NewTv: 60.000 euro per condurre un web-Tg? Intanto Cbs lifecasta

di di Andrea Materia |

Italia


YouTube TG

§§§ Come ogni canale televisivo degno di tal nome, la CBS offriva da tempo online i propri notiziari su CBSNews.com. Un sito proprietario. Con un pubblico rilevante ma limitato, e seguendo una strategia di distribuzione tipicamente 1.0; l’opposto della syndication illimitata dei contenuti che è uno dei segni distintivi del Web 2.0. Dicevo, “un tempo”. Perché ora, a differenza dei suoi omologhi sia americani che europei, CBS sta per fare un enorme passo avanti. Trasmetterà in simulcast su una piattaforma indipendente, UStream, tutte le sue trasmissioni serali di news condotte da Katie Couric (la bionda e web-sagace giornalista di cui abbiamo parlato qui) e tutte le edizioni straordinarie. Inoltre qualsiasi conferenza stampa o discorso politico importante in streaming integrale e non filtrato. Un accordo non in esclusiva e con meccanismi di revenue sharing degli introiti pubblicitari; oltretutto sarà CBS stessa a occuparsi di vendere la pubblicità. Per il modello di business del lifecasting è insieme uno sdoganamento e una spaventosa spinta propulsiva per approvvigionarsi di inserzionisti avidi di contenuti premium. Come si arrivati a tanto in così poco tempo? A quanto racconta la leggenda è colpa del volo 1549 della US Airways, precipitato il 15 Gennaio 2009 nel fiume Hudson.

 

Il passeggero di un traghetto che passava di lì ha ripreso la scena e l’ha uploadata su Twitpc, linkandola sul suo Twitter. Tempo una manciata di minuti e milioni di internauti ci cliccavano sopra, ignorando la TV analogica (e dunque la CBS) che era in evidente ritardo. Dalle foto al live streaming. Dove arriveranno per prime le immagini delle videocamera del prossimo spettatore casuale (o reporter freelance) di eventi clamorosi? Dove si possono caricare facilmente e gratis, in una comoda pagina web pubblica che consente la chat e il bookmarking, mentre si crosslinka ed embedda il tutto sui propri account Facebook e Twitter. Ovvero sulle piattaforme di lifecasting, tra cui UStream è leader. Per non farsi fregare dalle “viral news”, la CBS ha rinunciato ai dogmi e ha affidato i suoi preziosi TG a una rampante start-up, con 10 milioni di visitatori unici al mese, in gran parte giovani adulti. Al momento i concorrenti principali di Ustream, come Livestream.com e Justin.tv sembrano out per supposti limiti tecnologici; più probabilmente perché le sperimentazioni è meglio condurle con un solo partner estremamente dedicato. Ma una volta accettato il principio della syndication non-esclusiva e padroneggiati i software di gestione video, non vedo cosa impedisca in futuro di estendere il network CBSNews a 10 o anche 100 portali.

 

§§§ Hulu – che nel frattempo ad Aprile, secondo le rilevazioni mensili comScore sul consumo di streaming negli Stati Uniti, è cresciuta di un ulteriore (sebbene modesto rispetto al primo trimestre 2009) 4,4% rispetto a Marzo, contro un esplosivo +15% dell’eterno rivale YouTube trainato da Susan Boyle e un detonante +16% complessivo, probabile record di tutti i tempi – ha lanciato due settimane un’applicazione chiamata Desktop. A che serve? A uscire dal browser e guardare film e serie TV ospitati da Hulu in un lettore stand-alone. Un po’ come l’iPlayer della BBC. È una mossa obbligata e al tempo stesso contraddittoria. Obbligata perché le scatolette media player che consentono la cosiddetta lean-back experience, ovvero guardare i web video sulla TV in salotto, distesi rilassati sul divano, si moltiplicano peggio dei Gremlins. A partire dal celebre Boxee, i cui gestori hanno ingaggiato proprio con Hulu un’acerrima sfida a colpi di firmware pochi mesi fa. Non si sfugge, la tecnologia ormai esiste e chiunque sia dotato di senno può intuire al volo che i consumatori vogliono i loro streaming long-form quotidiani, ma non accrocchiati scomodi sulla seggiola davanti al monitor del pc. Proprio per questo sono nati YouTube XL e Hulu Desktop. Contraddittoria perché le clausole d’uso di Hulu Desktop proibiscono di installare il softwarino su qualsivoglia device che non sia un pc. Niente Hulu in TV, dunque. Il motivo è noto, diventerebbe un invincibile concorrente dei canali via cavo a pagamento (l’equivalente di Sky e DTT premium italiani). E i proprietari di questi canali sono gli stessi di Hulu: NBC, Fox, Disney.

