Fisco

Caso Apple: ora la Web Tax nella Legge di Stabilità?

Il provvedimento Ue contro Apple riapre in Italia la discussione sulla necessità di introdurre una Web Tax come Renzi aveva promesso.

di Raffaella Natale | @RaffaNatale |

Il caso Apple riaccende in Italia la discussione sulla necessità di introdurre rapidamente la Web Tax.

Ieri l’Antitrust Ue ha annunciato d’aver concluso l’indagine sul gruppo americano che dovrà restituire 13 miliardi di tasse inevase grazie agli accordi fiscali stretti con l’Irlanda che per Bruxelles rientrano sotto la forma di aiuti di Stato illegali.

 

Il provvedimento ha infiammato il dibattito animato dal viceministro dell’Economia, Enrico Zanetti, e dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, che sottolineano la necessità di avviare in Italia un importante confronto sugli attuali sistemi fiscali che possono facilmente essere raggirati dalle multinazionali, tante quelle del web.

 

Bisognerebbe, quindi, che il Premier Matteo Renzi desse seguito alla promessa fatta nel 2015, quando disse che se la Ue non avesse agito, ci avrebbe pensato l’Italia introducendo una tassa per il digitale a partire dal primo gennaio 2017.

Ci siamo quasi, no?

Mancano giusto alcuni mesi.

 

Il Messaggero scrive che Enrico Zanetti è tornato alla carica chiedendo una norma antielusiva già per il 2017. In vista della Legge di Stabilità diversi tavoli tecnici tra Ministero dell’Economia, Agenzia delle Entrate e palazzo Chigi stanno studiando la questione della Web Tax anche se il rebus non è semplice da sciogliere. Sul tavolo ci sarebbero due proposte: una per tassare i giganti del web attraverso le imposte indirette, assoggettando tutto il fatturato realizzato in Italia ad Iva o magari introducendo una sorta di accisa, e un’altra che invece agirebbe sulle imposte dirette, provando invece ad intercettare i profitti generati all’interno del Paese. Questa seconda ipotesi prevede l’introduzione di una ritenuta alla fonte del 25% sulle transazioni digitali.

 

Ricordiamo che l’Italia ha fatto a apripista in Europa, come scriveva key4biz lo scorso gennaio, intervenendo su Apple e anche su altre web company ‘furbette’. Il 2016 è, infatti, iniziato con l’accordo da 318 milioni di euro tra Apple e l’Erario per definire un contenzioso inerente un’evasione contestata di circa 879 milioni di euro; subito dopo, a febbraio, la Guardia di Finanza ha notificato a Google un verbale di accertamento per una presunta evasione da 227 milioni di euro e successivamente la Procura di Milano ha chiuso le indagini sulla compagnia americana con il possibile rinvio a giudizio dei manager indagati per frode fiscale; ora, secondo indiscrezioni, nel mirino della Procura milanese sarebbe finita anche Amazon dopo una verifica fiscale condotta dalla GdF.

 

Parlando con Repubblica del caso Apple, la direttrice delle Entrate Orlandi ha commentato: “Non so se possiamo considerarci degli apripista, come ci definisce qualcuno, nel contrasto delle manovre elusive dei grandi gruppi internazionali, ma di certo l’Agenzia delle Entrate ha formulato alla società di Cupertino diverse e significative contestazioni. E l’aspetto più rilevante, a cui anche la stampa estera diede grande enfasi, è che per quelle contestazioni sono state pagate tutte le somme richieste, cioè oltre 300 milioni di euro”.

 

Secondo gli inquirenti italiani, i profitti realizzati in Italia da Apple erano stati contabilizzati dalla sede irlandese, Paese dove la pressione fiscale è più favorevole.

Si parlava di mancato versamento dell’Ires per un totale di circa 879 milioni di euro in 5 anni, dal 2008 al 2013.

Gli inquirenti, nell’avviso di garanzia, definivano Apple Italia come “una struttura svincolata rispetto alle attività ausiliare svolte dalla società residente, che svolge una vera e propria attività di vendita sul territorio per conto di Apple Sales International”.

In Italia il fascicolo su Apple era stato aperto tre anni fa. Allora la Procura di Milano contestava un altro reato e cioè la dichiarazione dei redditi fraudolenta e il periodo di imposta su cui erano partiti gli accertamenti erano il 2010 e il 2011.

Successivamente inquirenti e investigatori hanno raccolto elementi utili per il periodo che va dal 2008 al 2013, riformulando il capo di imputazione.

Apple ha quindi deciso di patteggiare e pagare al fisco italiano 318 milioni di euro.

 

Ora il governo deve agire se vuole evitare il ripetersi di simili casi.

 

Se Renzi intende davvero mantenere l’impegno dovrà darsi immediatamente da fare e dar seguito al lavoro avviato dal presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, che si è fortemente battuto perché il governo avviasse i necessari cambiamenti per adeguarsi all’economia digitale.

Non a caso ieri Boccia, commentando l’azione contro Apple, ha indicato: “Non sarebbe più logico adeguare il fisco all’economia digitale come ribadisco dal 2013?”.

In Italia – ha indicato il presidente della Commissione Bilancio – la base imponibile erosa, dai nostri calcoli supera i 30 miliardi e avere la certezza almeno del pagamento delle imposte indirette avrebbe un impatto redistributivo molto serio in ogni paese. Ora – termina Boccia – è tempo di prendere atto che l’economia è digitale. Quindi tutti devono pagare nello stesso modo ovunque si trovino”.

 

L’ormai nota Web Tax, voluta dal presidente Boccia, è in vigore dal 1° gennaio 2014 ma solo per la parte riguardante il ruling sulla pubblicità online.

 

Il cuore della norma italiana accoglierebbe la posizione assunta dalla Ue: far “pagare le tasse nei luoghi dove si fanno transazioni e affari”, come spiegava Renzi lo scorso anno.

Il premier ha osservato: “I grandi player dell’economia digitale mondiale che per me sono dei miti, come Apple e Google, hanno un sistema per cui non pagano le tasse nei luoghi dove fanno business: allora noi siccome stiamo aspettando da due anni che ci sia una legge europea abbiamo deciso di attendere la Ue tutto il primo semestre del 2016“.

 

In Italia, a fronte di un fatturato di circa 11 miliardi di euro, le multinazionali del web pagano all’erario meno di 10 milioni di euro l’anno, cioè meno dell’1 per mille. Con la sede sociale in Paesi a fiscalità privilegiata (spesso Irlanda e Lussemburgo, ndr), una struttura societaria complessa, e giocando sui prezzi di trasferimento infragruppo, riescono alla fine quasi a non pagare le imposte, se è vero che in media, a livello mondiale, versano l’1% del fatturato.

 

Se Bruxelles non passerà ai fatti lo farà l’Italia e, annunciava Renzi, nella prossima Legge di Stabilità ci sarà anche la Digital Tax.

Non ci resta che attendere.

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