Cinema

ilprincipenudo. La premiazione dei ‘David di Donatello’ torna in Rai ma non convince

Il ritorno della premiazione dei David di Donatello è un’occasione mancata per la promozione del cinema italiano. Un dignitoso 14 % di share, ma un’impostazione arcaica, sganciata da logiche di marketing.

di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult) |
Angelo Zaccone Teodosi

ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Dopo molti anni, la cerimonia di premiazione dei David di Donatello, il più famoso premio del cinema italiano, è tornata su Rai 1: i risultati di share ed audience sono stati dignitosi, con una quota del 14 % ed un pubblico di circa 3 milioni di persone. Il programma è andato in onda dalle 21.30 fino ad un quarto d’ora dopo la mezzanotte.

Un livello di ascolti naturalmente ben diverso rispetto a quello delle ultime due edizioni, che erano state celebrate da Sky Italia: l’edizione 2017, in diretta dalle 21.15 su Tv8 e sui canali Sky era stata vista da 673mila spettatori medi, con il 2,6 % di share. L’edizione 2018 ha quindi avuto 5 volte il pubblico dell’edizione 2017, e ciò rappresenta senza dubbio un buon risultato in termini “quantitativi”.

L’iniziativa poteva essere un’eccellente occasione per una promozione intelligente del cinema italiano: ahinoi, l’obiettivo è stato raggiunto in minima parte, e la kermesse si è risolta in una autocelebrazione narcisistica.

La questione è complessa, merita una riflessione attenta, che può partire dalla conduzione di Carlo Conti, con poco mordente: rituale e banale, professionale ma ripetitiva. Basti osservare che il conduttore ha utilizzato una decina di volte l’aggettivo “meraviglioso”, nel tentativo artificiale e forzato di pompare attrattività in uno show che non ha avuto quasi nessuna capacità emozionale. Si è percepito un forte deficit nei testi: uno spettacolo come questo ha necessità di interventi autoriali forti, spiazzanti, spettacolari. Che non ci sono stati. Semplicemente penoso un siparietto affidato a Nino Frassica, che avrebbe voluto essere comico.

Il processo selettivo della giuria dei “David” ha peraltro premiato un cinema – piuttosto variegato e spesso di qualità – discretamente lontano dal pubblico.

Come sostengono alcuni anche rispetto ai mitici Oscar statunitensi, questi “premi” svolgono una funzione spesso soltanto autoreferenziale: Hollywood si congratula con se stessa, e la comunità del cinema italico tenta di emulare questo effetto-specchio, ma negli Usa l’industria del cinema ha una potenza di marketing che nel nostro Paese è inesistente (in sostanza, nel business dell’immaginario americano, gli Oscar sono un elegante accessorio).

Come è noto, i premi sono assegnati annualmente dall’Ente David di Donatello dell’ Accademia del Cinema di Roma: le ambite statuette raffigurano, in miniatura, il “David” di Donatello conservato nel Museo del Bargello di Firenze.

Il Consiglio Direttivo dell’Accademia è così formato (in ordine alfabetico, con la rispettiva “rappresentanza”): Roberto Andò (autori), Gaetano Blandini (Siae-socio fondatore sostenitore), Nicola Borrelli (“società”), Francesca Cima (Anica), Domenico Dinoia (Agis-Fice), Carlo Fontana (Agis), Alberto Francesconi (Agis-Anec), Giancarlo Leone (“società”), Francesco Ranieri Martinotti (autori), Andrea Occhipinti (Anica), Andrea Purgatori (Autori), Francesco Rutelli (Anica).

Ma chi sono i “giurati”?!

Ben 1.600 persone, una “eletta” schiera, sterminata e variegata: vi sono professionisti del settore e non. Lo statuto dell’Accademia del Cinema prevede che la giuria sia formata anzitutto dai candidati e dai premiati con il David di Donatello, e da “esponenti della cultura, dell’arte, dell’industria, dello spettacolo, con particolare attenzione alle sue varie categorie tecniche e artistiche, e da personalità rappresentative della società italiana”. Insomma, può rientrarvi… “la qualunque”, e nel corso del tempo sono state segnalate presenze discretamente curiose ed improprie, che col cinema poco o nulla c’azzeccano.

