AI, energia e consenso: perché i democratici frenano sui data center in vista delle presidenziali 2028
Per anni, negli Stati Uniti, sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) è stato politicamente conveniente. I data center promettevano investimenti miliardari, nuovi posti di lavoro, consenso dei sindacati dell’edilizia e un chiaro messaggio geopolitico: battere la Cina nella corsa tecnologica. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. E il cambiamento è visibile soprattutto nel Partito Democratico.
In vista delle presidenziali del 2028, si legge su Axios, diversi potenziali candidati democratici stanno rivedendo le proprie posizioni sui data center e sugli incentivi pubblici all’AI. Il motivo è semplice: l’impatto economico, energetico e ambientale di questa infrastruttura sta diventando un problema politico, almeno gestita in questo modo. E gli elettori iniziano a far sentire la propria voce.
Dall’entusiasmo democratico ai primi stop all’AI
Solo pochi mesi fa, governatori come JB Pritzker (Illinois), Josh Shapiro (Pennsylvania) e Wes Moore (Maryland) erano tra i più attivi nel corteggiare gli operatori dei data center, offrendo generosi incentivi fiscali e semplificazioni normative.
In Illinois, Pritzker aveva già firmato nel 2019 una legge che concedeva importanti agevolazioni fiscali ai data center. Con l’esplosione dell’AI dopo l’arrivo di ChatGPT, Chicago è diventata uno dei principali hub statunitensi del settore. Nel frattempo, però, le bollette elettriche delle famiglie sono aumentate e una parte dell’opinione pubblica ha iniziato ad attribuire la responsabilità proprio ai centri dati, grandi consumatori di energia.
Nel suo recente discorso sullo Stato dello Stato, Pritzker ha annunciato una pausa: una moratoria di due anni sugli incentivi fiscali. Un segnale politico chiaro.
In Pennsylvania, Shapiro era arrivato a dichiarare che lo Stato era “all in on AI”, celebrando anche un investimento da 20 miliardi di dollari da parte di Amazon. Ma dopo le proteste di residenti contrari alla costruzione di data center nelle proprie comunità, il governatore ha cambiato tono.
Durante il suo discorso di bilancio ha riconosciuto: “So che i cittadini della Pennsylvania hanno reali preoccupazioni su questi data center… e anch’io le condivido.”
Ai giornalisti ha poi precisato che non si tratta di una “vera inversione di rotta”, ma di una formalizzazione di condizioni più stringenti per le aziende. Anche Wes Moore, in Maryland, dopo aver facilitato l’arrivo dei data center e aver rimosso ostacoli normativi nel 2024, ha annunciato nuove linee guida per ottenere il suo sostegno politico.
L’ansia collettiva verso l’AI negli USA e il nodo energia, acqua e lavoro
Alla base della frenata democratica c’è una crescente ansia collettiva verso l’AI. Come ha osservato Rob Flaherty, già vice campaign manager di Kamala Harris nel 2024: “Siamo solo all’inizio dell’ansia che le persone provano verso l’intelligenza artificiale. I data center sono solo una delle manifestazioni di questa paura, ma una manifestazione seria”.
Il punto è che l’AI non è solo un software invisibile: è un’infrastruttura fisica, energivora e idrovora. I data center consumano enormi quantità di elettricità per l’elaborazione e per il raffreddamento dei server. In alcune aree, questo ha contribuito a un aumento della domanda energetica e, indirettamente, delle bollette. A ciò si aggiunge l’impatto sulle risorse idriche e sull’ambiente.
Per molti cittadini, il saldo è negativo: costi pubblici e ambientali immediati, benefici economici percepiti come concentrati nelle grandi aziende tecnologiche.
C’è poi il tema occupazionale. L’AI promette efficienza e automazione, ma alimenta il timore di una “sostituzione di massa” dei lavoratori. Il deputato californiano Ro Khanna ha parlato della necessità di: “vere tutele contro una sostituzione di massa dei lavoratori”.
Anche Pete Buttigieg, ex segretario ai Trasporti, ha evocato in New Hampshire la necessità di “un nuovo contratto sociale” per governare l’ascesa dell’AI.
Il nuovo playbook democratico
Il modello che sembra emergere nel campo democratico è quello delineato dal governatore del Kentucky Andy Beshear, anch’egli potenziale candidato nel 2028. In un’intervista ha sintetizzato così le sue condizioni per gli sviluppatori di data center: “Pagate il 100% dell’energia che consumate, pagate la vostra giusta quota di tasse e siate accettati dalla comunità locale”.
Il senatore del Vermont e leader carismatico della sinistra democratica, Bernie Sanders, ha scritto su X della necessità di una “moratoria sulla costruzione di data center che alimentano la corsa non regolamentata allo sviluppo e all’implementazione dell’intelligenza artificiale“.
L’altra grande rappresentante dell’ala sinistra del Partito Democratico, la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez, durante un’udienza al Congresso, ha sostenuto che “ci sono reali conseguenze per la salute pubblica a causa del continuo fallimento della regolamentazione o dell’azione del Congresso nel settore dell’intelligenza artificiale“.
Una questione bipartisan
Interessante notare che lo scetticismo non è più solo democratico. Se l’amministrazione Trump continua a sostenere la necessità di abbracciare l’AI per mantenere il vantaggio competitivo sulla Cina, alcuni governatori repubblicani mostrano cautela.
Ron DeSantis, in Florida, si è schierato con le comunità locali contro alcuni progetti di data center, affermando: “Non facciamo finta che qualche video o canzone falsa ci porterà verso una sorta di utopia”.
Anche il governatore dello Utah, Spencer Cox, ha definito “assurdo” il tentativo dell’amministrazione di limitare la capacità degli Stati di regolamentare l’AI.
Le prospettive politiche dell’AI “di sinistra”
All’interno del Partito Democratico stanno emergendo due linee di pensiero sempre più nette.
La prima sostiene che gli Stati Uniti debbano abbracciare con decisione l’intelligenza artificiale per non perdere terreno nella competizione con la Cina e per intercettare i posti di lavoro generati dai grandi investimenti nei data center.
È una posizione che, con accenti diversi, richiama quella dell’amministrazione Trump, anche se molti democratici criticano la Casa Bianca per aver lasciato troppa libertà alle big tech.
La seconda linea invita, invece, alla prudenza: rallentare la corsa, introdurre regole più stringenti e valutare con attenzione l’impatto sociale ed economico dell’AI. Al centro ci sono il rischio di sostituzione di milioni di lavoratori e l’enorme consumo di energia e risorse naturali richiesto dai nuovi data center.
Il confronto tra queste due visioni potrebbe definire non solo la strategia democratica per il 2028, ma anche il futuro equilibrio tra innovazione tecnologica, sostenibilità e tutela sociale negli Stati Uniti.
