano marginale”, anche se saggia è emersa la sua osservazione sul cinema, che soffre di “una apparente perdita di centralità nel sistema dei media, ma resta strumento insostituibile per l’osservazione critica della realtà”.

 

Galantino ha ricordato come il rapporto “inizialmente ambivalente” tra Chiesa Cattolica e cinema sia stato superato, e come l’esistenza stessa di un soggetto come l’Ente dello Spettacolo e della sua testata “La Rivista del Cinematografo” (che festeggia quest’anno i suoi primi 90 anni) confermi la perdurante attenzione dei cattolici verso questo importante medium. Il futuro, ha concluso Galantino, “è dentro una ricetta da riscrivere insieme, e non solo nel settore del cinema”.

 

Monsignor Davide Milani, Presidente della Feds, ha rimarcato come “il cinema di qualità deve essere tutelato. Raccoglieremo la comunità del cinema dal 4 al 7 ottobre a Castiglione del Lago, per festeggiare i novant’anni de ‘La Rivista del Cinematografo’. Abbiamo un’attenzione particolare verso i giovani”.

 

Francesco Rutelli, Presidente della confindustriale Anica, ha sostenuto che si tratta di “un lavoro di grande interesse. Il box office quest’anno è positivo, e si sta alzando il livello delle opere”. Alcuni dei presenti in sala si sono domandati da quale analisi di dati Rutelli giunga a simili conclusioni, ricordando il disastro del “box office” nel 2017 (ovvero quel -12 % a livello di incassi e spettatori rispetto al 2016: vedi “Key4biz” del 10 gennaio 2017: “Il 2017 ‘annus horribilis’ per il cinema italiano”), e considerando il carattere contingente che, nell’economia cinematografica, hanno gli andamenti di incassi, se analizzati nel breve periodo (influenzati da mutevoli dinamiche multifattoriali: titoli offerti, copie disponibili, concorrenza televisiva, e finanche condizioni meteorologiche…).

 

Riteniamo che questo ottimismo ad oltranza non stimola la riflessione cosciente ed un’evoluzione critica del sistema. Gli consigliamo di leggere la lunga intervista a Pupi Avati, pubblicata su “il Giornale” di oggi (a firma di Paolo Scotti): il regista ormai ottuagenario (ma ben attivo, questa sera Rai2 trasmette il suo “Il fulgore di Donny”) sostiene a chiare lettere che “il cinema italiano, in realtà, è gravemente malato. Ha il virus della cattiva scrittura. Buoni attori, registi, operatori non mancano. Ma non abbiamo più i migliori sceneggiatori del mondo. Inoltre una volta facevamo tutti i generi. Oggi è solo commedia. Anzi, commediola. ‘Perfetti sconosciuti’ ha successo? Non si fa altro che tentare di riprodurlo, ossessivamente…”. Avati affronta una questione “estetologica”, e segnala come le opere di Matteo Garrone e Alice Rohrwacher – “Dogman” e “Lazzaro felice” – non debbano fare gridare alla “rinascita del cinema italiano”, perché si tratta di “due identità fortissime quanto isolate”, prototipi felici ma anomali: “appropriarsi in massa della loro vittoria non solo è scorretto: è inappropriato”.

 

Il problema è strutturale: tante criticità profonde del cinema italiano non sono state affrontate, nonostante la manna che verrà dalla legge Franceschini-Giacomelli (dovremo attendere un anno o due per comprendere i risultati effettivi). Lo stesso Rutelli ha avuto l’onestà di osservare l’anomalia di una kermesse come il David di Donatello, trasmesso da Rai1 con discreta audience, ma assegnando premi a film che (quasi) nessuno dei telespettatori ha visto al cinema, anche perché spesso le opere premiate (qualità a parte) hanno sofferto delle strozzature del sistema distributivo e dell’assenza di un sistema promozionale integrato per il cinema in sala (vedi anche “Key4biz” del 22 marzo 2018, “La premiazione dei ‘David di Donatello’ torna in Rai ma non convince”)…

 

La parola è poi passata ad alcuni ricercatori che hanno partecipato al gruppo di lavoro: Mariagrazia Fanchi (professore ordinario di Media Studies and Cultural History presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), Alessandro Rosina (professore ordinario di Demografia e Statistica Sociale anch’egli alla Cattolica, nonché Coordinatore scientifico del “Rapporto Giovani” dell’Istituto Giuseppe Toniolo, sempre della Cattolica), Bruno Zambardino (Responsabile Affari Europei Istituto Luce-Cinecittà, già consigliere del Dg Cinema), Angela D’Arrigo (referente Ufficio Bandi della Feds).

 

Se fino all’ottava edizione, si poteva lamentare l’approccio asettico ed acritico nella interpretazione dei fenomeni, non si poteva non riconoscere l’utilità del dataset dell’Ente dello Spettacolo. Si è passati dalle 600 pagine dell’ottava edizione alle poco più di 200 della nona edizione, e ciò basti.

