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SosTech. Fake news e salute: con Internet ci facciamo del male?

La potenza della diceria è tutt’altro che nuova, e con Internet ha trovato semplicemente un veicolo di portata straordinaria.

di Giordano Rodda |

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

D’accordo, “fake news” comincia a diventare un’espressione quasi insopportabile anche per i più pazienti tra noi. Ma sappiamo che il rischio è reale, dalla possibilità di pilotare elezioni in altri Paesi (o presumere di poterlo fare) alla semplice incoscienza in grado di farci credere a più o meno tutto quello che leggiamo su uno schermo: soprattutto se tende a darci ragione e a rinforzare idee e preconcetti.

D’altronde la potenza della diceria è tutt’altro che nuova, e con Internet ha trovato semplicemente un veicolo di portata straordinaria: il rovescio della medaglia di una fonte inesauribile di informazioni è la facilità con cui ormai possiamo trovare conferme al fatto che, ad esempio, quello strano dolorino che sentiamo alla schiena potrebbe essere una misteriosa sindrome esotica, o che un po’ di tosse da raffreddore stagionale in realtà potrebbe sparire con qualche non meglio identificato intruglio fai-da-te. Già, perché se una cattiva informazione in genere ci rende più ignoranti, quando riguarda la nostra salute i rischi diventano ancora più seri. Dal momento in cui abbiamo deciso di dare retta al vicino di casa laureato all’università della vita e non a chi ha studiato per trent’anni un fenomeno, abbiamo messo una seria ipoteca anche sul nostro futuro.

 

Autodiagnosi? Sì, ma con criterio

 

L’autodiagnosi di per sé non è una pratica sbagliata, anzi. Nessuno conosce il nostro corpo meglio di noi, visto che non siamo monitorati costantemente, a parte casi particolari: se cominciamo a starnutire a raffica, andiamo tre volte dal medico di base e per tre volte ci viene dato un antistaminico, alla quarta saremo in grado di prenderlo da soli. Il Servizio Sanitario Nazionale già a che fare con milioni di malati reali, gravarlo ulteriormente con i fake sick – per restare in tema – lo porterebbe al collasso.

Il problema è che l’autodiagnosi di disturbi e malattie deve essere perlomeno confortata da consulti precedenti con il personale specialistico, che però costano fatica, lunghe code o – se per accorciare i tempi e per un servizio migliore ci rivolgiamo al professionista nel suo studio – centinaia di euro. Dall’altra parte invece c’è una tentazione: Google. La Rete brulica di siti che sostengono di dare la risposta giusta per ogni sintomo, anche quelli che il nostro medico curante, secondo noi, non è mai stato in grado di curare. Allora, che male c’è a dare un’occhiata?

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Il nuovo medico e farmacista, il web

 

Parecchio, in verità: almeno se non ci si cura delle fonti e ci si affida al primo sito che si trova con una rapida ricerca, magari senza alcuna attendibilità scientifica, solo scritto secondo i giusti criteri SEO (se non direttamente sponsorizzato) in modo da trovarsi in cima ai risultati. Secondo quanto dichiarato da Google, lo scorso anno circa l’1% del totale delle ricerche era collegato proprio ai sintomi medici. Ma a fare scalpore è soprattutto l’ultima ricerca del Censis condotta con Assosalute e presentata proprio in questi giorni, che mostra come sempre più italiani si rivolgano alla Rete non solo come supporto, ma come vero e proprio sostituto del personale medico. Fortunatamente la maggior parte degli italiani continua a chiedere informazioni e consulti al proprio medico (nel 53,5% dei casi) e al farmacista (nel 32,3%), ma più di una persona su quattro utilizza il web come canale informativo (28,4%). E, come sappiamo, c’è una ben precisa gerarchia: difficilmente il 2,4% di italiani che utilizza i social network per avere informazioni sulla sua salute potrà avere una risposta sufficientemente accurata e approfondita (la disinformazione sui vaccini del resto è lì a dimostrarlo).

 

Nove milioni di inganni

 

Le percentuali diventano ancora più impressionanti quando si passa non più alla popolazione in generale, ma ai famigerati Millennial: il 36,9% dei giovani, tra teenager e trentenni, usa il web in autonomia per informazioni sulla cura di piccoli disturbi. Oggi il 73,4% degli italiani (nel 2007 erano il 64,1%) è convinto che sia possibile curarsi da soli, in caso di piccoli disturbi; il 16,9% di questi lo ritiene “il modo più rapido”, più saggio invece il 56,5% convinto che l’autodiagnosi (e l’automedicazione) possano essere un valore perché ognuno conosce i propri piccoli disturbi e le risposte più efficaci.

Si obietterà: anche prima di Internet, si è sempre ricorsi all’automedicazione. Vero, ma in questo caso si tratta di un approccio più maturo, perché comunque almeno all’inizio presuppone che si consulti il medico o il farmacista. Come si legge nella ricerca del Censis, “L’automedicazione con i farmaci da banco non è mai uno sregolato libero arbitrio soggettivo, si fonda sempre su indicazioni mediche. Gli italiani non usano i farmaci come semplici beni di consumo: la spesa pro-capite per farmaci senza obbligo di prescrizione in Italia è pari in media a 40,2 euro all’anno, nel Regno Unito sale a 69,6 euro, in Germania a 80,1 euro, in Francia a 83,1 euro e il valore pro-capite medio tra i grandi Paesi europei è di 65,7 euro. Gli italiani spendono per i farmaci senza obbligo di ricetta il 39% in meno della media degli altri grandi Paesi europei”. Per quanto riguarda Internet, invece, la situazione è molto più a rischio: ben 8,8 milioni di italiani, infatti (e 3,5 milioni di genitori) nel corso di quest’anno sono caduti vittima di notizie costruite ad arte sulla salute. Le fake news, appunto.

Un aiuto per riconoscere la depressione

 

Come sempre bisogna rammentare di non gettare via il bambino con l’acqua sporca. Internet è uno strumento straordinario, e approfittare dei prezzi sempre più bassi delle connessioni alla Rete (su SosTariffe.it potete trovare le occasioni più interessanti del momento in materia di ADSL e fibra ottica) ci permette anche di rimediare in maniera più rapida e più efficiente a certi tipi di malattie.

La depressione, ad esempio: Google ha stretto una partnership con il NAMI (US National Alliance on Mental Illness), l’istituto nazionale americano per le malattie mentali, per aiutare chi pensa di poter soffrire dei sintomi della depressione. Basta cercare su Google (dallo smartphone) “clinical depression” per accedere a un sito dove rispondere a nove domande sulla propria salute mentale. Rendersi conto di avere un problema di questo tipo, quindi, spingerebbe a cercare aiuto e a compiere il primo passo per affrontare una malattia che spesso, erroneamente, non è considerata tale.

 

Fonti: http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121153

https://www.nami.org/About-NAMI/NAMI-News/2017/Google-Partners-with-NAMI-to-Shed-Light-on-Clinica

 

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