Diritto dell’Informazione: E. Manca (Fub), ‘Necessarie norme flessibile, che rispettino il contesto dinamico, per le novità tecnologiche’

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Enrico Manca

Riportiamo di seguito l’intervento di Enrico Manca, presidente della Fondazione Ugo Bordoni , alla presentazione del libro “Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione” di Ruben Razzante, che si è tenuta a Roma il 5 maggio 2009.

 

 

 

La prima osservazione che vorrei fare in relazione all’opera utile e importante di Ruben Razzante, è che, lungi dall’essere un mero compendio di leggi, regolamenti e sentenze (ma assolve bene anche a questo scopo), questo libro si propone da un lato come una guida attenta e critica all’attuale assetto dell’ordinamento dell’informazione e della comunicazione in Italia e dall’altro come uno strumento indispensabile per capire la complessità e le linee di tendenza del sistema. 

Fin dalle prime pagine, infatti, l’autore ci spiega come si stia oggi concludendo un processo complesso di riforme e di riordino dell’intero corpo normativo sulla materia, sviluppatosi in parte anche su impulso comunitario. Un processo che trova oggi il suo approdo sistemico in un insieme di codici, tutti richiamati nel testo di Razzante: quello radiotelevisivo e quello delle comunicazioni elettroniche; quello della Privacy, oggetto di approfondita analisi nel libro soprattutto in relazione all’esercizio della professione giornalistica; e anche, per la stretta connessione che tale disciplina ha con la materia dell’informazione e comunicazione, il Codice dell’Amministrazione digitale, che, come afferma lo stesso autore nell’ultimo capitolo del libro, ha introdotto “un’ampia categoria di diritti digitali del cittadino e delle imprese”.

 

E a ben vedere, mi sembra si possa dire che tutti i richiamati provvedimenti normativi sono connotati da questo tratto comune, e cioè il dover intervenire su settori nei quali, in conseguenza delle profonde innovazioni legate allo sviluppo tecnologico, si impone una rimodulazione di diritti fondamentali dei cittadini. Anzi, io non credo si enfatizzi il concetto, quando oggi si discute oggi della nascita di veri e propri nuovi profili dei diritti di cittadinanza nella sfera dell’informazione e della comunicazione.

 

Di fronte a questo nodo centrale del dibattito, che investe gli aspetti evolutivi della cornice costituzionale entro cui si snoda oggi il nostro sistema dell’informazione, mi sembra che dal libro emerga un giudizio secondo cui, pur in presenza di inevitabili lacune e di qualche deficit di coordinamento, il nostro ordinamento costituisca uno strumento adeguato a garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori finali. Uno strumento che poi, in concreto, acquista piena effettività grazie al ruolo sempre più decisivo che ogni giorno viene svolto in tal senso dalle Autorità indipendenti, ciascuna nel proprio ambito di competenza.

 

Certo, per quanto il quadro normativo cerchi costantemente di adeguarsi al dato tecnologico, la rapidità e la pervasività della rivoluzione digitale pongono quotidianamente gli studiosi della materia e gli operatori del settore di fronte a nuovi problemi interpretativi. Penso, ad esempio, e in tal senso credo che il libro di Ruben Razzante possa costituire un valido aiuto, alle criticità legate alla diffusione dell’informazione online, sulle quali in particolare si sofferma l’autore, anche in considerazione del fatto che, come egli stesso premette, dopo l’ultima legge sull’editoria “il confronto dottrinale sull’equiparazione tra l’editoria cartacea e quella on-line resta molto acceso”.

 

E ciò anche alla luce delle “difficoltà innegabili che gli studiosi del diritto incontrano nell’individuare e differenziare le responsabilità di coloro che agiscono in rete” (content providers, produttori di contenuti; network providers, proprietari della infrastruttura di telecomunicazioni; access provider, fornitori di accessi in rete che danno la facoltà di utilizzare funzioni come il web e l’eMail; service provider che si rivolgono all’utente finale consegnandoli il collegamento a Internet).

