Renzi cali il poker d’assi: lavoro, scuola, giustizia e sanità

di di Paolo Colli Franzone (NetSquare - Osservatorio Netics) |

L’Agenda Digitale esce dai recinti dei più o meno furbetti del più o meno grande quartierino autoreferenziale, e diventa “Pop”. Nello stile di Matteo Renzi, con buona pace dei suoi detrattori.

#PAdigitale è una rubrica settimanale a cura di Paolo Colli Franzone promossa da Key4biz e NetSquare – Osservatorio Netics.
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Italia


Paolo Colli Franzone

E così tutti noi, quelli scontenti e quelli contenti, da oggi non abbiamo più nulla da pontificare intorno a immaginari Ministri e/o Sottosegretari all’Agenda Digitale. Il Presidente del Consiglio ha deciso di tenere per sé questa delega (salvo sorprese, dovrebbe chiamarsi “politiche digitali”) anche per dare un segnale forte di impegno su un fronte ritenuto strategico e – finalmente! – complementare alle principali priorità dichiarate in sede di insediamento davanti alle Camere.

 

Forse per la prima volta, i temi della digitalizzazione del Paese (e non soltanto della PA) vengono inquadrati all’interno di un disegno complessivo finalizzato alla crescita, alla creazione di ricchezza e posti di lavoro, al recupero di competitività.

La mitica “Agenda Digitale” esce dai recinti dei più o meno furbetti del più o meno grande quartierino autoreferenziale, e diventa “Pop”. “Pop & Sexy”, per la precisione.

Nello stile di Matteo Renzi, con buona pace dei suoi detrattori.

E si comincia a lavorare.

Immaginando che si cominci proprio dalle priorità del programma di Governo: lavoro, scuola, giustizia. E sanità (aggiungo io).

Un vero e proprio “poker d’assi“, considerati i ritorni diretti e immediati a livello di sistema Paese. Niente di autoreferenziale e di fine a sé stesso, possiamo dire.

A partire dal Jobs Act, all’interno del quale non potranno non essere considerati i temi del digitale: cominciando dal prendere finalmente atto della fine del modello taylorista e della morte dei “luoghi e dei tempi del lavoro”. Con annessi e connessi non banali, a partire dagli aspetti contrattualistici e retributivi e – prima ancora – dalla “classificazione” delle nuove figure professionali e dalla creazione di percorsi formativi di “riqualificazione digitale” per i 40-50enni espulsi dal mondo del lavoro e in cerca di replacement.
 

 

E poi, la scuola. Avendo cura di smetterla di ragionare “per asset” (quante LIM ci sono nelle scuole, e poco importa se oltre a esserci sono anche utilizzate) e cominciando “dal basso”. Coinvolgendo docenti e studenti nella riprogettazione dei luoghi, dei modi e dei tempi della didattica. E trovando, se Dio vorrà, la forza di contrastare la lobby del testo cartaceo. Se necessario, ricorrendo a tutte le bassezze cui ricorrono normalmente i lobbisti. A costo di ingaggiare fior di ortopedici che si mettano a terrorizzare mamme e papà rispetto ai rischi di schiene rovinate per colpa di zaini pesantissimi.

 

Diventiamo maoisti: non importa di che colore è il gatto, purché prenda il topo.

 

Ancora, la giustizia: dove non è neppure il caso di sottolineare quanto una radicale (e obbligatoria) digitalizzazione di Procure, Tribunali e Carceri sia l’unica soluzione rispetto al problema della mostruosa inefficienza complessiva del sistema. Dove procedure ormai fuori dal tempo (le notifiche di atti, le convocazioni di testi, eccetera) contribuiscono ad allungare i tempi e a violentare i costi oltre ogni ragionevole motivo.

Di sanità, Renzi non ha ancora parlato. Ma non potrà non parlarne, in considerazione dello stato quasi comatoso dei conti che ancora vengono tenuti sotto controllo con logiche di tagli lineari che andranno inevitabilmente a intaccare la qualità e la quantità dei servizi erogati dal Servizio Sanitario Nazionale.

E anche in questo caso, le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni sono tutte quante belle e pronte per dare una mano all’efficientamento del sistema.

L’alternativa è un servizio sanitario nazionale che semplicemente si arrenderà, e pazienza se a farne le spese sarà ciascuno di noi.

 

Servono nuove leggi? No, ne abbiamo forse persino troppe.

Servono soldi? Sì, ma non necessariamente tutti di origine pubblica. Da anni la UE ci sprona a considerare il partenariato pubblico-privato come leva strategica per uscire dal tunnel.

Serve commitment? Sì, tantissimo.

Presidente, non ci deluda.