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SosTech. Dai PC agli smartphone, il caso App Store

Dal 2010 al 2017 ci sono stati 170 miliardi di download su App Store, per una spesa complessiva di 130 miliardi di dollari. Adesso che i PC sono sempre più una reliquia del passato, a monetizzare è soprattutto l’app economy.

di Giordano Rodda |

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Se qualche anno fa ci avessero detto che i computer avrebbero cercato di diventare dei telefonini e non viceversa, ci avremmo probabilmente riso su: ma era un’altra epoca, in cui visitare un sito con i primi smartphone era costoso, faticoso e poco funzionale, e metterci davanti a una tastiera con un monitor continuava a sembrarci l’unica possibilità per rapportarci con quell’ancora misterioso organismo chiamato Rete.

 

Adesso che i PC sono sempre più una reliquia del passato, e che a monetizzare è soprattutto l’app economy (secondo i numeri diffusi da Apple di recente, la Mela ha distribuito agli sviluppatori più di 20 miliardi di euro solo in Europa dal lancio dell’App Store di iOS), le transazioni nate su computer ma soprattutto pensate per il computer hanno subito delle mutazioni profonde. Sono quasi spariti i programmi per PC da migliaia di euro, sostituiti da abbonamenti mensili o annuali (basti pensare alla suite Adobe oppure a Microsoft Office); nella maggior parte dei casi, soprattutto, si cerca di creare un ecosistema integrato, cioè che assicuri la stessa esperienza d’uso agli utenti desktop e a quelli mobile.

 

Il cloud, insieme al prezzo sempre più economico degli abbonamenti Internet, tra fibra ottica e 4G (su SosTariffe.it è possibile scoprire i più convenienti), ha dato una grossa mano, risolvendo tutti quei problemi logistici che costringevano a girare sempre con flash drive e adattatori in tasca per trasferire i file di lavoro da una parte all’altra.

 

Racconto di due store

 

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Basta prendere i due store di Apple, del resto, apparentemente due versioni della stessa cosa e in realtà due entità assai diverse. L’App Store è la versione per iOS, quella con cui si acquistano le applicazioni per iPad e iPhone: e qui i numeri sono davvero impressionanti, a giudicare il recentissimo report di App Annie che analizza i dieci anni di attività del negozio virtuale, concentrandosi soprattutto sugli ultimi sette.

 

Da luglio 2010 a dicembre 2017 ci sono stati 170 miliardi di download su App Store, per una spesa complessiva di 130 miliardi di dollari. A maggio di quest’anno, il numero di applicazioni disponibili era di più di due milioni.

 

 

Tanta paccottiglia, verrebbe da pensare, applicazioni che hanno portato giusto qualche spicciolo ai loro sviluppatori a parte i grossi nomi: e invece no, visto che le applicazioni che sono riuscite a spingere i propri utenti a spendere complessivamente più di un milione di dollari, da luglio 2010, sono state quasi 10.000. Anzi, ad analizzare i dati è vero il contrario: la redditività delle app cresce a una velocità superiore rispetto al numero dei download, il che significa che il modello di guadagno (rappresentato in gran parte dai giochi e dagli acquisti in app) è stato acquisito e viene sempre meglio sfruttato.

 

Il riscatto arriva dalla Cina

 

A mostrare che chi compra un iPhone, soprattutto in questo periodo, non bada eccessivamente alle spese (e forse, anche, che c’è un’organizzazione dei contenuti e dei titoli più efficiente), anche un altro dato: malgrado le installazioni complessive di iOS rispetto ad Android siano meno numerose, App Store riesce a generare una spesa complessiva dei consumatori pari a quasi al doppio di quella di Google Play. Merito, in gran parte, dell’Oriente: se nel 2011 i download per iPhone erano distribuiti più o meno equamente tra Paesi EMEA al 33% (Europa, Africa e Medio Oriente), APAC (Asia Pacifica, tra cui Cina e Giappone) al 30% e Americhe al 37%, oggi la proporzione vede un 26% per i paesi EMEA, il 49% per gli APAC e ancora il 26% delle Americhe. In altre parole, i download di Europa, Medio Oriente, Africa, America del Nord (Stati Uniti compresi) e America del Sud sono quasi equivalenti a quelli del solo Estremo Oriente. Discorso analogo per la spesa: nel 2011 35% EMEA, 23% APAC e 42% Americhe; oggi uno striminzito 14% i paesi EMEA, il 59% i paesi APAC e 27% le Americhe. In particolare, è stato cruciale il 2014, quando finalmente Apple si è aperta alla Cina con iPhone 6 e iPhone 6 Plus.

 

 

Come si diceva, gran parte del guadagno arriva dai giochi: 31% dei download ma ben il 75% della spesa, e qui la superiorità della Cina e del resto dell’Estremo Oriente si fa sentire ancora di più: i 19,3 miliardi di dollari spesi in quest’area nei giochi supera, e non di poco, la somma di tutti gli altri guadagni in qualsiasi tipo di app nel resto del mondo (11,3 miliardi le Americhe e 6 miliardi le nazioni EMEA). Esempio fresco fresco: Fortnite Battle Royale, di gran lunga il gioco di maggior successo da qualche settimana a questa parte, ha fatto registrare solo su iOS 100 milioni di dollari finiti nelle casse di Epic Games a soli 90 giorni dal suo debutto: una prestazione seconda solo a quella di Clash Royale, che questo fatturato era riuscita a generarlo in soli 51 giorni.

 

Difendendo il giardino

 

Insomma, non c’è da stupirsi se Apple dedica al suo App Store grandissima attenzione, migliorando volta per volta la sua interfaccia (ora molto diversa a quella di appena qualche anno fa), con approfondimenti, anteprime, perfino interviste agli sviluppatori. Dall’altra parte, invece, c’è il Mac App Store di OS X, che è una plastica rappresentazione del rapporto di forze tra computer e smartphone: una landa semi-desolata, dove ogni applicazione ha poche recensioni, il catalogo si rinnova molto raramente e soprattutto manca la gran parte dei programmi che vengono utilizzati quotidianamente dai milioni degli utenti che si affidano a iMac e MacBook. Ed ecco perché la nuova versione del Mac App Store che debutterà con l’ultima iterazione del sistema operativo di Apple, Mojave, prevede un’interfaccia completamente ridisegnata, con contenuti editoriali e suggerimenti dai migliori programmatori, proprio come la versione mobile.

 

Tutto questo successo, comunque, porta anche a dei rischi: lo dimostra il caso Apple v. Pepper che proprio in questi ultimi mesi, dopo anni di preparazione, ha cominciato a diventare non solo un’ipotesi, ma una concreta realtà: sul piatto c’è un’accusa di monopolio a Cupertino perché l’unico modo per procurarsi un’app per iPhone e iPad è proprio attraverso l’App Store. Apple ha appena chiesto alla Corte Suprema di essere ascoltata e cercherà di far valere le ragioni per un “walled garden”, come dicono oltreoceano, che ha dimostrato di funzionare alla perfezione. Con qualche rinuncia per la flessibilità.

 

Fonti:

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