 

Preferisco lasciare ai giuristi le disquisizioni tecnico-giuridiche su queste problematiche e sulla possibilità di estendere al web le tutele che la nostra Costituzione garantisce alla libera manifestazione del pensiero (in questo caso a mezzo stampa) ma anche a diritti fondamentali quali quello alla riservatezza e al rispetto della propria reputazione di cui, in particolare, si parlerà nel dibattito che segue. Da parte mia, invece, vorrei limitarmi a fare delle considerazioni più generali sull’impatto delle nuove tecnologie sul mondo dell’informazione e sul settore dell’editoria.  

 

Non si può infatti, oggi, non tener conto del fatto che il fascino del web colpisce ogni giorno milioni di lettori, che preferiscono la comodità di una lettura veloce e gratuita in sostituzione al tradizionale, talvolta anche ingombrante, quotidiano cartaceo. Utenti e internauti leggono a colpi di click, saltando da un sito d’informazione all’altro, passando per domini di testate ufficiali, piccoli periodici telematici e blog di utenti comuni. Con un computer e Internet ci si collega al mondo abbattendo tre limiti della carta stampata: il fattore tempo, e cioè la velocità nel diffondere e pubblicare una notizia ed il suo conseguente aggiornamento – magari contemporaneamente su più media, come avviene nel caso delle news inviate sui cellulari – il fattore spazio e il fattore prezzo.

 

La rivoluzione digitale ha cioè inevitabilmente cambiato il modo di “fare informazione”: la rete Internet è composta da persone che conversano continuamente producendo la cosiddetta “informazione dal basso”. Basti pensare a quanto è successo pochi giorni fa in occasione del terremoto all’Aquila quando, un minuto dopo la prima scossa di terremoto, diverse persone già ne davano notizia su uno dei più popolari social network (Twitter), in anticipo sulle agenzie giornalistiche e sui siti web dei notiziari professionali. Il tragico avvenimento abruzzese è stato un esempio di come si sta evolvendo l’ecosistema dell’informazione nell’epoca di Internet: la dinamica dell’informazione amatoriale online tende sempre più a connettersi con quella dell’informazione professionale, laddove quest’ultima, nell’immediatezza dell’evento da raccontare, si rivolge proprio al popolo della rete alla ricerca di testimoni dei fatti o di foto, magari scattate con il cellulare e contestualmente inviate ad una redazione. I giornali, insomma, non hanno più a che fare con un pubblico passivo, destinato ad attendere dal lavoro dei professionisti ogni notizia e ogni approfondimento.

 

In questo quadro, però, occorre tenere presente che non sempre le informazioni  “dal basso” sono attendibili o sufficientemente approfondite.

Prova ne è che anche nell’occasione che ho appena richiamato (terremoto), con il passare dei minuti si sono fatti strada gli articoli e i servizi pubblicati dalle redazione dei siti dei giornali come Il sole 24ore, Repubblica, ecc, che, con i loro resoconti, mappe interattive e quant’altro, hanno dato al pubblico un quadro più chiaro della drammatica situazione in un crescendo di notizie e analisi dei fatti. Ecco quindi che, anche nell’era digitale,  il ruolo del giornalista lungi dall’affievolirsi acquista ancor maggior rilievo: i professionisti dell’informazione hanno il compito di verificare la veridicità della notizia, di dare ordine alla molteplicità di informazioni da cui si è ormai costantemente investiti stabilendo una gerarchia delle fonti, di diffondere tempestivamente le notizie intervenendo contestualmente sui diversi media (piattaforme). 

 

E a proposito di cross-medialità, ho trovato molto interessante una notizia di pochi giorni fa relativamente a una nuova iniziativa lanciata in tal senso da Rupert Murdoch:  la creazione di un portale nel quale dovranno confluire le notizie pubblicate e trasmesse da tutte le testate ed emittenti controllate da NewsCorp. Solo per ricordarne qualcuna, la bibbia degli affari Wall Street Journal, il popolare New York Post, gli inglesi Sun (gossip) e l’elitario Times, naturalmente le reti televisive (SKY e Fox News), la casa editrice Harper-Collins, e soprattutto, e questa è certamente la novità, confluiranno nel portale, con dignità pari alle altre, le notizie frutto di un esperimento di giornalismo partecipativo avviato qualche tempo fa sul sito del social network My Space, anch’esso di proprietà di Murdoch. 