Per l’edizione 2018, avrebbero votato per i premi 1.440 su un totale di 1.626 giurati (ovvero l’89 % del totale) con possibilità di voto. Da segnalare che le donne sono soltanto circa 500 su oltre 1.600, ed immaginiamo che la Presidente Piera Detassis (subentrata alla presidenza dopo 35 anni del compianto Gian Luigi Rondi) voglia adoprarsi per superare questo assetto squilibrato.

Il discorso sulla “giuria” ci porta inevitabilmente ad una riflessione sulla sua “rappresentatività”: “chi” rappresenta la Giuria dei David, quale spaccato della società italiana o anche soltanto del sistema culturale nazionale?!

Il rischio di autoreferenzialità di una “comunità” dai perimetri incerti (ma senza dubbio autocentrata) è inevitabile. Forse si potrebbe ragionare su una modifica di questo “campione”, che rappresentativo della popolazione italiana certamente non è: e nemmeno del pubblico cinematografico, e forse – paradossalmente – nemmeno della “comunità” di riferimento primario (ovvero di chi lavora nell’industria del cinema).

Il discorso ci porta oltre: che senso hanno ancora gli stessi festival cinematografici, se non come occasioni di riflessione alta sul cinema, data la loro ormai modestissima ricaduta in termini di mercato?

Basti osservare che ci sono non pochi casi di film eccellenti, premiati a Cannes o a Berlino, che non riescono poi ad acquisire nemmeno uno straccio di distribuzione “theatrical” nel circuito cinematografico italiano…

E qui sorge naturale e dolente la domanda: che effetto di promozione e marketing determinano i David di Donatello?!

Non ci risultano esistano ricerche specifiche: perché il Ministero e l’Accademia non se ne fanno promotori?!

Anche questa è la tanto auspicata (e quasi mai praticata) “valutazione d’impatto”.

Sia ben chiaro: vedendo le clip di molti film, ieri sera, lo spettatore (televisivo) medio ha sicuramente ricevuto input stimolanti, e si è avuta l’impressione di un cinema italiano vario e plurale, e forse, tra i 3 milioni di telespettatori, qualcuno s’è convinto che è bene affacciarsi in una sala cinematografica.

Ma… dove si trova poi, concretamente in sala, questo cinema?!

Molti dei film premiati ai David sono sostanzialmente invisibili, hanno avuto teniture modeste in sala e forse nemmeno i nuovi obblighi imposti ai “broadcaster” dalla legge cinema e audiovisivo Franceschini-Giacomelli consentirà loro una vera circuitazione, diffusione, visibilità…

Di cosa stiamo parlando quindi?! Di quale “promozione”? Di una “promozione” in senso lato, molto lato, essendo sganciato il premio dal mercato? Qual è il senso attuale e reale di una kermesse come i David di Donatello?!

La questione merita un’analisi profonda: crediamo che debba essere avviata anzitutto dai due principali promotori, l’Anica e l’Agis, ma debba assolutamente coinvolgere il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ed ovviamente anche la Rai.

Anche perché i David di Donatello assorbono non poche risorse pubbliche, tra Mibact e Rai: non poche centinaia di migliaia di euro l’anno, che dovrebbero essere spesi con grande cura, parsimonia, attenzione ai risultati. E finanche trasparenza: stupisce osservare che nella “Relazione sull’utilizzazione del Fondo Unico per lo Spettacolo e sull’andamento complessivo dello spettacolo” (l’ultima disponibile è relativa all’anno 2016, ed è stata pubblicata il 4 dicembre 2017) del Mibact non vi sia traccia alcuna né dei David di Donatello né dell’Accademia del Cinema Italiano… E sul sito web dell’Accademia del Cinema Italiano, non risulta una sezione “trasparenza”: il bilancio della fondazione non è pubblico. Si ha ragione di ritenere che il sostentamento dell’Accademia e del “David” sia a carico dei “soci fondatori di diritto”, ovvero Anica ed Agis, ed essendo sia la prima sia la seconda (entrambe associazioni confindustriali) ben sostenute dai contributi ministeriali, si immagina che andranno ad allocarli anche a favore delle attività del “David”. Con quali budget esattamente e come, non è purtroppo dato sapere.

