Il mercato

Bitcoin, in un anno valore cresciuto del 617%. Il futuro della criptovaluta si gioca in Asia?

Dopo il crollo sui mercati e lo stop alle ICO della scorsa settimana, per la criptovaluta più famosa al mondo arriva una nuova minaccia, sempre da parte della Banca centrale cinese, con la possibilità di una chiusura generalizzata degli exchange locali.

di Flavio Fabbri | @FabbriFlav2 |

Dall’inizio dell’anno gli scambi in bitcoin, a livello globale, hanno toccato quota 200 miliardi di dollari. Oggi la più celebre criptovaluta al mondo oscilla oggi attorno ai 4.300 dollari, in calo netto rispetto ai quasi 5.000 dollari di inizio settembre 2017, ma in ripresa (+7,26% sul mese).

 

Una botta d’arresto momentanea, per un trend comunque sempre molto positivo (su base annua il bitcoin è cresciuto di valore del 617%). Sono gli stessi analisti di mercato ha sottolineare la natura volatile della moneta virtuale, ancora in fase di maturazione e con un mercato fortemente instabile a causa delle forze stesse che vi agiscono.

 

Lo stesso crollo di settembre sembra essere legato agli scossoni provenienti dal mercato asiatico. La scorsa settimana la Banca centrale cinese (People’s bank of China) ha ordinato la cessazione immediata di ogni quotazione delle ICO agli intermediari nazionali (a luglio anche la SEC aveva avviato indagini informative).

 

Le ICO (o Initial coin offering) sono operazioni di raccolta di capitali in valuta da parte delle imprese (grandi e medio piccole), anche di startup. Ogni ICO consente di emettere nuove criptovalute e di guadagnare soldi (spesso anche senza prodotti e servizi pronti da offrire sul mercato). Al momento del blocco, c’erano circa 30 ICO in fase di lancio.

 

Perché il Governo di Pechino sia intervenuto ancora non è chiaro, anche se le dichiarazioni ufficiali parlano di misure necessarie “vista la seria minaccia portata all’ordine economico e finanziario del Paese”, ma è invece evidente quanto la Cina conti sul mercato Bitcoin.

I grandi ‘miners’ (coloro che mettono a disposizione la potenza di calcolo dei propri computer per sostenere il funzionamento stesso del mercato e in cambio, a ogni verifica andata a buon fine, ricevono dei bitcoin gratuiti) sono cinesi e per lungo tempo la quasi totalità delle transazioni con questa criptovaluta sono state generate in Cina (oggi circa il 25%, al secondo posto dopo gli USA, seguita da Giappone e Corea del Sud, dove è possibile fare shopping e comprare biglietti aerei in bitcoin).

 

Pechino e la Banca centrale cinese hanno annunciato controlli e verifiche su circa 60 piattaforme che si occupano di finanziamenti ICO, decretando il congelamento delle valute. Si temono diverse irregolarità e attività fraudolente in corso.

Cosa del tutto normale, visto che il circuito delle criptovalute non prevede intermediari istituzionali, ne controlli o controllori.

 

In Cina si sta dunque giocando una partita di massima rilevanza mondiale, perché se la strada intrapresa dalla sua Banca centrale venisse seguita da altri Paesi per le criptovalute potrebbe trattarsi non più di uno scivolone, ma di una seria battuta d’arresto.

Proprio in queste ore Pechino avrebbe annunciato la possibilità di poter chiudere gli exchange locali, che significherebbe quasi il blocco degli scambi in bitcoin.

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