 

Fino all’ultima edizione (presentata a metà luglio 2016, relativa all’anno 2015), il corposo “Rapporto” della Feds restava (purtroppo) pressoché l’unico strumento (pubblico) di raccolta di dati sull’economia del cinema in Italia (vedi “Key4biz” del 15 luglio 2016, “Come sta il cinema in Italia?! Diagnosi dubbia, terapia incerta”). Uno strumento criticabile (per alcuni approcci metodologici), ma comunque utile per tutti gli operatori del settore (non soltanto quelli imprenditoriali). Uno strumento che, dopo le prime cinque edizioni, ha perso alcuni capitoli importanti, per ragioni misteriose (alcuni malignano a causa di una decisione dell’Anica): per esempio, dalla sesta edizione sono curiosamente scomparse tutte le tabelle con i dati dei fatturati e di altri indicatori economici tratti dai bilanci delle singole imprese, che presentavano invece indicatori preziosi per comprendere la vera economia del settore…

 

Tante volte – anche su queste colonne – abbiamo denunciato la gravità dell’assenza di un “sistema informativo” del mondo cinematografico e audiovisivo italiano, anche a causa del progressivo smantellamento di quello che doveva essere (dovrebbe essere) lo strumento primario e centrale di ricognizione ed analisi del settore, ovvero l’Osservatorio dello Spettacolo del Mibact (depotenziato e definanziato, ed ormai ridotto al fantasma di quel che era un tempo). Tante volte abbiamo segnalato che, in assenza di strumentazione tecnica adeguata, anche il più volenteroso dei “policy maker” corre il rischio di commettere errori (qualsiasi riferimento all’ex Ministro Franceschini non è casuale): ricordiamo, una volta ancora, che si decanta retoricamente il “tax credit”, ma, a distanza di quasi dieci anni dall’introduzione di questo strumento, nessuno è in grado di dimostrare “se” e “come” ha contribuito realmente alla rigenerazione del sistema cinematografico italiano, in termini economici e semiotici.

 

Sia ben chiaro: non c’è più il dataset degli anni scorsi, ma senza dubbio anche la nona edizione del “Rapporto” fornisce comunque stimoli interessanti.

 

La scoperta” (come recita il comunicato stampa)? “La scoperta. In tutti i mercati presi in considerazione, gli ‘over 60’ che amano andare al cinema sono in aumento. Si parla di un incremento dell’11 % rispetto al 2001. I motivi si trovano nelle prospettive di vita più lunghe e nella voglia di socializzare, specialmente per chi è rimasto solo”. L’Italia si conferma “un Paese per vecchi”. Il cinema è frequentato sempre più da giovani ed anziani: “teen pics” e “grey hair pics” dominano… Il fenomeno comunque è confermato da un trend complessivo che caratterizza buona parte degli altri Paesi europei. Si segnala che si tratta di considerazioni emerse su un “campione” assai limitato dimensionalmente: sono stati promossi 5 “focus group” per un totale di soltanto 50 interviste realizzate in diverse aree geografiche), e questi risultati vanno quindi trattati con prudenza.

 

Focus anche sui “Millennials”: i giovani di età compresa tra i 20 ed i 35 anni non smettono di uscire di casa per andare al cinema, e sembrano preferire i “multiplex” ai “monosala”. Molti vorrebbero andare di più al cinema, ma il prezzo del biglietto è un deterrente. La loro generazione, seppure digitalmente evoluta, auspica un futuro di sale cinematografiche, ma con costi più contenuti, come dimostra il successo dei “Cinema Days” (su questa tesi – ovvero il presunto “successo” della controversa iniziativa sia consentito manifestare perplessità, perché ci sembra una lettura semplicistica: vedi in argomento “Key4biz” del 19 marzo 2018, “Scoppia il caso ‘CinemaDays”, esercenti contro produttori e Mibact”).

 

Le strategie” (crediamo che un titolo più corretto sarebbe… “L’assenza di strategie”!). Sarebbe necessario stimolare il pubblico al consumo “theatrical” (oh, perbacco, che novità!), e offrire “una maggiore omogeneità nella programmazione” (che significa?!), evitando periodi di eccessiva offerta rispetto ad altri di scarsa possibilità di scelta. Il mercato è aggressivo e sovraffollato: Amazon, Netflix, Tim Vision e le “pay-tv” tradizionali sfidano la più tradizionale distribuzione cinematografica. Il fenomeno delle multisale non agevola inoltre la diffusione dei film nei cinema monosala, soprattutto nei centri urbani medio piccoli. In quattordici anni, dal 2000 al 2014, in Italia hanno chiuso 888 cinema, prevalentemente monosala (1.083 schermi). Il trend è negativo se si guarda ai totali: a maggio 2011 erano aperte 1.872 sale (3.936 schermi), ed a fine 2014 solo 1.725 (per 3.913 schermi). Una perdita culturale e di occasioni di aggregazione sociale.

