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Rete Tim, altri incumbent europei seguiranno la strada italiana?

Una recente analisi del Financial Times ha messo sotto i riflettori il caso della separazione della rete Tim. Seguendo l’esempio italiano, altri incumbent europei potrebbero seguire e separare anche loro la rete dai servizi?

Non è affatto escluso, anche perché un po’ tutti hanno problemi: da Telefonica a Deutsche Telekom, passando per Orange e BT.

L’accordo su NetCo darà tregua al settore?

E quindi, secondo il Financial Times, l’accordo su Netco darà una tregua al settore, favorendo potenzialmente il consolidamento nel frammentato mercato delle telecomunicazioni italiano ed europeo.

Gli analisti ritengono che fusioni e acquisizioni siano l’unica via da seguire per risolvere i problemi di bassa redditività e aumentare gli investimenti nella rete, che in Europa stentano a decollare secondo le richieste per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di copertura a 1 Giga entro il 2030 contenuti nel Digital Compass.

In questo contesto, Tim, oberata dai debiti, viene scambiata con uno sconto significativo rispetto ai suoi concorrenti. Il suo debito netto a settembre ammontava a 25,3 miliardi di euro. È ora al quarto amministratore delegato dal 2016 (Flavio Cattaneo, Amos Genish, Luigi Gubitosi, Pietro Labriola). Nessuno di loro è riuscito a trovare alternative praticabili allo spezzatino di un’azienda che impiega più di 40mila persone in Italia, dove è considerata un asset nazionale strategico su cui il governo può porre il veto alle operazioni di acquisizione tramite il golden power.

Ora Tim deve rifinanziare tra i 3 e i 4 miliardi di euro di debito all’anno. E deve affrontare un costoso upgrade della sua rete da rame a fibra, nonché rispettare gli obiettivi di copertura al 2026 nell’ambito del piano ‘Italia 1 Giga’ e ‘5G Italia’ per non perdere i fondi del Pnrr.

Separazione della rete ultima istanza per Tim

L’amministratore delegato Pietro Labriola, ricorda il Financial Times, ha candidamente ammesso che con i tassi di interesse in aumento la società non potrebbe permettersi tali costi. Tanto più che nel 2021 Tim ha emesso tre profit warning; nel 2022 ha subito una svalutazione di 2 miliardi di euro; e nei primi nove mesi di quest’anno i suoi pagamenti di interessi sono saliti a 1,3 miliardi di euro, cancellando i suoi margini nel periodo. La separazione della rete dal business dei servizi è l’ultima istanza per l’azienda, qualcosa che nessun altro grande gruppo europeo di telecomunicazioni ha mai fatto.

Labriola ritiene che alcuni dei suoi concorrenti continentali potrebbero seguire la strada della separazione. La debolezza dei titoli europei delle telecomunicazioni riflette la loro frammentazione e la mancanza di allineamento tra i modelli di business delle aziende e l’evoluzione tecnologica in un contesto di minori ricavi e maggiore concorrenza, dicono gli analisti.

Ondata di consolidamento?

Prima di Natale la francese Iliad ha proposto l’acquisizione delle attività italiane di Vodafone. Secondo gli analisti, l’accordo creerebbe il più grande operatore di telefonia mobile italiano con una quota di mercato del 35%. Vodafone sta valutando diverse opzioni, incluso un potenziale legame con Fastweb controllata da Swisscom in Italia.

Se il caso Tim dovesse innescare una discussione più ampia, anche tra i regolatori europei, sulla necessità di un consolidamento continentale sarebbe anche una buona notizia, dicono gli esperti. Analisti e investitori hanno criticato l’antitrust Ue per “non essere favorevole agli accordi” di merger e acquisizioni. Ma il mandato è agli sgoccioli, con le elezioni del Parlamento europeo fissate per giugno.

Con il nuovo corso europeo in vista si può immaginare un cambio di rotta. l’Europa conta più di 100 operatori, molti dei quali estremamente locali, un numero enorme rispetto a Stati Uniti e Cina, dove il mercato è conteso da pochi grandi player.

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