Nell’edizione di ieri 21 marzo, anche il settimanale “l’Espresso” ha titolato un articolo piuttosto critico: “Inchiesta. Cinema, perché il David è da ripensare Tra critiche ai meccanismi di voto e dubbi sulla composizione della giuria, il premio ha bisogno di rafforzare la sua credibilità”. L’inchiesta, firmata da Francesca Sironi, propone varie perplessità sui meccanismi di composizione della Giuria, e ricorda che Ficarra e Picone, record di incassi con “L’ora legale”, hanno deciso di non partecipare al concorso, motivando la scelta con una critica ai meccanismi del voto ed all’attenzione dedicata ai film da parte della giuria. Pietro Valsecchi, produttore di Checco Zalone e altri successi, ritiene il “David” espressione di una “lobby obsoleta, che non ha mai dato molto al cinema, e ha perso il suo peso specifico”.

Si ricorderanno le polemiche del 2016 e del 2017, nella querelle tra Rai e Sky nel “contendersi” la messa in onda della serata finale della premiazione… “Il Fatto Quotidiano” ricordava che l’Accademia beneficiava di un contributo pubblico di ben 750mila euro, e che nel 2016 Sky Italia aveva preteso dall’Accademia 150mila euro per la coproduzione della serata finale… Secondo alcuni, la conduzione di Alessandro Cattelan e l’impostazione dello show era più efficace e spettacolare di quella del rituale Carlo Conti. Secondo altri, la rottura dei rapporti tra Accademia e Sky sarebbe stata dovuta ad alcune richieste avanzate da Sky Italia: variazioni al regolamento del Premio, dal numero di votanti alla quantità di premi consegnati (considerati entrambi eccessivi), ed altro ancora.

Come si pongono gli italiani David rispetto ai francesi César ai britannici Bafta agli spagnoli Goya?! Si tratta per lo più di iniziative che restano dentro i rispettivi confini nazionali, con logiche che finiscono per essere inevitabilmente “provinciali”.

Che senso hanno queste iniziative, se non contribuiscono realmente a far superare alle opere i propri confini nazionali e se non contribuisco ad incrementare la fruizione dei film che vengono premiati?!

La questione va affrontata seriamente, se si vuole ragionare di “promozione del cinema” in sala.

Quale “cinema”?

Esiste un “cinema” per gli addetti ai lavori (critici cinematografici professionisti in primis), ed un “cinema” per il pubblico (che le critiche cinematografiche nemmeno le legge). Chi scrive di cinema sui giornali, e chi non legge nemmeno i giornali. Si tratta di mondi paralleli, veri e propri mondi a parte.

Basti segnalare che l’opera premiata come miglior film 2018, il musical-kitsch “Ammore e malavita” dei Mainetti Bross (il film ha vinto in totale ben 5 David), nonostante sia stato considerato una sorta di efficace risposta italiana a “La La Land”, è stato sostanzialmente un flop nelle sale cinematografiche, con un incasso di poco più di 1,4 milioni di euro (senza qui entrare nel merito del pompaggio di Rai Cinema e della presentazione in pompa magna al Festival di Venezia), e basti segnalare che un onesto commediante come Checco Zalone non entra nemmeno nel novero delle “nomination”, coerentemente con la dominante cultura radical-chic di certa sinistra intellettuale snob che ancora imperversa su molti giornali e nei salotti romani.

Va apprezzato che, quest’anno, non ci sia stata una grande concentrazione su pochi titoli, il che potrebbe lasciar sperare che la macchina organizzativa delle “lobby” quest’anno non abbia avuto un ruolo predominante nelle selezioni.

Rispetto allo show televisivo, sia consentito muovere alcune critiche: il monologo di Paola Cortellesi, che ha aperto il programma, ci è parso inadatto, soprattutto considerando che si trattava di prima serata di Rai1, con un pubblico verosimilmente formato anche da minori. La simpatica attrice ha letto un elenco di parole che declinate al maschile assumono un significato serio e onorevole, mentre al femminile è un dispregiativo quasi sempre in chiave sessuale-sessista (da cortigiano/cortigiana a gatto morto/gatta morta…): tutto centrato sul concetto di… “mignotta”. Ci sarebbero stati modi più efficaci ed eleganti per proporre un discorso simile, che pure certamente merita attenzione, in termini di sensibilizzazione culturale.

