Caso Sky: Romani, ‘E’ legittimo, nel momento in cui tutti gli italiani stringono la cinghia, chiedere di rinunciare ad un’agevolazione’

di Raffaella Natale |

Paolo Romani ha sottolineato che se Sky deciderà di riversare solo sugli abbonati l'aumento dell'Iva, sarà una decisione esclusivamente aziendale.

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Sky Italia - sede

La notizia dell’aumento dell’Iva per Sky continua a restare al centro del dibattito politico. Misura corretta o punitiva? E chi ne pagherà le spese? Un accesso confronto si sta consumando sui mezzi di informazione e sono pochi coloro che hanno deciso di defilarsi e non esprimere un’opinione davanti a questo provvedimento con inevitabili ricadute sul mercato.

L’adeguamento dell’Iva al 20% per la Pay TV è una misura “legittima“, che “non penalizza nessuno” e “riguarda non solo Sky, ma anche Mediaset“. Ha spiegato stamani il sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, Paolo Romani, nel corso di una trasmissione radiofonica alla quale ha partecipato anche il senatore del Pd Marco Follini.

 

Romani ha ricordato che l’Iva agevolata al 10% fu introdotta nel ’95 per favorire le piattaforme innovative come il satellite e il cavo, ma mantenerla ancora, “dopo 13 anni, non ha più senso”.

Il sottosegretario ha così risposto indirettamente a quanto uscito su L’Espresso che ha condotto una piccola inchiesta per informare che l’Iva agevolata sulla Pay TV fu un favore fatto a Berlusconi nel 1991 dal ministro socialista Rino Formica e dal governo Andreotti. E dietro lo sconto, secondo la Procura di Milano, c’era anche un tentativo di corruzione. Tutto comincia con l’introduzione dello sconto dell’Iva a Telepiù, il primo nome della Tv a pagamento che fu fondata dal gruppo Fininvest per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di CanalPlus e infine nel 2002 a Murdoch che la denominerà con il nome del suo gruppo, Sky.

 

Telepiù – scrive L’Espresso – ha goduto di un’aliquota pari al 4%. Un’agevolazione che allora Berlusconi non considerava scandalosa. Mentre oggi definisce ‘un privilegio’ l’aliquota più che doppia del 10%. L’innalzamento dal 4% all’attuale 10% fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All’epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: ‘È l’ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la Pay TV'”.

“Il Governo Dini – si legge ancora – voleva aumentare l’Iva fino al 19% (come oggi vorrebbe fare Berlusconi) ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l’imposta al 10% attuale. L’emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista”.

 

Diverse le condizioni di oggi e per Romani, “…è legittimo, nel momento in cui tutti gli italiani stringono la cinghia, chiedere a un’azienda solida e con forti utili come Sky di adeguarsi e di rinunciare ad un’agevolazione che era mirata a favorire le Tv emergenti”.

Ricordando anche che “…Sky è un’opzione che riguarda 4 milioni di famiglie e non tutti gli italiani”. Il sottosegretario ha anche sottolineato che la piattaforma di Rupert Murdoch “…ha già aumentato di 2 euro le sue tariffe: se deciderà di riversare solo sugli abbonati l’aumento dell’Iva, sarà una decisione aziendale”.

 

Il sottosegretario ha anche replicato a chi ha evocato il conflitto di interessi del premier Berlusconi: “…E’ un problema che c’entra poco o nulla, visto che l’adeguamento dell’Iva riguarda anche le aziende del presidente del Consiglio: si tratta infatti di un provvedimento orizzontale. Mediaset paga già il 20% sulle tessere prepagate, mentre gode di un’agevolazione al 10% per le formule di abbonamento alla Tv digitale terrestre e dovrà adeguarsi alla nuova misura”.

 

Romani ha criticato la campagna di spot anti-governo lanciata ieri da Sky: “…E’ unilaterale e aggressiva e non dice le cose come stanno, e cioè che la tv satellitare godeva del vantaggio dell’Iva agevolata dal ‘ 95″ . In ogni caso, ha concluso il sottosegretario, “…già il governo Prodi pensò a un adeguamento dell’Iva agevolata: ci fu una durissima trattativa, poi le lobby ebbero buon gioco”.

 

Di diverso avviso il senatore Follini, che ha commentato: “…La norma contro Sky è assolutamente iniqua e dovremmo batterci con forza in Parlamento per cancellarla. Detto questo la campagna di Sky per se stessa mi è parsa sopra le righe”.

“Tradurre la potenza di fuoco della televisione in forza politica sta diventando un’abitudine del nostro Paese – ha concluso Follini – resto convinto che questa cattiva abitudine non faccia crescere una buona democrazia”.

 

Un po’ più soft Antonio Di Pietro, leader di Idv, che ha spiegato: “Il problema non è il raddoppio dell’Iva per Sky. Non contestiamo che ci sia un favore o un disfavore per Sky, per carità forse è giusto che ci sia la stessa imposta per tutte le Tv. Ma in un momento difficile come questo, così si caricano le famiglie di un’ulteriore imposta, gli abbonati ci rimettono perché pagheranno di più”. “…In questo momento invece – ha osservato – il governo dovrebbe abbassare le tasse e le imposte e dare più risorse a famiglie e pensionati”.

