L'approfondimento

Democrazia Futura. La sconfitta di una pluridecennale politica europea

di Massimo De Angelis, scrittore e giornalista, si occupa di filosofia. È condirettore di Democrazia futura |

Capire le cause, il contesto e le conseguenze della guerra, per evitare lo scontro tra civiltà in un contesto multipolare. L'intervento dello scrittore e condirettore di Democrazia Futura Massimo De Angelis.

Massimo De Angelis

Proseguiamo oggi il dibattito assai vivace in seno alla redazione di Democrazia futura sulle conseguenze della guerra ospitando un intervento del suo condirettore Massimo De Angelis. L’autore – come recita l’occhiello – invita i nostri lettori a “capire le cause, il contesto [che hanno spinto la Russia ad invadere l’Ucraina] e le conseguenze della guerra, per evitare lo scontro tra civiltà in un contesto multipolare”. Nel suo intervento De Angelis, all’epoca stretto collaboratore di Achille Occhetto, sottolinea come gli Stati Uniti, dopo la caduta del muro di Berlino, proclamando la vittoria dell’Occidente e proponendo di sostituire al defunto bipolarismo il loro unipolarismo, fecero fallire il disegno iniziale, condiviso in tutto o in parte da molti leader continentali, di costruire una Casa comune europea fondata sull’idea di interdipendenza. Secondo De Angelis ciò segnò quella che definisce nel titolo come “La sconfitta di una pluridecennale politica europea”.

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Quasi tutti prendono posizione su questa guerra, molti meno si sforzano di pensarla. Ci si concentra su chi ha aggredito e non è difficile giungere alla conclusione che si tratta di Putin. In pochi guardano alle cause meno prossime, al contesto e alle conseguenze.

Concentriamoci dunque su questi aspetti.

Il disegno iniziale di costruire una Casa Comune europea dopo la caduta del muro di Berlino

Innanzitutto occorre traguardare l’attuale conflitto alla luce di quanto avvenne trent’anni fa nei primi anni Novanta del Novecento.  All’epoca della caduta del Muro i leader occidentali si erano impegnati con Michail Gorbaciov a non estendere a est i confini della Nato. Questo facilitò senz’altro una soluzione distesa e ordinata della dissoluzione del Patto di Varsavia.

Ma non c’era solo tale obiettivo distensivo, chiamiamolo così, tattico.

Vi era il disegno, condiviso in tutto o in parte da molti leader continentali, di una Casa comune europea fondata sull’idea di interdipendenza.

Casa comune europea e interdipendenza: due concetti nient’affatto banali.  Essi intendevano proporre un’uscita pacifica dalla guerra fredda con un’attenuazione secca del confronto militare, della minaccia nucleare, e allo stesso tempo dare una risposta avanzata, in termini di crescente interscambio, innanzitutto per l’Europa, al nuovo mondo economico globale che si poteva intravvedere oltre i due sistemi separati.

In definitiva si trattava di dare compimento alla pluridecennale strategia della distensione coltivata da una parte e dall’altra e culminata con la Conferenza di Helsinki nel 1975.

Ma quella strategia inaridì e morì. Essenzialmente per responsabilità statunitense e più in generale anglosassone. Un po’ perché questi non la capivano fino in fondo un po’ perché ritenevano non gli convenisse.

Ricordo nitidamente, in effetti, che nei colloqui che la delegazione del Pci, della quale facevo parte, ebbe con Gorbaciov al Cremlino nel l’inverno 1989, c’era la preoccupazione, innanzitutto proprio di Gorbaciov, che Stati Uniti d’America e Canada (allora la Gran Bretagna era nell’Unione europea) potessero sentirsi esclusi da questo grande processo e la necessità, quindi di rassicurarli.  Sappiamo come sono andate le cose.

Gli Stati Uniti videro nell’89 l’occasione per proclamare la vittoria dell’Occidente e soprattutto la loro vittoria, che rendeva possibile sostituire al defunto bipolarismo il loro unipolarismo.

