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Il caso Block e i licenziamenti per l’AI (forse)

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Jack Dorsey – ex CEO di Twitter, che si è sempre opposto alla “muskizzazione” di quello che ora è noto come X –ha annunciato che la sua nuova azienda, Block, avrebbe licenziato oltre 4.000 persone: il 40% della forza lavoro.

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Ancora nubi sui cieli tech, anche quelli più specchiati. Il 1° maggio 2025 Jack Dorsey – ex CEO di Twitter, che si è sempre opposto alla “muskizzazione” di quello che ora è noto come X –ha annunciato che la sua nuova azienda, Block, avrebbe licenziato oltre 4.000 persone: il 40% della forza lavoro.

In un colpo solo Block è la fintech dietro Square e Cash App, conta (o meglio contava) più di 12.000 dipendenti ed è quotata al NYSE. Alcuni analisti l’hanno addirittura definito il taglio percentuale più grande mai visto in un singolo round tra le aziende dell’S&P 500, anche se va detto che i confronti storici su questo tipo di dati sono piuttosto difficili da verificare.

Dorsey ha scritto ai dipendenti, poi ha pubblicato la lettera su X. Il tono era insolito, e piuttosto criticato è stato anche lo stile, tutto in minuscole: una comunicazione “casual” più adatta a un gruppo di WhatsApp che a un qualcosa che avrebbe cambiato la vita di quattromila famiglie.

L’azienda sta bene, ha precisato Dorsey (non una gran sorpresa), e la decisione non nasce da difficoltà nei conti. Il punto è che il modo di fare impresa sta cambiando e l’intelligenza artificiale, abbinata a strutture aziendali più piatte, rende possibile fare le stesse cose con organici molto più ridotti; Block ha quindi scelto di adeguarsi adesso e non di aspettare che la scelta diventi un obbligo. Insomma, sì: per riassumere, ha detto che l’AI toglie il lavoro agli esseri umani.

Dorsey ha anche spiegato perché ha preferito usare la scure una volta sola piuttosto che procedere per gradi, sostenendo che i licenziamenti a rate annientano il morale di chi resta e la fiducia di clienti e azionisti; meglio un taglio netto senza scuse e senza false promesse, poi disattese. E, naturalmente, ha tenuto a precisare che la severance è generosa, generosissima: il pacchetto per chi lascia prevede 20 settimane di stipendio, a cui si aggiunge una settimana per ogni anno trascorso in azienda, più sei mesi di copertura sanitaria, i dispositivi di lavoro e un bonus una tantum di 5.000 dollari (spiccioli per il mondo tech, ma meglio di niente).

Tutto vero, o una scusa?

Wall Street, manco a dirlo, ha salutato con entusiasmo i licenziamenti, che indicano che la società ora è molto più efficiente. Le azioni di Block sono salite del 20% dopo l’annuncio, nessuna sorpresa considerando che, come ha ricordato Quartz, negli ultimi mesi Salesforce e Workday hanno registrato analoghi rialzi dopo aver comunicato i loro tagli al personale, sempre motivati con la transizione verso l’AI.

Chi è critico ovviamente legge il tutto in modo molto diverso, e tra questi critici c’è Ethan Mollick, professore alla Wharton School, che a commento della vicenda ha scritto su LinkedIn che, al di là di qualsiasi valutazione etica, scelte del genere rischiando di essere azzardate. Gli strumenti di AI davvero efficaci sono ancora molto recenti e si sa poco riguardo a come riorganizzare il lavoro anche se li si mette al centro; immaginare un guadagno netto di efficienza tali da giustificare tagli del 40% su scala aziendale, beh, richiede una buona dose di fiducia. Altra ipotesi: in realtà il motivo dei tagli è ben diverso, e l’AI viene usata per nascondere la proverbiale polvere sotto il proverbiale tappeto.

Perplessità che forse non sono del tutto infondate, a guardare la storia recente di Block. Tra il 2019 e il 2022 l’azienda ha triplicato il proprio organico, costruendo strutture separate per Square e Cash App invece di un’unica struttura condivisa (lo stesso Dorsey aveva riconosciuto pubblicamente di aver esagerato).

