ePayment, Sergio Boccadutri (PD): ‘Stimolare l’uso dei pagamenti elettronici contro l’evasione fiscale’

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Secondo il Censis, se l'Italia azzerasse il disavanzo dei pagamenti per i servizi informatici, se sviluppasse l’eCommerce e l’ePayment e se razionalizzasse le banche dati della PA, si renderebbero disponibili per nuovi investimenti 3,6 mld di euro l'anno.

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Valorizzare e incentivare le iniziative tese a combattere il contante per aumentare la fiducia nei nuovi metodi di pagamento e per colmare l’ePayment divide, che – come emerge dall’ultimo rapporto Censis, costa al nostro Paese 3,6 miliardi all’anno.

Colmare questo gap, ha fatto notare Sergio Boccadutri, deputato del Pd primo firmatario della proposta di legge sull’ePayment, “portando i pagamenti elettronici ai livelli degli altri paesi europei, non solo renderebbe disponibili 3,6 miliardi all’anno, una cifra enorme”, ma avrebbe anche ripercussioni positive “sulla tracciabilità, ovvero l’emersione di evasione fiscale”.

Per Boccadutri, “…i dati dello studio del Censis sui pagamenti elettronici sono inequivocabili…il problema principale nel nostro Paese è la mancata fiducia dei cittadini nei nuovi metodi di pagamento: per questo vanno valorizzate e incentivate le iniziative tese a combattere il contante”.

Tra le iniziative in corso, ricordiamo  il NoCashTrip, il viaggio senza contante nel nostro Paese organizzato dall’associazione CashlessWay: “un’occasione per verificare lo stato dell’arte, in particolare sui micropagamenti, proprio a pochi giorni dall’entrata in vigore dell’obbligo del Pos obbligatorio per gli acquisti superiori a 30 euro”, ha concluso Boccadutri.

 

Il Rapporto Censis: lo ‘spread digitale’ ci costa 10 milioni al giorno

 

Il Censis stima che se l’Italia arrivasse ad azzerare il disavanzo nella bilancia dei pagamenti per i servizi informatici, se sviluppasse il commercio online e l’uso della moneta elettronica fino a raggiungere i livelli medi europei, e se riuscisse a razionalizzare le banche dati della pubblica amministrazione centrale si renderebbero disponibili per nuovi investimenti in reti, tecnologie e servizi innovativi 3,6 miliardi di euro all’anno: quasi 10 milioni al giorno. Questo è il valore dello “spread digitale” che attualmente ci penalizza nella competizione internazionale, il peso che la nostra economia deve sopportare a causa del non allineamento dell’Italia ai migliori standard europei.

È importante riportare al centro del dibattito la necessità di favorire gli investimenti nell’innovazione digitale per rilanciare la crescita, come il governo intende fare con l’appuntamento Digital Venice, “ma senza buone regole, senza infrastrutture adeguate e senza competenze e risorse umane specializzate, la transizione al digitale resterà solo sulla carta”, dice il Censis.

 

I numeri del ritardo italiano.

È ancora basso il grado di confidenza degli italiani con le nuove tecnologie digitali. Le persone con età compresa tra 16 e 74 anni che utilizzano internet sono il 58% del totale, contro il 90% del Regno Unito, l’84% della Germania e l’82% della Francia (la media europea è del 75%). Di questi, solo il 34% interagisce via web con le amministrazioni pubbliche, contro il 72% della Francia, il 57% della Germania e il 45% del Regno Unito (la media europea è del 54%). Ed è ancora forte il ritardo del nostro Paese sul fronte degli investimenti in reti di nuova generazione. In Italia le famiglie con un componente di età compresa tra 16 e 74 anni con accesso alla banda larga sono solo il 68% del totale, contro l’87% del Regno Unito, l’85% della Germania e il 78% della Francia (la media europea è del 76%). I laureati italiani in discipline scientifiche e tecnologiche con meno di 30 anni sono solo 13,2 ogni mille abitanti della stessa età, contro i 22,1 della Francia, i 19,8 del Regno Unito, i 16,2 della Germania (la media europea è di 17,1). E le start-up innovative, alle quali la normativa riconosce agevolazioni fiscali, faticano a crescere e a dare spinta propulsiva all’innovazione. Delle 2.254 imprese iscritte nell’elenco ufficiale, il 60,9% non ha nemmeno un sito internet. Non stupisce che la bilancia dei pagamenti per servizi informatici dell’Italia sia strutturalmente in deficit, con un saldo negativo che nel 2012 ha raggiunto 1,49 miliardi di euro: le esportazioni valgono 1,88 miliardi e le importazioni ammontano a 3,37 miliardi.