Fiumi di inchiostro sono stati usati, soprattutto negli Stati Uniti, per approfondire questo concetto perché esso debba essere qui spiegato. Tutta la visione americana di questi ultimi tre decenni è stata condizionata da tale visione, e gli europei si sono ad essa pigramente adeguati, anche se contrastava la pluridecennale visione europea della quale abbiamo parlato.

Si badi che tutto l’approccio europeo, sia in campo militare che energetico, a cominciare dal progetto di gasdotto Nord Stream 2 non è il prodotto di una colossale ingenuità o sbadataggine tedesca o europea da cui dobbiamo rinsavire, ma appunto il frutto di una cinquantennale strategia europea di distensione.

Gli Stati Uniti hanno però seguito la via opposta. La scelta è stata quella del primato militare da affermare attraverso le open doors della Nato a tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia che ne facessero richiesta.

L’idea che pure era balenata, e non certo solo a dei visionari, di una Nato che fosse una struttura del tutto nuova che garantisse una mutua sicurezza a tutti i Paesi europei compresa la Russia, è stata ruvidamente abbandonata dal dogma dell’allargamento che suonava molto vae victis. Visione, è utile tenerlo a mente, coltivata specialmente dai democratici americani, almeno a partire dall’ex Consigliere per la Sicurezza Zbigniew Brzezinski, sulla base di teorie, più esoteriche che geopolitiche,  secondo cui chi ha in mano il Caucaso ha in mano il mondo e che dunque l’Occidente deve impossessarsene.

Questa visione e quella politica di allargamento hanno come premessa un disegno affatto diverso rispetto a quello europeo: un’alleanza militare, politica ed economica imperniata sugli Stati Uniti d’America con in posizione subordinata l’Unione europea e poi gli altri Paesi europei chiusa alla Russia.

Questa idea unipolare ha alla base la convinzione che vi sia un solo modello economico, sociale, culturale, politico accettabile che deve non essere proposto ma imposto al resto del mondo come l’unico accettabile. Per esser chiari il nuovo mondo dell’era digitale profetato da Erik Schmidt e dal sistema delle piattaforme, fondato su globalismo e politically correct.

Un sistema che, alla stregua di quello solare, ha al centro gli Stati Uniti d’America, poi gli altri Paesi anglosassoni, quindi l’Unione europea  e infine tutti gli altri messi in fila.

La nuova visione unipolare imposta dagli Stati Uniti dagli anni Novanta: ingerenza umanitaria, primavere arabe e rivoluzioni colorate

A partire dagli anni Novanta, quindi, distensione e interdipendenza sono stati messi in soffitta a vantaggio della visione unipolare.

Molti eventi possono essere messi in fila al riguardo. Cruciale fu la lunga agonia della Jugoslavia che non suscitò certo, allora, accorate difese della sacralità dei confini statal-nazionali da parte dell’Occidente.

L’”ingerenza umanitaria” in Serbia ne segnò l’epilogo.

Seguì poi, nel decennio successivo, la lunga guerra nell’area mediorientale (seconda guerra in Iraq, di segno politico diverso rispetto alla prima, Afghanistan, Siria) seguita dalle cosiddette primavere arabe (Egitto, Libia, Tunisia) con gli effetti confusi e destabilizzanti che conosciamo.

Contemporaneamente, sempre sul fronte est, alle primavere arabe corrispondevano le “rivoluzioni colorate” sponsorizzate dagli Stati Uniti d’America: in Georgia, Ucraina, Kirghiszistan.

Le vicende erano sempre simili tra loro. Contestazioni di elezioni politiche vinte da regimi traballanti, moti di piazza, rovesciamento dei governi e nuove elezioni con vittoria delle forze occidentali.