 

Difficile immaginare che gli americani saranno così rigorosi da rispettare il divieto. E se anche lo fossero, prima o poi il muro dovrà cadere. In quel momento, poiché da qualche parte produttori e distributori di contenuti devono guadagnarci o il sistema implode, Hulu andrà a sostituire le attuali piattaforme di pay TV e diventerà a pagamento nella sua versione full, mantenendo però ricche sezione free per tutti. È un film già scritto, il finale lo conosciamo, la scorsa settimana si è lasciato sfuggire qualcosa persino il Direttore del Digitale di Fox. L’unica incertezza riguarda i tempi e i modi. Come in Die Hard, con la NewTV nei panni di Bruce Willis.

 

§§§ Restando in tema, una delle paure più (giustamente) ricorrenti per i profeti della NewTV è il rischio di far impazzire i neo-telespettatori imponendogli di continuo aggiornamenti e upgrade del neo-televisori. Del resto, una volta che in TV ci piazzate widget, decodificatori di webvideo, chat, Facebook e Twitter, un minimo di sistema operativo dev’esserci e dovrà adeguarsi a frenetiche evoluzioni. Magari meno di XP e Vista, e magari no. Fino ad arrivare all’estremo di dover rimpiazzare in toto l’apparecchio perché antiquato. Secondo Wilfred Martis, pezzo grosso della Intel, già da un po’ il ricambio del parco televisori si è accelerato, quanto meno negli States. Da un ciclo di 10 anni si è passati a uno di 7 in media. Fino a quanto si scenderà? Più di tanto è impossibile, cambiare la tivvù non è indolore, bisogna cacciare diversi dindi… Martis ipotizza 3 approcci nel ragionevole futuro:

 

1) Chip integrati al televisore con sufficiente potenza di calcolo per sopravvivere ad anni e anni di innovazione tecnologica. Mi sembra azzardato come concetto, senza contare il costo di questi chip avanzati.

2) Approccio modulare e scalabile. Senza rottamare il televisore, si potranno rimpiazzare i chip superati con nuovi modelli aggiornati. Direi l’ipotesi più sensata per il consumatore.

3) Set-top box separati, ovviamente rimpiazzabili a piacere. Sviluppo logico, si sposa con il trend di rendere sempre più sottili gli schermi, ma confligge con l’esigenza, soprattutto psicologica, di “tagliare i cavi”. Meno scatole ci sono, più lo spettatore medio è contento.

 

A naso, un mix delle soluzioni 2 e 3 avrebbe il potenziale per dominare il mercato. E tuttavia, se una Intel ne sarebbe felice, non altrettanto lo sarebbe i produttori di televisori. Per loro, meglio incentivare, con la scusa del chip arcaico, l’acquisto frequente di nuove TV. Nessuno dei 3 scenari prospettati da Martis avrebbe a mio parere l’avallo di una Samsung o di una Philips.

 

§§§ Che questa rubrica porti fortuna a chi viene citato? Anche Angel of Death, l’action serial in 10 episodi firmato dal marvelliano Ed Brubaker (che avevo incluso tra le web video hit di inizi 2009), torna a fare notizia con lo sbarco sulla OldTV. Dopo aver accumulato 5 milioni di views su Crackle.com, il portale Sony per le sperimentazioni narrative in stratosferica ascesa (+84% nelle ultime settimane), Angel of Death e la sua tarantiniana star Zoe Bell approdano a Luglio sul canale via cavo USA Spike riformattate in un TV movie da 90 minuti. Subito dopo uscirà in dvd. La parabola non è nuova, è già successo in passato ad altri “figli” dell’online video, la differenza quest’anno è la frequenza. Annunci identici, si intende quasi sempre riservati alla tivvù americana in alluvionale e prodigiosa trasformazione, fioccheranno senza posa durante tutta l’estate e l’autunno. Segni di un tempo che verrà anche nella medievale Penisola?

