Il punto

Tim, la Cdp detiene il 4,2% del capitale

La Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) detiene il 4,2% del capitale di Telecom Italia. E' quanto emerge dagli aggiornamenti Consob sulle partecipazioni rilevanti. L'operazione è datata 10 aprile.

di Paolo Anastasio | @PaoloAnastasio1 |

La Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) detiene il 4,2% del capitale di Telecom Italia. E’ quanto emerge dagli aggiornamenti Consob sulle partecipazioni rilevanti. L’operazione è datata 10 aprile.

Nei giorni scorsi Cdp aveva deliberato l’ingresso nel capitale di Tim con una quota non oltre il 5%.

Oggi è l’ultimo giorno per acquistare azioni valide per votare nell’assemblea Telecom Italia del 24 aprile il cui ordine del giorno è stato integrato, seguendo le decisioni del collegio sindacale, con le richieste di Elliott di revoca di sei consiglieri in quota a Vivendi e nomina di sei amministratori proposti dal fondo.

La quota del 4,2% è anche quella con cui Cdp si dovrebbe presentare all’assemblea del 24 aprile, non potendo le azioni che eventualmente venissero acquistate da domani essere disponibili per la ‘record date’ di venerdì prossimo.

L’ingresso di Cdp rappresenta un sostegno al piano del fondo Elliott, che insieme allo Stato spinge per una separazione della rete, e avvalora un progetto di separazione legale e poi cessione parziale della rete che potrebbe favorire infine una fusione con Open Fiber. A quel punto verrebbe creata un’unica grande società di gestione della rete che potrebbe diventare come Terna o Snam (dove però non mancano partecipazioni straniere). Questo percorso avrebbe il merito di far emergere il valore dell’asset rete, che secondo gli analisti, varrebbe circa 16 miliardi di euro.

Sull’ingresso di Cdp in Tim nei giorni scorsi si era espresso il ministro Carlo Calenda su Twitter: “Per la cronaca nessuno sta mettendo lo Stato da nessuna parte ma supportando un progetto che prevede una public company, sogno proibito di ogni liberista ben educato”. Un tweet, quello di Calenda, in risposta a quello precedente del professore della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè: “Una decisione interventista che ribalta in poche ore una linea politica ventennale merita una spiegazione articolata. Nel metodo, oltre che nel merito”.

Intanto, si scalda l’atmosfera in vista dell’assemblea del 24 aprile. I consiglieri indipendenti di Tim Borsani, Calvosa, Cornelli, Frigerio e Vivarelli, hanno voluto fosse pubblicata sul sito di Tim nella parte relativa alla documentazione per l’assemblea del 24 aprile la motivazione del loro voto contrario alle decisioni prese dal Cda a maggioranza il 9 aprile in cui l’integrazione all’odg voluto dal collegio sindacale è stata giudicata “illegittima” e l’assemblea del 24 aprile ritenuta superata.

Secondo i cinque consiglieri “l’ordinamento prevede l’impugnazione da parte del collegio sindacale delle delibere del cda – precisano – ma non conosce l’ipotesi inversa che si presenta come un monstrum non solo sul piano processuale ma anche sul piano sostanziale in ordine al normale articolarsi dei rapporti interorganici”.

Secondo i consiglieri indipendenti espressi dai fondi il Cda nel decidere di non ammettere le proposte di Elliott nell’odg dell’assemblea era spinto da un conflitto d’interessi. “La delibera del 22 marzo è stata adottata in violazione del codice civile e per di più col voto determinante di consiglieri in conflitto di interessi (perché contrari all’integrazione avente ad oggetto la loro revoca)”, spiegano i motivi del loro voto contrario. Non si è mai visto un cda contestare le decisioni di chi deve vigilare su di lui: “E’ un ‘monstrum’ (un evento fuori dal normale, ndr) non solo sul piano processuale ma anche sul piano sostanziale”. “L’integrazione dell’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile è rilevante – spiegano – e dovuta anche in presenza delle dimissioni della maggioranza dei consiglieri, e condividiamo quindi il provvedimento di integrazione adottato dal collegio sindacale”.

Nel frattempo, Vivendi primo azionista di Tim con circa il 24%, ha conferito ad un blind trust il 19,19% di Mediaset, scendendo così sotto il 10% nel capitale del Biscione in ottemperanza a quanto richiesto dall’Agcom per sanare la sua posizione dominante nel mercato italiano dei media e delle Tlc dovuto alla doppia partecipazione in Tim e Mediaset.

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