L’AI nelle forze di Polizia USA: efficienza, controllo e rischio di deriva tecnologica
Negli Stati Uniti, l’intelligenza artificiale (AI) sta rapidamente trasformando il modo in cui viene gestito l’ordine pubblico. Dalla scelta dei quartieri da pattugliare alla redazione dei verbali, dall’analisi delle prove digitali fino all’uso di droni come “primi soccorritori” automatizzati, l’AI è ormai entrata nel cuore operativo delle forze di Polizia.
La promessa è chiara: più velocità, maggiore efficienza, meno carichi burocratici per agenti sempre più sotto organico. Ma dietro l’innovazione tecnologica si nasconde una questione cruciale per le democrazie liberali: chi controlla questi strumenti e quali garanzie esistono per i diritti dei cittadini?
Perché la Polizia punta tanto sull’AI
Il contesto spiega molto. Le forze dell’ordine americane (e forse anche di molti altri Paesi, tra cui l’Italia) affrontano da anni una cronica carenza di personale, mentre cresce la pressione politica e sociale per ridurre la criminalità violenta. Secondo un recente sondaggio riportato da Russell Contreras su Axios, tre agenti su quattro denunciano ritardi nei rinforzi durante le emergenze, mentre oltre la metà afferma di essere più esposta ad interventi e azioni ad alto rischio.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale viene presentata come una soluzione quasi inevitabile. Software generativi permettono di trasformare automaticamente l’audio delle bodycam in rapporti di polizia, riducendo ore di lavoro amministrativo. Sistemi di analisi avanzata aiutano investigatori sommersi da enormi quantità di dati digitali — intercettazioni, filmati, messaggi — a individuare rapidamente elementi rilevanti, come confessioni o conversazioni chiave.
Il mercato dell’AI applicata alle forze dell’ordine è in forte espansione. Secondo la società di consulenza Consainsights, si stima che il mercato delle soluzioni di intelligenza artificiale per le forze dell’ordine crescerà da circa 3,5 miliardi di dollari nel 2024 a oltre 6,6 miliardi di dollari entro il 2033. Per molti dipartimenti locali, già alle prese con bilanci limitati, queste tecnologie rappresentano un moltiplicatore di capacità operative.
Efficienza sì, ma a quale prezzo?
Il problema non è l’uso dell’AI in sé, ma il modo in cui viene adottata. La diffusione di questi strumenti sta procedendo molto più rapidamente delle regole pubbliche che dovrebbero disciplinarli. Algoritmi che suggeriscono dove pattugliare o quali dati analizzare rischiano di incorporare pregiudizi storici già presenti nei database di polizia, rafforzando discriminazioni razziali e sociali.
Se un sistema impara dai dati del passato, dagli arresti alle segnalazioni, passando per i controlli e quei dati riflettono pratiche di polizia diciamo “aggressive”, l’AI può amplificare questi bias rendendoli meno visibili e più difficili da contestare. Il rischio è quello di una “oggettività algoritmica” solo apparente, che sposta decisioni sensibili in una zona grigia tra tecnologia e responsabilità umana.
Inoltre, resta aperta una domanda fondamentale: chi possiede e controlla i dati raccolti? Molte piattaforme sono sviluppate da aziende private che collaborano direttamente con le forze dell’ordine, spesso senza un quadro normativo chiaro su conservazione, accesso e riutilizzo delle informazioni.
Droni e nuovi occhi sul territorio, che ne sarà della nostra privacy?
Il cambiamento più visibile già oggi riguarda l’uso di droni dotati di intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti oltre 1.500 dipartimenti di polizia utilizzano già questi sistemi per inseguimenti, ricerche di persone scomparse, gestione di scene del crimine e risposta a chiamate di emergenza. In alcuni casi i droni vengono inviati direttamente in risposta a una chiamata al 911, fornendo immagini in tempo reale e persino consegnando farmaci salvavita come il Narcan in caso di overdose da stupefacenti.
Dal punto di vista operativo, i vantaggi sono evidenti: i droni costano molto meno degli elicotteri, riducono l’esposizione fisica degli agenti e offrono una visione aerea immediata della situazione. Grazie all’AI, non si limitano a “guardare”: leggono targhe, analizzano movimenti, ricostruiscono incidenti, monitorano folle e, secondo i produttori, possono persino rilevare parametri biometrici a distanza.
È qui che emergono le preoccupazioni più gravi. La raccolta massiva di immagini e dati biometrici solleva interrogativi profondi sulla privacy, soprattutto quando avviene senza mandato giudiziario. Alcuni casi mostrano come i droni siano stati utilizzati per osservare proprietà private, cortili o interni delle abitazioni, con conseguenze dirette per i cittadini sotto forma di sanzioni o controlli amministrativi.
I limiti necessari in una democrazia
Le democrazie si fondano su un principio essenziale: il potere dello Stato deve essere limitato, controllabile e proporzionato. L’intelligenza artificiale, se applicata alla sicurezza pubblica senza adeguate garanzie, rischia di alterare questo equilibrio.
Servono regole chiare su quando e come l’AI può essere utilizzata, trasparenza sugli algoritmi impiegati, audit indipendenti per verificare discriminazioni e abusi, e soprattutto la certezza che la decisione finale resti in mano a esseri umani responsabili e identificabili. Come ricordano alcuni operatori del settore, l’AI dovrebbe aiutare a trovare le prove, non sostituirsi al giudizio umano in tribunale.
Il futuro dell’ordine pubblico negli Stati Uniti (e in prospettiva in tutta Europa, in Italia, ad esempio, si è avuto un primo utilizzo massiccio durante la gestione dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19) sarà inevitabilmente più tecnologico. La vera sfida non è fermare l’innovazione, ma governarla. Perché senza solide regole democratiche, l’efficienza promessa dall’intelligenza artificiale rischia di trasformarsi in una sorveglianza pervasiva, difficile da contenere e contestare e ancora di più da controllare. La sicurezza pubblica in una democrazia è fondamentale e le forze di Polizia devono essere messe in condizione di fare al meglio il loro lavoro, ma allo stesso tempo si deve evitare di finire in uno scenario alla “Robocop”. Ad oggi mancano solo i robot umanoidi in divisa, ma a sentire gli annunci delle Big Tech sembra ci siamo quasi.