 

§§§ Peraltro, a proposito di percezione italica della rivoluzione 2.0, già molti blogger nazionali hanno riportato l’intenzione di Ridley Scott di realizzare un prequel di Blade Runner in formato webserie, quindi episodi da 5/10 minuti. Intitolata Purefold, l’opera sarà prodotta dalla RSA Films insieme allo studio inglese Ag8, già creatori della web sitcom Where are the Joneses?. Così come sperimentato in Where are the Joneses? le sceneggiature dovrebbero essere influenzate dai suggerimenti dei navigatori, filtrati dal social aggregatore FriendFeed. Ci credo poco, tecnicamente è complesso e i risultati lasciano a desiderare. Ma come specchietto per le allodole fa clamore. Inoltre gli episodi saranno rilasciati in licenza Creative Commons, questa sì una clamorosa e coraggiosa novità per gente di Hollywood, ergo i fan potranno riutilizzarne qualsiasi fotogramma per ogni sorta di rielaborazione visiva e rimontaggio (purchè a sua volta distribuiti sotto la medesima licenza). Per questioni di copyright e di sterline da pagare, non ci saranno però legami narrativi con Rick Deckard e i personaggi creati da Philip K. Dick. Troveremo gli stessi temi e ambientazioni del film, diversi invece i characters. Come rientrare dell’investimento? Coinvolgendo sin dall’inizio un pacchetto di agenzie pubblicitarie incaricate di piazzare product placement. Ben 4, al momento. In questa fase di crescita magmatica del settore, in cui l’unica certezza è l’esistenza di una domanda, ma non sono consolidati i processi di monetizzazione e c’è confusione fra gli operatori B2B nel posizionarsi all’interno della nuova catena del valore 2.0, la politica delle sponsorizzazioni sembra tra le più efficaci. In primis perché viene ancora perdonata un’estetica di basso profilo dai net-spettatori (in cambio di concept più originali del consueto contenuto mainstream analogico) e questo, unito al sentimento universale di “stringere la cinghia” trattiene sul fondo i costi di produzione e li rende sostenibili anche con l’intervento di un singolo sponsor. In secondo luogo perché gli stessi sponsor, cauti nel momento della transizione dei loro ad budget dalle vecchie alle nuove piattaforme, si sentono rassicurati dal rapporto di esclusività e identificazione di brand assicurato da accordi come il product placement.

 

§§§ La febbrile attività intorno all’online video si va traducendo negli States, a dispetto della crisi, anche in cospicui adeguamenti salariali per i conduttori degli show Internet-only. Per selezionare i 2 nuovi volti di Rocketboom è apparso su Craiglist un annuncio-lavoro che lascia sbalorditi: 80.000 dollari più un bonus d’entrata di altri 10.000 dollari più il 3% di tutti gli introiti pubblicitari del celebre web-TG di news alternative e commentario satirico dei nuovi fenomeni sociali. Cifre da OldTV. Il recruiting è aperto a talenti di tutto il mondo, quindi, se siete davvero davvero fluenti in inglese, disposti a trasferirvi un annetto a New York o Los Angeles e prodigiosi davanti alle telecamere, provateci. La domanda che sorge spontanea è… quanti soldi raccoglie Rocketboom (che tra parentesi ha debuttato online nel 2004 con 700 spettatori al giorno, divenuti 70.000 a metà 2005 e 130.000 nel 2006) per potersi permettere di spendere oltre 200.000 dollari solo in mezzibusti? L’accordo del 2008 con Sony per ospitare il notiziario su Crackle ha di sicuro fatto affluire dollari sonanti nelle casse del patròn Andrew Baron, ma sempre di 200.000 dollari si tratta. Pur volendo considerare parte della somma un investimento promozionale soprattutto verso la community artistica e potenziali investitori, sembra evidente che i guadagni già sostanziosi di alcune YouTube Stars iniziano in alcuni casi a tramutarsi in ricchezze commisurabili a quelle dei colleghi analogici. O se preferite, i famosi digital pennies sempre più si avvicinano agli analog dollars.

 

 

Coming up next in NewTV: CTRL+Z. Se provate a cliccare, esce fuori una bustina di tè. Giuro. Ve lo dimostro nella prossima puntata.

 

NewTV. Non è più troppo presto, non è ancora troppo tardi.

 

 

 

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