Web e Tasse

Caso Apple, fisco italiano apripista in Europa. Ora tocca alla Ue

Dopo il patteggiamento in Italia ora Apple rischia una supermulta Ue da 2,3 miliardi di euro per aver goduto di aiuti di Stato illegali in Irlanda.

di Raffaella Natale | @RaffaNatale |
Apple

Il patteggiamento di Apple col fisco italiano diventa un caso destinato a creare un precedente importante per l’Unione europea, da tempo al lavoro per introdurre nuove regole che permettano di contrastare la forte elusione ed evasione di molte multinazionali, tante quelle che operano sul web, che ricorrono a sistemi aggressivi di ottimizzazione fiscale per pagare al minimo le tasse nei Paesi dove producono profitti.

E mentre la notizia italiana fa ancora eco e tanti Paesi Ue hanno già detto di volersi allineare al nostro Paese, a livello europeo già si parla dell’imminente supermulta da 2,3 miliardi di euro che potrebbe colpire Apple per aver goduto di un regime fiscale agevolato in Irlanda.

 

Il caso Italia

 

In Italia qualche giorno fa Apple ha accettato di pagare 318 milioni di euro al fisco per definire un contenzioso inerente un’evasione contestata di circa 879 milioni di euro.

Nel mirino delle autorità italiane i sistemi utilizzati dalla multinazionale, e da tante altre web company, per eludere il fisco e traghettare i profitti verso Paesi con regimi tributari più compiacenti.

Parliamo dei cosiddetti paradisi fiscali contro i quali la Ue ha annunciato l’ennesimo giro di vite nei giorni scorsi.

L’ultimo Consiglio Ue dell’8 dicembre si è, infatti, occupato di tassazione, erosione della base imponibile e trasferimento degli utili (BEPS) e ha caldeggiato anche un intervento da parte degli Stati membri nell’applicazione di disposizioni nazionali o convenzionali per prevenire simili atteggiamenti da parte delle aziende.

L’indagine su Apple è stata condotta dalla Procura di Milano insieme all’Agenzia delle Dogane e all’Agenzia delle Entrate.

Secondo gli inquirenti, i profitti realizzati in Italia da Apple sarebbero stati contabilizzati dalla sede irlandese, Paese dove la pressione fiscale è più favorevole.

L’ipotesi è il mancato versamento dell’Ires per un totale di circa 879 milioni di euro in 5 anni, dal 2008 al 2013.

Gli inquirenti, nell’avviso di garanzia, definiscono Apple Italia come “una struttura svincolata rispetto alle attività ausiliare svolte dalla società residente, che svolge una vera e propria attività di vendita sul territorio per conto di Apple Sales International”.

In Italia il fascicolo su Apple era stato aperto tre anni fa. Allora la Procura di Milano contestava un altro reato e cioè la dichiarazione dei redditi fraudolenta e il periodo di imposta su cui erano partiti gli accertamenti erano il 2010 e il 2011.

Ora invece inquirenti e investigatori hanno raccolto elementi utili per il periodo che va dal 2008 al 2013, riformulando il capo di imputazione.

Adesso Apple ha deciso di patteggiare e pagare al fisco italiano 318 milioni di euro.

 

Francesco Boccia: ‘Gli OTT hanno capito che le tasse si devono pagare’

 

Riguardo all’accordo raggiunto tra Apple e il fisco, Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera, sostenitore della cosiddetta Web Tax, ha commentato: “Sarebbe fin troppo facile, e inutile, dire ‘l’avevo detto’. Il punto è un altro: l’emorragia finanziaria legata all’evasione e all’elusione fiscale delle multinazionali del web ha raggiunto livelli altissimi e gli OTT, seppur risultando ancora casi isolati, hanno iniziato a capire che le tasse si devono pagare; e lo si deve fare nei Paesi in cui fanno profitti”.

Boccia ha aggiunto: “Quando si verificano cambiamenti radicali nel mondo fiscale, di portata rivoluzionaria come quelli legati all’economia digitale, la politica ha il dovere non solo di intercettarli presto ma di intervenire, legiferando in materia. Anche se con tre anni di ritardo, quella di Apple è una scelta saggia che mette la parole fine ad un capitolo. Certo, fossimo partiti nel 2013, come voluto dal Parlamento italiano, oggi avremmo avuto un gettito impressionante”.