 

Da Sky, l’amministratore delegato Tom Mockridge ha detto: “…Così sono a rischio gli investimenti”. Ritenendosi “stupito” che il governo “non abbia voluto informare gli italiani” di “una tassa che colpisce oltre un quinto delle famiglie proprio nel pieno di una grave crisi economica”.

Lo spot anti-governo di Sky invita i telespettatori a inviare una mail di protesta a Palazzo Chigi. E se dal Pd il leader Walter Veltroni parla di misura che “colpisce un’impresa e i cittadini’“, Paolo Gentiloni rilancia: aumenti anche il canone di concessione di Mediaset che è a 24,1 milioni l’anno.

 

Se l’aumento dell’Iva sarà confermato in Parlamento, peserà sugli abbonati: “…Dal primo gennaio ogni cliente avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%”, avverte in una nota l’azienda.

Nel promo contro il governo si dice che aumenta le tasse “…per 4 milioni e 600 mila famiglie“, nonostante in campagna elettorale avesse “…promesso di non aumentarle”.

Scorrono immagini di programmi Sky, delle sedi, delle maestranze, dei tg e delle dirette, ma anche di una conferenza stampa con il premier Berlusconi e il ministro dell’Economia Tremonti. Poi la scritta: “…Se il Parlamento non lo bloccherà, questo aumento delle tasse sul vostro abbonamento Sky entrerà in vigore il prossimo 1 gennaio. Se credete che questa decisione sia sbagliata scrivete una mail a segreteria.presidente@governo.it”.

 

In base alla Relazione tecnica sul decreto anti-crisi, il raddoppio dell’Iva su Sky garantirebbe un incasso a regime da 270 milioni, per il 2009 da 214 milioni (il rinnovo degli abbonamenti, infatti, non partirà per tutti proprio dal primo gennaio 2009). Ma Gentiloni fa anche altri conti: per Sky il raddoppio dell’Iva incide sulla quasi totalità del fatturato, e quindi su 2.113 milioni; per Mediaset l’aumento riguarda invece un fatturato marginale, cioè solo un 20-25% dei 125 milioni di ricavi da offerta pay (quelli legati alla formula easy pay, sorta di abbonamento ad alcuni canali del digitale terrestre). Dunque Mediaset ha “…un vantaggio di cento a uno“, ha detto il responsabile comunicazione del Pd.

E fa notare che Mediaset per occupare le sue frequenze Tv “…paga un canone annuo di 24,1 milioni: due milioni al mese per un bene pubblico molto scarso e preziosissimo – si è chiesto Gentiloni – non è un privilegio“.  

 

‘L’aumento dell’Iva per le le Tv satellitari è preoccupante perché comporta aggravi economici per gli utenti interessati e per i bilanci familiari’. Lo ha affermato oggi in una nota il Consiglio Nazionale degli Utenti (Cnu), organismo dell’Agcom , presieduto da Luca Borgomeo. Il Cnu fa notare come l’aumento dell’Iva avverrebbe ‘in una situazione segnata da una preoccupante crisi economica’. Il Consiglio Nazionale degli Utenti ha invece ‘espresso soddisfazione per la decisione del governo di non accogliere la richiesta della Rai di aumentare il canone di abbonamento per il 2009, in presenza peraltro di un continuo scadimento del servizio pubblico, in più occasioni rilevato dal Cnu’.

  

Preoccupazioni per l’impatto su clienti e lavoratori arrivano dal fronte sindacale, con la Slc-Cgil, la Uilcom e l’Ugl Comunicazioni. Batte un colpo anche Mediaset: un servizio del Tg5 spiega come l’aumento riguardi “tutte le Tv a pagamento’, che peraltro sono “un bene voluttuario“. In fin dei conti, sugli abbonati Sky l’aumento “avrà un peso massimo di 4,5 euro al mese“, e cioè “poco più di cinque caffè“.

 

In una nota Fimi informa che “…il dibattito politico sull’Iva applicata alle televisioni satellitari non dovrebbe far dimenticare l’assurda situazione vissuta da tempo dal mercato musicale, dove su un cd si applica l’aliquota massima del 20% contro ad esempio il 4% di un libro, con paradossi dove la biografia di Giuseppe Verdi ha un Iva ridotta mentre le opere registrate sul disco pagano un IVA del 20%. Secondo la federazione dell’industria musicale, aderente a Confindustria, sarebbe ora di mettere mano ad un intera riforma della fiscalità sui prodotti culturali e di intrattenimento che oggi vede assurde disparità tra settori”.

 

Anche Univideo ha preso posizione: “Gli Editori Audiovisivi, cioè le imprese che pubblicano Dvd e Blu-ray disc per la vendita e il noleggio, cosi come le videoteche, hanno sempre diligentemente pagato l’Iva al 20% nonostante sia indubitabile la loro funzione di operatori editoriali e di diffusori di cultura”.

“Univideo, l’Unione Italiana Editoria Audiovisiva, chiede da anni una parità di condizioni fiscali con i servizi televisivi e della cosiddetta società della informazione. Fino ad oggi, infatti, l’Iva agevolata per le Pay TV e le telecom ha rappresentato una distorsione del mercato a sfavore dell’Industria degli Editori audiovisivi”.

Univideo auspica quindi che “il Decreto venga modificato anche per la propria categoria di rappresentanza portando l’Iva al 10%, considerando inaccettabile una revisione migliorativa solo per quelle imprese che fino ad oggi hanno goduto di un privilegio ritenuto ingiusto e tale da falsare la concorrenza”.

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