 

Spazi di crescita per il commercio online

Le imprese attive nel commercio elettronico in Italia sono complessivamente il 5% del totale, contro il 22% della Germania, il 19% del Regno Unito e l’11% della Francia (la media europea è del 14%). Le imprese italiane con almeno 10 addetti che hanno un sito web attraverso il quale ricevere ordinazioni o prenotazioni online sono l’11,7% del totale, con un valore delle vendite realizzate via web pari solo al 2,1% del valore totale delle vendite (si oscilla tra il 2,6% al Nord-Ovest e lo 0,5% nel Mezzogiorno). Il fatturato complessivo delle vendite online delle imprese con almeno 10 addetti, e che realizzano via web almeno l’1% del proprio fatturato, è arrivato a 12,2 miliardi di euro nel 2013, molto meno dei 96 miliardi del Regno Unito, i 50 miliardi della Germania e i 45 miliardi della Francia. Se l’Italia incrementasse le vendite online e i fatturati realizzati via web, raggiungendo il livello di commercio elettronico dei principali competitor europei, potrebbe liberare risorse da investire in reti e servizi innovativi per circa 1,4 miliardi di euro all’anno.

 

Tanto contante, pochi pagamenti elettronici. Un altro capitolo riguarda il cronico ritardo del nostro Paese nella diffusione di mezzi evoluti di pagamento. Le transazioni con carte di pagamento (escluse le carte di moneta elettronica) sono solo 28 per carta all’anno, contro le 167 del Regno Unito, le 129 della Francia e le 30 della Germania. In Italia il denaro contante è utilizzato nell’82,7% delle transazioni, contro una media europea del 66,6%. Il maggior costo rispetto alla media europea della gestione del contante confrontato con mezzi elettronici equivalenti è stimabile in circa 450 milioni di euro all’anno.

 

Penultimi in Europa per i servizi online della pubblica amministrazione

Il nostro Paese è al penultimo posto in Europa per uso dei servizi online della pubblica amministrazione. Degli oltre 500 milioni di messaggi e-mail dei ministeri, solo il 27% è in uscita: segno di una scarsa interattività con l’esterno. Nel primo quadrimestre del 2014 le caselle di posta elettronica certificata sono cresciute del 172% rispetto allo stesso periodo del 2011, superando la soglia di 15 milioni di caselle attive. Il numero medio di messaggi per casella è però sceso da 22 a 18 all’anno. La firma digitale ha raggiunto a maggio 2014 la quota di 5,3 milioni di certificati attivi, in crescita rispetto all’inizio del 2012 del 62%. Pur registrando una notevole diffusione, la firma elettronica è però uno strumento ancora sconosciuto nella cultura collettiva. La pubblica amministrazione spende (dati al 2012) oltre 3,9 miliardi di euro per beni e servizi Ict, con un trend in contrazione nel tempo (-8% rispetto a 5 anni prima), nonostante la crescita costante del parco tecnologico installato. Ad esempio, le caselle di posta elettronica dei ministeri e degli enti nazionali ammontano a poco meno di 2 milioni, in crescita rispetto all’anno precedente del 14,3%. La quota delle spese dello Stato destinate alla gestione e manutenzione dell’esistente è pari al 57% del totale della spesa Ict, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente. La parte assorbita dagli investimenti si riduce progressivamente e riguarda principalmente la manutenzione evolutiva di applicativi esistenti, che pesa per il 41% del totale dei nuovi investimenti. Il 50,6% del valore dei nuovi contratti Ict è affidato con trattativa privata. Nel primo semestre del 2014 l’amministrazione centrale dello Stato ha speso 24,5 milioni di euro in consulenze informatiche, con una forte riduzione (-37%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2013 le spese in consulenza informatica sono state pari a 93,7 milioni di euro, che corrispondono ‒ per avere un ordine di grandezza ‒ al 73,4% della spesa destinata a traslochi e facchinaggi. Le amministrazioni pubbliche centrali hanno attive 1.520 diverse banche dati. Un ragionevole progetto di razionalizzazione potrebbe ridurre il loro numero a meno di 100, con un netto miglioramento della qualità dei servizi e una conseguente disponibilità per nuovi investimenti in innovazione. Una proiezione dei minori costi di gestione per effetto della razionalizzazione delle banche dati stima in circa 160 milioni di euro all’anno le minori spese.