In quest’ area il tutto culminò in Ucraina nel 2014, con i famosi moti di Piazza Maidan che portarono al rovesciamento del governo legittimo filo-russo, rimpiazzato da forze filo-americane. Da lì si aprì il contenzioso sull’Ucraina e specificamente sul Donbass che gli americani non avevano interesse a risolvere e che, a loro volta, gli europei non seppero (né vollero) affrontare.

Dalla politica di distensione all’espansionismo dell’Occidente

Indipendentemente da una analisi più dettagliata e dal giudizio sull’insieme di questi eventi, alcuni dato balzano subito agli occhi.

Tali eventi segnalano:

a) la chiara volontà espansionistica dell’Occidente a sud e a est dell’Europa, ispirato e guidato più o meno direttamente dagli Stati Uniti e dalla loro strategia unipolare;

b) l’insieme di tali eventi, ecco il punto principale, vengono a determinare una linea di instabilità e/o di fuoco che abbraccia l’Europa praticamente a partire dai Baltici a Nord scendendo lungo tutta la linea est per poi lungo tutto il fianco sud (il Mediterraneo, dalla Siria al Marocco).

A questa stregua la politica di distensione a est e quella tradizionale del dialogo, specie italiano, con l’universo mediorientale, è cancellata. Il tutto finisce con il favorire instabilità e confrontation militare, con primazia statunitense vista la perdurante riluttanza europea ad avere una politica estera e di difesa comuni.

Una linea che ha come effetto collaterale la sempre più massiccia immigrazione in Europa di popolazioni africane, mediorientali e ora anche esteuropee.  

Le cause della guerra calda e la volontà statunitense di approfondire il solco tra Europea e Russia

Veniamo così all’oggi. Le responsabilità russe sull’apertura della guerra sono ovvie e sono gravi. È grave ricorrere a un’azione bellica così pesante. Essa non poteva rimanere senza reazioni e ha provocato uno choc emotivo sull’opinione pubblica europea provocando una rottura tra Unione europea e Federazione Russa che peserà molto sul futuro innanzitutto della Russia stessa e poi dell’Europa nel suo insieme.

Sulle conseguenze meno prossime abbiamo già cercato di fare luce.

Con quali sbocchi e con quali possibili conseguenze in prospettiva?

Quanto ai primi è ovvio che, al di là delle inquietudini per un aggravamento incontrollato del conflitto che avrebbe come teatro quello europeo, vi è una chiara dialettica in Occidente tra chi pensa a una de-escalation e pensa alle sanzioni più che all’invio di armi come mezzo per indurre la Russia ad accelerare la fine dell’intervento (posizione diffusa in Europa) e chi, Stati Uniti e Gran Bretagna soprattutto, puntano invece su una escalation attraverso l’invio costante e massiccio di armi (già da ben prima dell’apertura del conflitto) per rendere durevole l’instabilità e approfondire il più possibile il solco tra Europa e Russia (isolamento della Russia). Più passa il tempo e più questa seconda linea appare prevalente.

Alla luce di ciò anche alcune conseguenze appaiono visibili. 

La Casa comune europea appare sempre più irrimediabilmente spezzata a metà. Una metà appiattita sugli Usa, l’altra metà destinata ad esserlo sulla Cina.

I due attori regionali (Unione europea e Russia) che più avevano puntato negli scorsi decenni sulla politica di interdipendenza vedono tale loro strategia vanificata.

Limiti della linea unipolarista e sue conseguenze negli equilibri politici e nelle alleanze in Oriente

E soprattutto per l’Europa rinunciare a relazioni economiche con la Russia avrà conseguenze incalcolabili. L’Unione europea, sin d’ora, appare la perdente di questo conflitto, persino al di là della Russia.

Tutto ciò era del presto prevedibile già all’inizio della guerra. 

Un po’ meno prevedibile anche se non proprio del tutto sorprendente, era che intorno a tale conflitto si venisse saldando una cauta ma palpabile alleanza tra Russia e Cina e, ancor più, una neutralità con punte filo russe dell’India, persino del Pakistan e di una buona parte del mondo islamico.

