New Media: dalla snack culture al multitasking, i nuovi modi per fruire l’informazione

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di Giuliana Guazzaroni

Mondo


Multitasking

Quotidianamente siamo chiamati ad affrontare la sfida della gestione di ingenti quantità di informazioni che ci arrivano sia attraverso i canali tradizionali che attraverso i nuovi canali comunicativi.

 

Non è difficile osservare che i nuovi canali informativi non si sostituiscono ai tradizionali, ma piuttosto si sommano a questi allettando la nostra attenzione verso un turbinio di dispositivi fissi e mobili.

 

Chattare con gli amici, inviare un messaggio eMail, rispondere al cellulare, tenere la televisione accesa e cercare di seguire un film contemporaneamente è uno scenario quotidiano. Si chiama multitasking e si traduce come gestione simultanea di più compiti attraverso diversi strumenti di comunicazione.

Sono molti i genitori che ripetono ai figli di non fare i compiti con l’iPod, le finestre chat aperte e lampeggianti o la TV accesa. Si parla a questo proposito di Snack Culture, la tendenza a divorare contenuti televisivi, video, musica, giochi, messaggi istantanei ecc. con la stessa voracità con cui si gustano gli snack preferiti.

In effetti, sono molteplici anche le distrazioni che provengono dai dispositivi. Questi non solo inviano informazioni, musica, video ecc. ma, più in generale, sollecitano dei commenti, delle risposte, richiamano l’attenzione e non favoriscono uno stato d’animo rilassato (come l’utilizzo simultaneo e prolungato nell’arco della giornata di Twitter, Chat, Status update di Facebook, commenti degli amici, Friendbar ecc.).

 

Si è sempre “ON”, sempre connessi e interconnessi con compagni e contatti che ogni giorno co-producono assieme a noi un Life Streaming che va a sedimentarsi nel nostro FriendFeed quotidiano.

 

Secondo molti studi, ma anche secondo il buonsenso, il nostro cervello non è in grado di rispondere con una velocità adeguata a uno scenario di gestione simultanea di più strumenti comunicativi.

 

Luca De Biase ha posto l’attenzione sull’attenzione, scrivendo nel suo blog degli effetti, non sempre visibili, causati dal sovraccarico di informazioni (information overload) e che si ripercuotono sulle persone e sulla società.

In “L’equazione dell’attenzione umana” di Luca Chittaro viene presentata un’equazione interessante qui:

 

Il primo addendo di questa formula è il “sovraccarico informativo” (information overload).

 

Il secondo addendo: la “razionalità limitata” (bounded rationality) è un concetto ripreso dal pensiero di Herbert Alexander Simon.La razionalità è limitata dal momento che, bersagliati da messaggi informativi che arrivano da ogni parte, abbiamo a disposizione meno risorse cognitive da dedicare ai processi decisionali

 

Comportamenti automatici

 

Il risultato è che spesso prendiamo decisioni in modo automatico: la prima soluzione che ci è venuta in mente o che ci hanno suggerito.

 

Siamo in balia di possibili strumentalizzazioni.

 

Come è possibile attrezzarsi per raccogliere a piene mani il potenziale della ricchezza delle informazioni senza esserne sovraccaricati?

 

Fin dall’antichità, gli esseri umani sono stati in grado di svolgere più compiti allo stesso tempo. Tuttavia, è soltanto in tempi recenti che l’essere sempre più multitasking ha subito un’accelerazione. Negli ultimi quindici anni si è assistito a una richiesta crescente di capacità di esplicare più compiti assieme e di connettività interpersonale.

Livelli più o meno alti di connessione e multitasking si hanno a seconda di alcune variabili come l’età, la provenienza geografica ecc. I ragazzi e le ragazze in età scolare vengono spesso etichettati come generazione multitasking, generazione avvezza all’essere sempre connessa alla “tribù” preferita attraverso i media sociali. Un fattore che provoca sdegno e preoccupazione negli adulti. I genitori sanno esattamente dove si trovano fisicamente i propri figli, guardandoli seduti di fronte a uno schermo, ma non sanno quali connessioni stanno realmente eseguendo nella rete.

 

L’abitudine a suddividere la propria attenzione in piccoli parti presenta implicazioni rilevanti nel modo di apprendere, ragionare, socializzare, essere creativi e comprendere la realtà circostante. Da un lato, quest’abitudine prepara al mondo di domani, dall’altro, secondo eminenti studiosi delle neuroscienze cognitive e dei disturbi neurologici, porta a conclusioni allarmanti nel lungo termine. Il problema centrale è la mancanza di tempi morti che facilitano l’istaurarsi di uno stato d’animo tranquillo, come anche la riflessione.

Eccezione si ha quando le attività coinvolte attivano parti differenti del nostro cervello. Infatti, si riesce tranquillamente a parlare e disegnare contemporaneamente.

 

Il passaggio dell’attenzione da un compito all’altro avviene in una regione specifica del nostro cervello: la corteccia prefrontale. Una delle ultime parti del cervello a maturare e una delle prime a declinare con l’età. Quest’area deve rispondere al multitasking disabilitando gli obiettivi e le modalità operative richieste da una prima attività, e attivando quelle richieste da una seconda attraverso un processo sequenziale. Tuttavia, l’abilità a portare a compimento processi multipli presenta diversi limiti e una maggiore possibilità di errori. Inoltre, il cervello necessita di riposo e di tempi di ripresa. L’abitudine al multitasking, secondo alcuni, porterebbe a uno stato di sovreccitazione che rende difficile mantenere la concentrazione, analizzare propriamente un problema e, in ultima analisi, produce comportamenti automatici.

 

Nell’articolo “The Multitasking Generation” di Claudia Wallis, pubblicato dal Time il 19 marzo 2006, è presente un consiglio ai genitori espresso da insegnanti e psicologi che si sono occupati della problematica: far sì che i propri figli possano rallentare, staccare l’interruttore, non essere sempre connessi. 

 

Disconnettersi, almeno per un po’, significa prendersi del tempo per la riflessione e per la futura gestione di compiti complessi.

 

 

 

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