Ora – ha precisato il presidente della Commissione Bilancio – è tempo di fare un discorso più serio e completo sull’intelaiatura fiscale al tempo dell’economia digitale, affrontando il tema dello spostamento della tassazione dalle imposte dirette a quelle indirette. Su questo l’Aula della Camera, già nel 2013, si era espressa a favore di una tassazione per le multinazionali del web che spostano i profitti in Paesi esteri, dove la tassazione è nettamente inferiore ma poi le cose, com’è noto, sono andate diversamente. Il governo italiano ha assunto nei mesi scorsi un impegno pubblico che, sono convinto, manterrà; anche perché, se l’Europa perdesse anche questa sfida, l’intera idea fiscale della UE sarebbe davvero al capolinea”.

Al momento in Italia è in vigore dal 2014 la Web Tax solo per la parte riguardante il ruling per la pubblicità online, promossa proprio dall’on. Francesco Boccia.

 

Anche Google nel mirino del fisco italiano

 

Il prossimo provvedimento del fisco italiano potrebbe riguardare un’altra grande multinazionale del web, Google. La procura di Milano sta già indagando su una presunta maxievasione da quasi un miliardo. Anche in questo caso, l’Agenzia delle Entrate sta trattando con i vertici italiani della società per trovare un’intesa.

Lo scorso anno Google ha smentito la notizia dell’accordo da 320 milioni di euro con il fisco italiano.

Il caso resta quindi ancora aperto e Google, come ha fatto sapere, “continua a cooperare con le autorità fiscali”.

Con un’indagine a carico di ignoti, coordinata dal Pm Isidoro Palma e affidata alla Guardia di Finanza, si è accertato che il gruppo avrebbe aggirato il fisco sugli introiti pubblicitari pagati dai clienti italiani ma contabilizzati in Irlanda e alle Bermuda passando per l’Olanda.

Dall’istruttoria è emerso che, malgrado il servizio fosse pensato, contrattato e svolto da Google Italia, fatture e pagamenti venivano invece indirizzati alla controllata irlandese.

L’indagine svolta sui clienti italiani della pubblicità su Google, ai quali gli investigatori hanno sequestrato le mail, avrebbe accertato che l’ammontare complessivo degli introiti finiva in Irlanda che poi girava i soldi a Google Olanda sotto forma di royalties per marchi e licenze che tramite un’altra società venivano fatti rientrare di nuovo a Google Irlanda controllata a sua volta da due diramazioni di Google con sede alle Bermuda.

Pm e GdF hanno riconosciuto a Google la deducibilità di alcuni costi, ma hanno contestato il meccanismo e alla fine Google si sarebbe orientata a un accertamento per adesione attorno ai 160 milioni l’anno di imponibile dal 208 al 2013.

Tra Ires, Irap, sanzioni e interessi, la somma che Google pareva pronta a versare era pari a circa il 40% degli 800 milioni di imponibile nei 5 anni, vale a dire circa 320 milioni.

 

Apple verso maximulta Ue

 

Apple molto presto potrebbe dover fare i conti anche con l’Antitrust Ue che secondo le ultime indiscrezioni sarebbe pronto a multare pesantemente la società che si sarebbe avvantaggiata di aiuti di Stato non dovuti concessi dall’Irlanda. Una decisione che avrà un notevole peso politico visto che probabilmente arriverà giusto a ridosso delle elezioni del Paese che dovrebbero essere a febbraio.

Sotto la lente ovviamente il governo irlandese che, dopo il pressing dell’Ue, dal primo gennaio dello scorso anno ha già cancellato le agevolazioni fiscali note come Double Irish.

Nel caso di Apple la multa sarebbe molto salata visto che, secondo gli analisti, parliamo di miliardi di tasse eluse con la compiacenza di Dublino. Secondo i calcoli di alcuni analisti, la sanzione potrebbe ammontare a 2,3 miliardi di euro.

Il governo irlandese ha già fatto sapere che ricorrerà contro qualsiasi decisione presa dalla Ue a suo danno.

Apple dalla sua respinge ogni accusa.

Se l’Irlanda fosse accusata di aver concesso ad Apple aiuti di stato illegali, il verdetto peserà come un macigno sulle elezioni irlandesi, che si preannunciano come le più dure degli ultimi anni.

I rapporti fiscali con Apple centrano il cuore della strategia del Paese, basata sulla capacità di convincere le multinazionali americane del web a fare sede in Irlanda.

 

Nel mirino della Ue c’è anche Amazon per le agevolazioni fiscali avute in Lussemburgo ma dal primo maggio 2015 il gruppo ha deciso di cambiare registro in Europa e modificare le sue pratiche di ottimizzazione fiscale.

La società ha, infatti, ha cominciato a iscrivere a bilancio il fatturato delle vendite al dettaglio nel singoli Paesi europei senza passare per il Lussemburgo dove godeva di un regime fiscale agevolato.

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