un datagate senza fine

Facebook, un altro scandalo. Numeri di telefono e dati degli utenti a aziende ‘amiche’

Il Wall Street Journal ha scoperto che Facebook nel 2015 ha stipulato accordi con la Royal Bank of Canada, Nissan e altre società a cui ha ceduto: numeri di telefono e la lista di amici e parenti degli utenti. Nonostante l'impegno di Zuckerberg: 'dal 2015 non ceduti più dati a società esterne'.

di Luigi Garofalo | @LuigiGarofalo |

Un’altra bugia di Mark Zuckerberg smascherata. Il Wall Street Journal ha scoperto che Facebook nel 2015 ha stipulato accordi ‘personalizzati’ e di favore con la Royal Bank of Canada, Nissan Motor Co. e altre società ‘amiche’ a cui ha ceduto: numeri di telefono e la lista di amici e parenti degli utenti. Nonostante la promessa di Zuckerberg. Il fondatore e Ceo del social network, dopo il caso Cambridge Analytica ha dichiarato, prima sulla sua pagina personale e poi al Congresso Usa e al Parlamento europeo, che dal 2014 “per prevenire applicazioni sleali, la piattaforma ha iniziato a limitare drasticamente l’accesso alle app che raccolgono i dati degli utenti” e “dal 2015 sono state bandite app che raccolgono e condividono dati senza il consenso delle persone”.

Sia in questa vicenda sia in quella messa in luce, la scorsa settimana, dal New York Times Privacy barattata, nuovo scandalo Facebook. Fa spiare gli utenti da 60 produttori di smartphone e tablet, Facebook non solo ha mentito, ma è lei stessa a bypassare il consenso espresso degli iscritti e a cedere i dati alle aziende per diverse convenienze. Perché gli accordi con la Bank of Canada, Nissan Motor e le altre società scoperte dal Wall Street Journal? Perché erano importanti inserzionisti sulla piattaforma. E per ricambiare il ‘favore’, Facebook ha dato vita al sistema whitelist, una corsia preferenziale, un accesso esteso e speciale dei dati (fra cui liste di amici, gradi di parentela, numeri di telefono). Un fatto che la stessa azienda di Menlo Park, messa alle strette, è stata costretta a riconoscere. Facebook, spiega il Wsj, ha confermato il rapporto, che è terminato prima della fine del 2015, riconoscendo le informazioni fornite ad un “piccolo numero” di aziende, inserzionisti e altri clienti commerciali.

Ha ragione, dunque, il Garante Privacy italiano, Antonello Soro, che nella nostra videointervista ha detto: ‘Ho idea che Facebook non ci abbia raccontato tutti gli errori commessi e gli episodi emersi fino ad oggi siano solo la punta di un iceberg’.

 

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