Scuola digitale

Smartphone e tablet entrano a scuola. Ora tocca agli insegnanti

Dopo otto anni di blocco, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha dato via libera all’uso intelligente degli smartphone e dei tablet nella scuola.

di Arnaldo Dovigo, Membro degli Stati Generali dell’Innovazione |

Sul Messaggero del 23 ottobre 1999, Roberto Pesenti scriveva l’artico “Ma Internet è davvero il diavolo?”[1], nel quale erano riportate le perplessità del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sui pericoli di internet, strumento che dal 1984 ad oggi si è trasformato, con i nuovi pericoli tra i quali il cyberbullismo, ma anche con nuove potenzialità, specie nei paesi a tecnologia più avanzata, e in questo semestre di presidenza dell’Estonia non si può non menzionare il cittadino e l’utente (che sono due aspetti diversi della stessa persona), che in Estonia fa quasi tutto da casa con una smartcard collegata al suo computer. Cose promesse anche in Italia ma che fanno fatica a decollare.

 

Quello della pericolosità di internet, che in questi anni ha perso l’iniziale maiuscola a dimostrazione di essere diventata uno strumento di uso comune, non è un tormentone estivo anche se siamo in agosto, ma un tema ricorrente. Continuo però a ricordare che al volante dell’”automobile impazzita” come titolano i quotidiani c’è una persona che ha avuto un malore improvviso o è sotto l’effetto di stupefacenti o dell’alcol. Perché di per sé l’automobile, un coltello, internet, sono degli strumenti neutri.

 

Siamo passati molto rapidamente a nuove realtà come, solo per fare alcuni esempi, le smart city, la cui applicazione più banale è la videosorveglianza con le telecamere che ci in alcune città ci guardano ogni 30 metri, la sperimentazioni di automobili senza guidatore, che in autonomia deciderà in caso di pericolo se investire il pedone A o il pedone B, e l’IoT (Internet of Things), che con la sua applicazione nella realtà domestica ci ha portato l’aspirapolvere rotondo che potrebbe trasmettere i dati delle nostre abitazioni a Amazon, Google e Apple, tanto per fare tre nomi. Gli stessi che, con le loro pressioni economiche, influiscono sulle decisioni di alcuni governi, sostituendo in parte la tecnocrazia alla democrazia. Tutte novità che sollevano degli interrogativi etici che non possiamo sottovalutare. Da parte nostra è richiesta un’attenzione sempre maggiore nell’uso anche più elementare degli strumenti perché siamo geolocalizzati già accendendo il nostro vecchio cellulare GSM.

 

Il 26 luglio scorso la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha presentato il Piano Nazionale della Scuola Digitale (PNSD) fatto di investimenti, strumenti, competenze, formazione e accompagnamento. Tra le altre cose, dopo otto anni di blocco ha dato via libera all’uso intelligente degli smartphone e dei tablet nella scuola, togliendo il divieto imposto da una circolare del 2007 firmata dall’allora ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni.

 

C’è chi ha osservato che, almeno per il momento, ciò poterebbe essere un invito a usare gli strumenti personali che potrebbero avere installati dei videogiochi, fonte di distrazione. È un falso problema, o almeno un problema non nuovo, perché prima gli studenti non troppo interessati leggevano “Topolino” sotto il banco o giocavano a battaglia navale con il compagno di banco con gli schemi 10×10 sui quaderni di matematica.

 

Sta agli insegnanti, debitamente formati, indirizzare gli scolari e gli studenti ad un uso corretto degli smartphone e dei tablet. Certo che se esso si riduce a una ricerca su Wikipedia o su Treccani.it meglio, molto meglio, restare alle enciclopedie cartacee che sicuramente non permettono il copia-incolla e richiedono un maggiore impegno intellettuale. Non ci si improvvisa insegnanti tecnologici da un giorno all’altro, così come non basta una laurea in giurisprudenza per insegnare diritto alle superiori, e anche la formazione dei docenti è considerata nel PNSD, ma la coesistenza del supporto informatico e del libro tradizionale nell’insegnamento è ormai la strada da percorrere. Una scuola di eccellenza in questo campo è l’ITIS Ettore Majorana di Brindisi che, con il suo progetto http://www.bookinprogress.org/, ha visto e realizzato nelle interazioni insegnante–studenti e studenti–studenti un nuovo modo di insegnare e apprendere.

 

In un articolo sull’Espresso Caterina Serra afferma che viviamo immersi nei nostri tablet alla continua ricerca del nulla e che, continuando così, il prossimo passo saranno le bambole 3S.

 

Può essere, se li lasciamo fare, anche perché in Italia il fenomeno della pornografia è stato a suo tempo il volano delle vendite dei videoregistratori. Come può accadere di essere connessi h24 ai nostri smartphone se non riusciamo a darci e a seguire quelle regole basilari che sono ricordate su quasi tutti i Social Media di informazione. Dipendenza che, per restare sull’argomento, possono dare anche le serie in televisione o in streaming, come ammonisce Francesca Ungaro.

Il 2017 è l’anno del cinquecentenario della Riforma protestante, iniziata con l’affissione da parte del monaco agostiniano Martin Lutero delle 95 tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg. Fatto epocale che in altri Paesi segna l’inizio dell’Evo Moderno.

 

La sua diffusione fu favorita dalla contemporanea invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Joannes Gutenberg, che diede da subito tre grandi vantaggi. La celerità della pubblicazione e diffusione di un testo, la certezza che tutte le copie erano uguali tra loro e, non ultimo per importanza, la graduale alfabetizzazione dei tedeschi. L’e-book e il tablet non sono altro che un modo più moderno di conservare e fruire dell’informazione.

 

Ciò che prima era conservato in un “cervello elettronico”, com’erano simpaticamente chiamati i CED prima dell’avvento dei desktop, ora può stare facilmente in una chiavetta o nel cloud – la nuvola – la memoria virtuale che possiamo usare sui nostri notebook o tablet.

 

Quando viaggiando in treno vediamo persone indaffarate sul notebook o con l’iPod e le cuffie esimiamoci da facili giudizi. Chi viaggia per lavoro spesso impiega le ore del tragitto ultimando una relazione e con l’iPod, oltre che canzonette, si possono ascoltare conferenze e altre cose.

[1]http://www.bibliotecheoggi.it/2000/20000408201.pdf Nota 4

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