Tralasciamo, per pena, un commento sulle musichette di sottofondo utilizzate per “accompagnare” le premiazioni, mentre va apprezzata la capacità della voce “fuori campo” dell’eccellente Roberto Pedicini, che ha apportato un tocco di eleganza.

Che dire della “star” Steven Spielberg?! L’intervento è stato interessante, ma come evitare di rimarcare che si è comunque risolto con una “marchetta” per l’imminente uscita del suo nuovo film “Ready Player One”? Una bella audience per il trailer del suo film (per la gioia della Warner Bros), a fronte di un promo semplicemente ridicolo per l’iniziativa “CinemaDays” promossa dal Mibact (qualche settimana di cinema in sala col biglietto a 3 euro, di cui abbiamo criticamente scritto lunedì su queste stesse colonne: vedi “Key4biz” del 19 marzo, “Scoppia il caso ‘CinemaDays’, esercenti contro produttori e Mibact”). Ciò basti, a proposito di “promozione”. Spielberg (classe 1946) è poi caduto su una buccia di banana: ha tributato onori al vecchio cinema italiano (che ha formato la sua generazione), ma, a proposito del nuovo e giovane cinema italiano deve essere stato imbeccato male, perché ha citato Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, Valeria Golino e Alba Rohrwacher, d’accordo, ma anche… i fratelli Taviani, che sono rispettivamente classe 1929 (Vittorio) e 1932 (Paolo).

Soltanto due i momenti che hanno provocato un po’ di pathos: commovente Jasmine Trinca, quando ha spiegato che sta cercando di trasmettere a sua figlia una idea di “femminile non stereotipato”, e commovente Renato Carpentieri che ha sostenuto che “la tenerezza è una virtù rivoluzionaria”.

Per il resto, ritualità e convenevoli a gogò.

Non crediamo che la kermesse meriti particolari segnalazioni: per quanto riguarda i premi, ci limitiamo a qui ricordare che il film dei Manetti Bros si è aggiudicato questi 5 “David”: “film”, “attrice non protagonista” (Claudia Gerini), “colonna sonora” (Pivio e Aldo de Scalzi), “canzone originale”, “costumi” (Daniela Salernitano). Sempre nel segno della città partenopea, 2 David per “Napoli velata” di Ferzan Ozpetek (scenografia Ivana Gargiulo e Deniz Gokturk Kobanbay e fotografia Gian Filippo Corticelli), 2 per l’animazione “Gatta Cenerentola” della “factory” Mad di Luciano Stella (produttore ed effetti speciali). Migliore “attrice protagonista” Jasmine Trinca per “Fortunata” di Sergio Castellitto, miglior “attore protagonista” Renato Carpentieri per “La tenerezza” di Gianni Amelio, “attore non protagonista” Giuliano Montaldo per “Tutto quello che vuoi” di Francesco Bruni (che vince anche il “David Giovani”). Tra le sorprese di questa edizione, la miglior regia al giovane italo-americano Jonas Carpignano per “A Ciambra”, che vince anche per il “montaggio”. “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli è stato premiato per la “sceneggiatura originale”, il “trucco”, le “acconciature” e il “suono”. Migliore “opera prima” è stata eletta “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi; miglior corto “Bismillah” di Alessandro Grande, tra i documentari vince Anselma Dell’Olio con “La lucida follia” di Marco Ferreri; film straniero “Dunkirk” (regia Christopher Nolan), film Unione Europea “The Square” (regia di Ruben Östlund). Per chi vuole conoscere i premi in dettaglio, si rimanda all’apposita sezione del sito dell’Accademia.

Da segnalare una sorta di pervasiva vittoria morale ed iconica del “cinema napoletano”, ovvero – più esattamente – del cinema “su” e “con” Napoli: d’altronde s’erano registrate ben 44 “nomination” di film che hanno avuto la città partenopea come set privilegiato.

