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Netflix friggerà i dinosauri dell’audiovisivo?

“Si stava tutti di un gran bene, a Güllen, prima dell’arrivo della Signora Zachanassian… o forse no?”. Cos’è Güllen? In svizzero tedesco significa letteralmente “letamaio” ma nella fantasia di Friedrich Dürrenmatt è una cittadina decaduta che anni orsono era stata uno dei più grandi centri culturali del paese e che, nello stesso periodo, è stata un faro ed un esempio di produttività e bellezza.

A pensarci bene, questa “Güllen” sembra un po’ la nostra Italia, dal cinema di Rossellini e dei suoi epigoni alla caduta in disgrazia dopo aver insegnato al mondo come si usano macchine da scrivere e da presa. E la Zachanassian, che per Dürrenmatt altro non è che la personificazione del capitale, è l’elemento perturbativo di uno stato di stasi quiescente. Una stasi che, a poco a poco, ci ha fatto ripiegare su noi stessi, ci ha fatto scrivere sempre le stesse sceneggiature, ci ha chiusi al mondo e al mondo ha fatto dimenticare il nostro modo di intendere la settima e l’ottava arte.

Claire Zachanassian è una scossa, un brivido che corre lungo la schiena dei convitati alla sua mensa e che pretende che le cose cambino, mettendo un sacco di soldi in ballo.

Nell’opera del drammaturgo svizzero, i soldi offerti dalla donna per uccidere Alfredo Ill (che per estensione rappresenterà, per noi, il vecchio modo di concepire la produzione e la fruizione dei prodotti audiovisivi)  erano un miliardo di franchi svizzeri, in questo caso Netflix, la nostra “nuova” vecchia Signora, di dollari ne porta in dote cinque miliardi di cui, almeno la metà, da spendere in produzioni originali e oculatamente mirate al target di pubblico nazionale che intende raggiungere.

Perché investire in nuove produzioni invece che limitarsi a trasmettere i prodotti d’oltreoceano?

In primis per aggirare lo scoglio dei diritti, soprattutto quelli che, in passato, erano già stati ceduti ad altri broadcaster; in secondo luogo, per strutturare l’offerta di prodotti che, al momento, non esistono ancora sul mercato europeo. Un approccio del genere, oltre a rappresentare una risorsa per il produttore/emittente e per il fruitore, è un’opportunità inedita per le nostre maestranze, per i nostri talenti cinematografici e televisivi che, per la prima volta, avranno la possibilità di mostrarsi al mondo attraverso una piattaforma in grado di far trasvolare immagini e suoni da una parte all’altra del globo con un semplice click.

E’ così che la vede, ad esempio, Nicola Borrelli, Direttore Generale per il Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che il 21 ha avuto modo di esternare la propria fiducia nei confronti del nuovo soggetto in seno ad una riunione congiunta che ha visto da un lato esponenti delle istituzioni (tra cui il Sottosegretario con delega alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli) e dall’altro gli alfieri arancioni d’oltre oceano (Christopher Libertelli, capo del Global Public Policy e Governament di Netflix e Jenneke Sloetjes, direttore Public Policy Europe).

Una risorsa irrinunciabile, dunque, che potrebbe alterare gli equilibri di “Güllen” che, nel corso degli anni, si è abituata ad una sostanziale diarchia contenutistica e produttiva arrotondata al difetto.

Come reagiranno le principali emittenti all’arrivo di Netflix?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe comprendere quali siano le reali differenze tra la televisione di stato, per esempio, e la nuova emittente.

Il core business di Netflix si sviluppa esclusivamente sul web e sappiamo che in Italia (stima del Marzo 2015) solo il 29% degli abbonati sono in possesso di una connessione a banda larga.

Dunque, il problema infrastrutturale potrebbe costituire un reale elemento ostativo per la penetrazione del nuovo soggetto sul territorio peninsulare; per questo motivo, come sta avvenendo per “Suburra”, la Rai entrerà in associazione produttiva con l’emittente americana impegnandosi anche nella messa in onda del prodotto. Tuttavia, “Suburra – la serie” verrà proposta “in cartellone” anche a tutti gli utenti mondiali via web, e non solo ai pochi italiani che possono contare su una buona “fibra”: due canali distributivi per un unico prodotto ideato appositamente per una realtà estremamente geolocalizzata.

Inoltre, le trattative in corso con le Telco potrebbero sbloccare la condizione di estrema arretratezza del nostro paese in fatto di Internet.

Non avere banda larga significa non incentivare lo sbarco di investitori stranieri sulle nostre sponde e, dall’altra parte della barricata, cablare una nazione per permettere di far raggiungere ai dati in transito velocità supersoniche non è un buon investimento per chi non sa decidere se il traffico dell’utenza ripagherà o meno questo sforzo.

In pratica, immaginiamo un paese senza strade e senza automobili: lo stato non costruisce le prime perché tanto, le seconde, nessuno le ha e se nessuno viaggia in auto, nessuno paga al casello dell’autostrada. Ma se un soggetto “X” afferma di poter vendere un milione di automobili e dice di poter garantire il traffico ed il rientro economico della spesa sostenuta, allora l’interesse dei costruttori a portare a compimento le strade diventa il presupposto di un guadagno sicuro.

Più o meno, anche con Netflix e con i nostri operatori telefonici, funziona così.

Solo che sulle strade (così come in rete) non ci passano solo auto/dati destinati all’intrattenimento, ma anche altri tipi di risorse.

In America, ad esempio, il traffico dati occupato da Netflix rappresenta nelle ore di punta solo un terzo dell’intero ammontare: neanche troppo!

Un vero volano per l’industria dell’audiovisivo e della comunicazione, a quanto sembra di capire.

Ma un soggetto produttivo e distributivo di questa portata potrebbe causare l’estinzione dei soggetti preesistenti ed autoctoni?

Netflix sarà la meteora che friggerà i dinosauri?

A quanto pare no, e a dirlo sono le stesse stime del colosso statunitense.

Le principali emittenti (Rai e Mediaset) hanno modelli di fruizione differenti e solo Sky e la Pay TV del gruppo Berlusconi le si può avvicinare per modalità d’utilizzo. Ci vorranno anni prima che gli effetti sul microclima del belpaese si facciano sentire ed inizino a gelare i lucertoloni; non meteorite ma lenta glaciazione, affermano i paleontologi.

In definitiva, le lusinghe della “nuova” vecchia Signora Zachanassian non si possono ignorare: sono troppo allettanti e troppo futuristicamente salvifiche per il nostro stato dell’arte.

In fondo, ci si chiede solo di uccidere Alfredo Ill!

Dal primo minuto di ieri 22 ottobre è ormai possibile iscriversi alla piattaforma anche per noi Italiani e chissà che questo non sia il nostro personalissimo “Ritorno al Futuro”, vista la prossimità tempistica con la quale ci affacciamo verso una nuova era che ci era stata pronosticata, con qualche licenza poetica, dall’amatissimo Marty McFly, proprio il 21 Ottobre 2015 di trent’anni fa!

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