In realtà già l’esito dell’occupazione dell’Afghanistan avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme sui limiti della linea unipolarista americana.

E in effetti l’atteggiamento della gran parte degli attori del mondo fa intravvedere più che una linea apertamente antioccidentale, un rigetto dell’unipolarismo americano e l’affermazione di un nuovo equilibrio multipolare.

Governare un “dialogo tra civiltà” e un equilibrio multipolare con politiche fondate su interdipendenza e compromesso

Un nuovo equilibrio multipolare che, di nuovo, può esser governato da una politica fondata sull’interdipendenza e sul compromesso. E qui l’Europa potrebbe di nuovo far sentire le proprie ragioni se non fosse per la sua sudditanza agli Stati Uniti d’America che è poi figlia dell’ incapacità a essere davvero un soggetto politico e anche militare unitario.

In sostanza, quindi, si delinea un mondo multipolare che può essere di “dialogo tra civiltà” o di “scontro tra civiltà” per evocate il pensiero di Samuel Huntington.

Tutta l’economia globale dovrà sintonizzarsi su questa nuova lunghezza d’onda.

Sarà comunque un terremoto dal punto di vista monetario, finanziario ed economico con la probabile fine dell’egemonia del dollaro.

Ma lo sconvolgimento potrebbe essere ben più grave se tra “dialogo” e “scontro” prevalesse la seconda ipotesi con un mondo non solo multipolare ma anche spezzato a metà da una nuova guerra fredda mondiale e dal riformarsi di due mercati più separati. Quel che appare in ogni caso certo è che i due perni dell’equilibrio saranno Stati Uniti d’America e Paesi anglosassoni da una parte, Cina, con Russia e altri alleati, dall’altra parte.

E quel che appare certo è che l’unipolarismo americano andrà incontro al declino.

Una parola va ancora spesa su quest’ultimo punto.

I valori liberal democratici dell’Occidente di dialogo non vanno confusi con l’unilateralismo e lo scontro fra civiltà

Vige una confusione tra unipolarismo americano e affermazione dei valori liberaldemocratici dell’Occidente.

Esistono però differenze tra l’uno e l’altro concetto.

La principale è che l’affermazione dei nostri valori potrebbe essere più forte innanzitutto se vi fosse consapevolezza di quali in effetti essi siano e poi se si proponesse una loro affermazione per “attrazione”. E invece, come si è detto, si sono moltiplicate ingerenze umanitarie e democratiche, esportazione forzosa della democrazia, imposizione dei famosi “stili di vita” occidentali, spesso contestati al di fuori dell’Occidente, attraverso pressioni, sanzioni e minacce.

Sono due vie profondamente diverse che, daccapo, passano l’una attraverso il “dialogo”, l’altra attraverso lo “scontro”.

Resto convinto che la via dello scontro produca solo rigetto anziché adesione e la chiusura dell’Occidente in un fortilizio sempre più chiuso in sé stesso ma  con al suo interno una corposa presenza multiculturale affine al fronte divenuto “avverso”.

Una condizione rischiosa, davvero molto rischiosa.

E Dio non voglia che ciò porti all’azzardo di puntare troppo sulla carta militare magari con l’armare fuori misura i Paesi Baltici. Essi sono troppo vicini a Mosca e a San Pietroburgo e questo avrebbe conseguenze imprevedibili o forse troppo prevedibili.

Forse qualcuno ricorderà che nell’inverno 1991 le Repubbliche Baltiche a cominciare dalla Lituania, furono le prime a far saltare il progetto gorbacioviano di una confederazione post-Urss che avrebbe potuto accompagnare un percorso di distensione est/ovest.

Si aprì allora una stagione più buia. Probabilmente quegli eventi innescarono anche il golpe di agosto a Mosca. Lì si aprì una nuova, meno promettente, pagina e non è da augurarsi che lì torni ora, drammaticamente, a chiudersi un circolo.