Rispetto agli ascolti, va segnalato che al 14,3 % di share dei “David”, si è contrapposto “Tutte le strade portano a Roma” (film spagnolo diretto da Ella Lemhagen, con Sarah Jessica Parker e Raoul Bova) su Canale 5, con il 13,3 %. In sostanza il David ha conquistato la prima serata della televisione italica di mercoledì 21 marzo: 14 % vs 13 %, anche se a livello di spettatori il film su Canale 5 ha superato di poco gli spettatori del David, 3.105.000 spettatori a fronte di 3.012.000 spettatori. Senza qui entrare nel merito – ovviamente – delle convenzioni metodologiche e della complessiva affidabilità (o meno) dello strumento Auditel.

È interessante osservare cosa abbia guardato quell’86 % che non ha visto i David… è forse questo il target cui si dovrebbe puntare, per riportare la gente al cinema???

Su Italia 1, “Le Iene” ha intrattenuto 2,2 milioni di spettatori, ovvero uno share dell’11,8 %. Su Rai3, “Chi l’ha visto?” ha ottenuto 2,4 milioni di spettatori pari all’11,1%. La seconda puntata della fiction “Il Cacciatore” su Rai 2, con 1,8 milioni di spettatori, con uno share del 7,4 % (a fronte della prima puntata che aveva superato il 10 %). Su Rete4, la “Partita Mundial – Italia vs Resto del Mondo” ha registrato un ascolto medio di 658mila spettatori con il 2,6 % di share. Su La7, “Atlantide” ha contato 603mila spettatori, con uno share del 2,7 %. Su Tv8, “Angeli e Demoni” 561mila spettatori, con il 2,6 %. Su Nove, il film “Jumanji” ha realizzato 492mila spettatori, con uno share del 2,1 %. Su Rai4, “Mac Gyver” ha segnato 426.000 spettatori, e l’1,7%. Su Rai Movie, “Fuori Controllo – Edge of Darkness” ha ottenuto 637mila spettatori con il 2,6 %. Su Iris, “I Vicerè” 446.000 spettatori, con l’1,9 %. Su La5, “L’Isola dei Famosi” ha registrato 247.000 spettatori, e l’1,3%. Su Real Time, “Primo Appuntamento” ha convinto 384mila spettatori, con l’1,5 % di share nel primo episodio, e 212mila spettatori, con l’1 % nel secondo episodio…

L’analisi delle “curve di ascolto” evidenzia che Conti è rimasto in testa fino alle 23.20; quando sono finiti la fiction su Canale 5 ed il film su Rai, Italia 1 si è avvicinata a Rai1 ed è passata in testa per alcuni tratti della seconda serata.

Da segnalare che nella mattinata di mercoledì su Rai1 lo speciale “Tg1 Cerimonia di Presentazione dei Candidati dei David di Donatello al Quirinale” ha raccolto solo 835mila spettatori con l’11,4 %, uno share molto più basso rispetto alla media di rete di Rai1. Condotta da Francesco Pannofino, è stata una iniziativa ovviamente istituzionale, con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricevuto dalla Presidente dei David Piera Detassis la lettera aperta “Dissenso Comune”, che chiede parità salariale, codice etico, e rivendica quote rosa.

Il Ministro Dario Franceschini ha proposto nell’occasione un breve bilancio del suo mandato: “La legislatura è finita ma abbiamo fatto quella legge sul cinema attesa da anni e anche i 24 decreti legislativi che danno concretezza alla legge. Le risorse per il cinema sono aumentate del 60 %. Abbiamo portato avanti un piano straordinario di 120 milioni a sostegno dei cinema chiusi e per aprire nuove sale. Bisogna continuare a investire, dopo che in questa legislazione la cultura ha trovato la sua centralità perché ciò che è stato fatto non sia disperso, sarete voi a tutelarlo”. Attendiamo di verificare l’effettivo impatto della nuova legge. Attendiamo di sapere chi sarà il suo successore. Lo scenario permane incerto. Senza dubbio il principe ha finalmente allargato i cordoni della borsa, e tutti gliene sono grati, ma il lavoro da fare è veramente ancora tanto, affinché le risorse pubbliche non vadano a ri-produrre l’esistente, ovvero la debolezza strutturale dell’industria audiovisiva italiana.

Conclusivamente, ci piace qui citare una battuta di Steven Spielberg: “per conquistare il pubblico, devi essere il pubblico”. In Italia, molti di coloro che fanno cinema non sembrano essere esattamente d’accordo. Ed il David di Donatello sembra esserne una riprova.

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