 

Durante la presentazione è intervenuto – tra gli altri – il neo Presidente dell’AnecAssociazione Nazionale Esercenti Cinema della confindustriale Agis, Mario Lorini (il 23 maggio è subentrato ad Alberto Francesconi), che ha sostenuto che la “variabile prezzo” è senza dubbio una di quelle su cui fare leva (con una strategia di “pricing” lungimirante, però), ma che si deve ragionare su una promozione integrata del consumo di cinema in sala (in una prospettiva multidimensionale). Non resta che augurarsi che recepisca al meglio l’eredità del suo predecessore, che stava lavorando ad un “progetto di promozione integrata” (appena eletto, Alberto Francesconi nel novembre 2017, aveva chiesto al Mibact un fondo ad hoc, dotato di adeguate risorse, nell’ordine di almeno 5 milioni di euro). In occasione della sua elezione, Mario Lorini (59 anni, già Presidente della Fice Federazione Italiana Cinema d’Essai dal 2006 al 2013) ha sostenuto la necessità di “imprimere determinazione e velocità nelle azioni e nelle imminenti sfide che attendono l’esercizio e nei rapporti con la filiera”, con una profonda riorganizzazione dell’Anec stessa, “tanto nelle modalità di rappresentanza quanto nella struttura associativa”. Il Presidente dell’Anem (l’associazione dei multiplex, aderente all’Anica), Carlo Bernaschi ha sostenuto che si potrebbe ragionare su una “card” a prezzi ridottissimi per i giovani: “dovremmo far entrare i giovani al di sotto di una certa età con un eccezionale sconto, anche nei festivi. In Francia, su questo, hanno trovato un accordo, noi ci stiamo lavorando…”.

 

Conclusivamente, il “Rapporto” della Feds, nella sua nuova veste, è comunque uno strumento interessante, sebbene assai diverso dal passato. Non si comprende perché l’Ente dello Spettacolo abbia comunque interrotto una tradizione di raccolta di dati che era assolutamente utile (in assenza totale di altre fonti). Alcuni sostengono che ciò sia dovuto anche al definanziamento dello Stato italiano a favore della Cei, ovvero, nel caso specifico, alla riduzione delle sovvenzioni del Mibact all’Ente dello Spettacolo, che sono calate dai 499mila euro del 2016 (di cui 459mila per la promozione del cinema in Italia e 40mila per l’estero, veramente tanti bei soldini pubblici: fonte “Relazione annuale sul Fus al Parlamento” per l’anno 2016, presentata ad inizio dicembre 2017) ai 65mila euro per l’anno 2017 (pochini, in effetti: effetto sano o perverso della legge Franceschini?!).

 

Ci si domanda, ancora una volta, perché non è lo stesso Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo a dotarsi di una tecnostruttura interna che consenta di acquisire finalmente una radiografia approfondita, plurale e critica, del sistema cinematografico. Perché affidarsi ad… entità straniere (ci consenta la battuta!) come la Cei o ad una soltanto delle “anime” – inevitabilmente partigiane – del settore cinematografico qual è l’Anica (che peraltro produce insieme al Mibact un surreale dossier intitolato impropriamente “Tutti i numeri del cinema italiano”)?!

 

Resta indispensabile un ancora oggi inesistente “rapporto annuale” accurato, con un dataset completo e trasparente (vedi esemplicativamente alla voce “obblighi di investimento” delle emittenti televisive), con una lettura policentrica e critica dei fenomeni, che veda coinvolti tutti gli attori della “filiera”: le associazioni degli autori (Anac, 100autori, Writer Guild Italia), i sindacati di settore (in primis, il Sindacato Lavoratori della Conoscenza – Slc Cgil), le varie professionalità del sistema (tecnici ed artisti), le nuove associazioni (come la Cna Cinema e Audiovisivo), e finanche i “player” ormai determinanti nell’economia del sistema audiovisivo (dai “broadcaster” agli “over-the-top”…).

 

Sicuramente, non è comunque “cosa buona e giusta” che si riducano i budget assegnati alle attività di ricerca e studio (indipendentemente dai beneficiari delle pubbliche sovvenzioni). Infatti, meno si sa, e più si può “manovrare” discrezionalmente: questo è il motto dei peggiori “decision maker” (cui l’Italia della Seconda Repubblica ci ha abituato), in barba a valutazioni di efficienza/efficacia ed a logiche di trasparenza. Crediamo che questo andazzo debba essere sradicato, dal prossimo titolare del Mibact. Da quale governo (che verrà), non è qui ed ora dato sapere. Ahinoi…

 

Rassegna stampa dignitosa, oggi, per misurare la ricaduta della presentazione di ieri. Pur essendo finanziato dal Mibact, il “Rapporto” non è purtroppo disponibile gratuitamente, come pure riteniamo dovrebbe essere.

 

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