 

Ecco io credo che, al di là delle specificità del mondo Murdoch, l’iniziativa appena contribuisca a potenziare l’efficienza della attività di raccolta di notizie e di creazione di contenuti certamente in linea con l’ultima frontiera dell’evoluzione di quotidiani e periodici, che, specie nel mondo anglosassone, si stanno sempre più riposizionando sui nuovi media, in particolare su Internet, soprattutto data la sua capacità di attirare nuova linfa in termini di investimenti pubblicitari. Certo, si tratta di una capacità ancora allo stato embrionale (il peso marginale di Internet sul fatturato delle società editoriali non supera infatti nella generalità dei casi il 5-10%)  e comunque ad oggi certamente non in grado di controbilanciare la riduzione delle entrate dalla pubblicità su carta (a gennaio – 30% in termini di volumi per i quotidiani e – 27% per i periodici) e le difficoltà conseguenti al calo delle copie vendute dalla quasi totalità delle testate.

 

Solo più in là, a conclusione dell’intenso dibattito che, non soltanto in Italia, attualmente vede coinvolte le società editoriali, si vedrà se sarà possibile individuare un modello di business più valido e funzionale all’integrazione tra Internet e carta stampata (allo stato attuale, ad esempio, si dibatte oltreoceano sulla possibilità di far pagare l’accesso all’intero giornale online o soltanto a specifiche news o, ancora, chiedere un modico contributo agli utenti (10, 15 cents) per servizi come editoriali o approfondimenti).     

 

E d’altronde, non è soltanto il settore dell’editoria a essere investito da forti fattori di novità e discontinuità, ma è il complessivo assetto del mercato delle comunicazioni e i relativi ruoli dei diversi soggetti protagonisti ad essere cambiati. La stessa fisionomia di impresa ( broadcaster, tlc fissa e mobile, stampa) è oggi divenuta mutevole sulla base di scelte tecnologiche, commerciali, ma non solo. In questi ultimi anni abbiamo potuto osservare come attraverso innovativi modelli di business e accordi commerciali con gli operatori di tlc, l’industria televisiva si sia già mostrata in grado di raccogliere le sfide offerte dalle nuove tecnologie, espandendo e diversificando il proprio tradizionale coreBusiness. L’area delle telecomunicazioni, a sua volta, con la caduta verticale del costo dei servizi tradizionali, ha spostato i propri ricavi sull’offerta di contenuti. Ci troviamo, insomma, di fronte a delle reazioni a catena che rendono difficile una previsione puntuale delle conseguenze industriali che la tecnologia digitale è destinata a produrre sui singoli settori coinvolti: editoria, tv, tlc.  Mi sembra però che, in questo mondo in continua evoluzione e nel nuovo ambiente multipiattaforma, vada emergendo come dato certo l’importanza dei contenuti che si pongono al centro del nuovo scenario competitivo, richiedendo da un lato una forte ed innovativa creatività e dall’altro  una sempre più definita chiarezza regolamentare.

 

In un contesto comunicativo in cui, sempre più spesso, le informazioni viaggiano dal basso verso l’alto e sono condivise all’interno di reti di testi e di persone, una reale democrazia dell’informazione dovrà essere fondata su principi che garantiscano agli individui e ai gruppi parità di accesso alle tecnologie e ai contenuti. In secondo luogo, nel quadro più ampio di una società fondata sulla conoscenza, i principi di condivisione e di costruzione collaborativa dei saperi, che già di fatto regolano gran parte dei processi comunicativi sul web, sono destinati a divenire imprescindibili.

In generale, è necessario che il dato giuridico vada progressivamente adeguandosi alle novità tecnologiche, e che sia in grado di farlo in maniera flessibile tenuto conto del contesto dinamico che si vuole regolare onde evitare che la norma risulti già obsoleta nel momento stesso in cui viene pensata. E in tale ottica mi sembra che il lavoro di Ruben Razzante, grazie anche all’approfondimento sistematico dei principi fondamentali che reggono il complesso sistema delle comunicazioni, possa costituire per gli studiosi di diritto e gli addetti ai lavori un insostituibile supporto conoscitivo e un valido strumento interpretativo.

 

 

 

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