E c’è anche un altro episodio, che dice molto della tech culture dei supermegaricchi: solo cinque mesi prima dei licenziamenti, Block aveva organizzato una festa per i dipendenti da 68 milioni di dollari, con esibizioni nientemeno che di Jay-Z, Soulja Boy e T-Pain e una spesa che aveva fatto lievitare i costi generali.

L’AI rischia di essere la giustificazione di turno per correggere anni di espansione pensata male e gestita peggio, sull’onda dell’entusiasmo, storia tutt’altro che rara nel settore tech (e a proposito di conti che non tornano, ma dovrebbero: su SOSTariffe.it si possono confrontare i conti correnti disponibili sul mercato italiano e trovare quello più convenienti).

Gli impiegati negli Stati Uniti e il calo degli stipendi

La cosa più inquietante, comunque, non riguarda Block, ma il fatto che potrebbe essere rapidamente un esempio, soprattutto perché arriva da un CEO che solitamente non è percepito come un capitalista senza scrupoli, o, se non altro, meno di altri.

Se i mercati premiano un taglio del 40% della forza lavoro con un rialzo in borsa del 20%, il messaggio è molto chiaro: voialtri, che aspettate a licenziare e a dare la colpa all’intelligenza artificiale?

Il caso Block, d’altronde, non esiste in un vuoto, ma in un contesto che spiega già molto, ricorda sempre Quartz. Le paghe dei colletti bianchi negli Stati Uniti sono arrivate a un record di 29 mesi consecutivi di contrazione, riguardo al potere d’acquisto; secondo Aaron Terrazas, ex chief economist di Glassdoor, il fatto non ha precedenti negli ultimi settant’anni.

Il tasso di disoccupazione ufficiale è ancora intorno al 4,3%, cifra che permette di nascondere questo fenomeno, più che descriverlo: la sofferenza del mercato del lavoro qualificato si vede altrove, ad esempio nel calo delle assunzioni, nella diffusione della sottoccupazione o nelle uscite silenziose dalla forza lavoro, ad alimentare la schiera di inoccupati che ci rinuncia.

In qualche caso perché ha guadagnato abbastanza, come capita spesso nella Silicon Valley, e magari può scegliere di prendere i suoi risparmi per andare a vivere in qualche posto meno costoso della California. Negli altri casi, invece, no.

I dubbi di una nuova rivoluzione industriale

Daniel Keum, professore alla Columbia Business School, è convinto che l’AI stia già sostituendo lavoro qualificato, non limitandosi ad affiancarlo, e per certi versi è quasi inevitabile. Il costo della manodopera negli Stati Uniti è molto elevato, e l’automazione, in questo contesto, conviene.

Keum distingue due fasi di questo processo: la prima, quella già in corso, è un taglio ai costi attraverso la riduzione degli organici, proprio come ha fatto Block e altri come Block; la seconda, auspicabile e ancora lontana, è la creazione di nuovi prodotti e servizi che l’AI potrebbe rendere possibili, e con essa di nuovi posti di lavoro, passando da distruttrice a generatrice. Ma succederà?

Le università, ad esempio, non danno segnali incoraggianti. Secondo dati pubblicati dal Wall Street Journal, nella business school della Duke University il 21% dei laureati era ancora in cerca di lavoro tre mesi dopo la laurea, mentre nel 2019 era il 5%; e cifre simili arrivano da Georgetown, Michigan e Harvard. Terrazas è cauto, perché i dati, per ora, suggeriscono una certa gradualità nei cambiamenti, più che una frattura, ed è un fatto che ogni ondata tecnologica del passato ha alla fine creato più posti di quanti ne abbia distrutti.

Lo insegnano le rivoluzioni industriali. Il problema, questa volta, è che quell’analogia storica poggia su un’ipotesi che nessuno può più dare per scontata, e cioè che i nuovi lavori richiedano comunque esseri umani per essere svolti. Con la locomotiva e il telaio meccanico non sarebbe successo.

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