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Pirateria, perché si combatte male la mafia dei ladri digitali

In Italia il business della pirateria è di sei miliardi di euro l’anno, quasi la metà del fatturato del traffico degli stupefacenti, e solo quella audiovisiva vale, secondo i dati di Ipsos per Fapav, circa 617 milioni di euro l’anno causando anche la perdita di 5.700 posti di lavoro. Eppure, lo Stato ancora non prova a combatte efficacemente il fenomeno o meglio, iniziamo a chiamarlo per quello che è, come hanno fatto Emanuele Coen e Fabio Macaluso sull’Espresso: la mafia dei ladri digitali.

“È malavita organizzata, come affermato dalla Guardia di Finanza”, si legge nell’articolo in cui gli autori sono riusciti a contattare uno dei tanti nuovi criminali informatici italiani, che lavorano nel mercato più redditizio degli ultimi anni, quello delle IpTv e del live streaming illegale: “Sono un esattore, riscuoto gli abbonamenti dai clienti. Prima lavoravo negli stupefacenti, ora in questo settore perché è meno rischioso”.

Servono leggi più severe (anche per i consumatori di contenuti digitali illegali) e una magistratura specifica

Ecco qual è uno dei motivi per cui l’Italia vince raramente le battaglie contro i ladri digitali, perché lo Stato ha le armi spuntate, sia a livello normativo sia di cyber-magistratura. Per questo servono, con urgenza, forse dell’ordine, inquirenti e giudici specializzati nella lotta alla mafia digitale. Giovanni Legnini, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha annunciato (siamo ancora al primo passo, all’annuncio) “un’attività di formazione specifica dei magistrati”.

I ladri digitali (così come i consumatori di contenuti illegali online) si moltiplicano anche perché non sono mai stati condannati con una pena esemplare. Per gli ‘operatori’ il reato è punibile con multe di decine di migliaia di euro e pena detentiva fino a 3 anni. Di sicuro la legge non è così severa. Secondo la normativa i titolari dei diritti d’autore sono costretti a dotarsi di costosi sistemi antipirateria e collaborare con le forze di polizia e rivolgersi ai tribunali e all’Autorità per le garanzie delle Comunicazioni per ottenere la rimozione dei contenuti illegali sul web.

Ma ad oggi cosa può fare l’Agcom? Il Parlamento, solo da novembre dell’anno scorso, gli ha attribuito il potere di ordinare, in via cautelare, la rimozione dei contenuti online che violano il diritto d’autore e impedirne la riproposizione sui siti web su cui erano disponibili in precedenza.

Così solo da 8 mesi l’Italia ha iniziato a sperimentare la notice and stay down per arginare futuri caricamenti di contenuti già segnalati da parte dei titolari dei diritti. È uno strumento efficace contro uno dei problemi principali nella lotta alla pirateria ossia i casi di recidiva e di aggiramento dell’ordine di inibizione con i cambi di dominio.

È reato scambiarsi i codici tra parenti e amici

L’ampliamento dei poteri dell’Agcom nel contrasto della pirateria sulla Rete deriva dall’emendamento presentato da Davide Baruffi (PD), componete della Commissione sulla contraffazione. Nella relazione finale della Commissione, Baruffi ha fatto notare al Parlamento che nel nostro Paese ogni giorno le visioni abusive superano quelle legali. “Come se in uno stadio da 80mila posti, ben 50mila spettatori non pagassero il biglietto per vedere un concerto dei Radiohead”. Purtroppo non basta questa metafora di Coen e Macaluso né per far nascere in Italia in modo esponenziale la cultura verso l’acquisto legale di contenuti digitali né per l’approvazione di leggi più severe per contrastare la mafia 2.0.

Ci aveva provato il testo di riforma del Copyright nell’Unione Europea, (la cui approvazione, però, è stata stoppata e rimandata a settembre,) che prevedeva la responsabilizzazione degli operatori di Internet e delle Tlc cioè avere l’onore di verificare la liceità dei contenuti veicolati sulle proprie infrastrutture. Vedremo a settembre se questo valido strumento contro la pirateria verrà confermato o eliminato nel nuovo testo della riforma. In attesa ricordiamo che in Italia la Cassazione si è già espressa contro i chi pensa di essere un furbetto del telecomando: Carcere e multa a chi evade il canone delle tv a pagamento, come Sky, usando il sistema ‘card sharing’.

È reato, quindi, scambiarsi i codici tra parenti e amici. È reato anche metterli in vendita online e acquistarli. Infatti in Rete è facile trovare e acquistare un codice: un file di testo con estensione m3u contenente la lista di canali che, una volta inserita tramite upload nel software per Iptv, diventa visibile sul proprio dispositivo. Stiamo parlando della parte più importante da avere per vedere illegalmente i contenuti a pagamento.

E sul web è possibile acquistare i codici con poche decine di euro causando un danno ingente a autori, scrittori, registi, musicisti e all’industria culturale: editori, produttori di materiali musicali, film e serie televisive. Tutte vittime della mafia dei ladri digitali.

Come in Uk hanno fermato lo streaming illegale delle partite della Premier League

Se in Italia i controlli in questo senso sono ancora sporadici, in Gran Bretagna l’Alta Corte di Giustizia ha dato l’ok allo strumento più efficace da utilizzare per combattere il business illegale del momento: la trasmissione in streaming delle partite di calcio con sistemi contraffatti. In Uk durante i match della Premier League i sistemi informatici messi in campo dagli Internet Service Provider intercettano i siti che permettono lo streaming illegale delle gare, così vengono immediatamente disattivati attraverso il blocco degli indirizzi IP. Il risultato? In meno di un anno chiusi 6mila siti pirata.

Si potrebbe fare lo stesso in Italia per porre fine alla visione in modo illegale della paytv, Sky e Mediaset Premium e di Dazn, per esempio. Solo sabato scorso è iniziato il campionato di calcio e già sono nati i ‘pezzotti’ Dazn, i decoder pirata per vedere le 3 partite a giornata della Serie A e tutta la Serie B sulla piattaforma di Perform. Una nuova vittima della mafia italiana dei ladri digitali.

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