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Recovery Plan, risorse alla cultura esigue e collocazione opaca

Nel pomeriggio di domani sabato 24 aprile è prevista l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del cosiddetto “Recovery Plan” ovvero il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (da cui l’impronunciabile acronimo “Pnrr”), ovvero il documento che dovrebbe stimolare un complessivo rilancio socio-economico della nazione, per superare il trauma della pandemia Covid-19.

In verità, la convocazione del Cdm era stata annunciata per oggi venerdì alle 17, ma alle ore 13 l’Ufficio Stampa di Palazzo Chigi ha comunicato che è stata fissata definitivamente per domani sabato alle 10. In effetti, in itinere – parrebbe – la materia è divenuta… incandescente, soprattutto a fronte di una qual certa inattesa effervescente resistenza manifestata dal leader della Lega Matteo Salvini

Si tratta del primo passaggio del “Recovery” finale, in vista della presentazione del documento al Parlamento da parte del presidente del Consiglio Mario Draghi, che lunedì 26 sarà alla Camera e martedì 27 al Senato; il Piano tornerà di nuovo in Consiglio dei Ministri per il via libera definitivo e l’invio a Bruxelles entro la scadenza di venerdì 30 aprile. Una bozza del documento era stata discussa a lungo, tra giovedì 15 e lunedì 19 aprile, con le varie parti politiche. Il 14 aprile, la bozza era stata affrontata anche dalla Conferenza Unificata, in sessione straordinaria.

L’impegno finanziario previsto nelle 6 “Missioni” del Piano è giunto alla fantastica cifra di 221,5 miliardi di euro, includendo i 30 miliardi del cosiddetto “Fondo Complementare”, ovvero risorse nazionali integrative (che andranno utilizzate con le stesse regole di quelle europee).

Si ricordi che, nella versione in bozza approvata dal 2° Governo guidato da Giuseppe Conte, il “Pnrr” era arrivato a 210,92 miliardi, a fronte degli attuali 191,52 miliardi, con una riduzione quindi di 19,4 miliardi, ma il flusso complessivo, con il fondo complementare, arriva appunto a 221,5 miliardi, con un incremento, alla fin fine, di 10,65 miliardi.

Il “Recovery Plan” italiano si sviluppa in 6 “Missioni”, i cui interventi sono stati definiti dal Governo e approvati in Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2021, con due “placet” di Camera (il 31 marzo) e Senato (1° aprile).

Il piano è denominato anche “Next Generation Ue”, e finanzierà il Paese per il triennio 2021-2023, con titoli di Stato europei (“Recovery bond”, appunto). Questi ultimi serviranno a sostenere i progetti previsti dai Piani nazionali di riforme di ogni Paese: i “Recovery Plan”, appunto. L’Italia e la Spagna figurano come i maggiori beneficiari di questa misura.

Nelle ultime ore, è trapelata anche una bozza della introduzione al documento da parte del Premier, che scioglierebbe uno dei “nodi” politici: a chi sarà affidata la “governance” del Piano?!

Si legge che la supervisione politica è affidata a un “comitato istituito presso la Presidenza del Consiglio a cui partecipano i ministri competenti”, ma ci sarà anche “una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’Economia”, mentre “le amministrazioni sono responsabili dei singoli investimenti e delle singole riforme”, su cui potranno intervenire anche “task force locali”.

Le 6 “Missioni” del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (Pnrr)

Si ricorda che le 6 “Missioni” previste dal Piano da 222 miliardi di euro sono:

  1. La digitalizzazione, l’innovazione, la competitività e la cultura (42,5 miliardi di euro, circa il 22 % del totale);
  2. La rivoluzione verde e transizione ecologica (57 miliardi, circa il 30 % del totale);
  3. Le infrastrutture per una mobilità sostenibile (25,3 miliardi, circa il 13 % del totale);
  4. L’istruzione e ricerca (31,9 miliardi, circa il 17 % del totale);
  5. L’inclusione e la coesione (circa 19,1 miliardi, circa il 10 % del totale);
  6. La salute (15,6 miliardi, circa l’8 % del totale)…

La missione di “Digitalizzazione” interesserà tre componenti: la “Pubblica Amministrazione”, la “Cultura” ed il “Sistema Produttivo”.

Tra le misure previste c’è la digitalizzazione dei servizi dello Stato ai cittadini, lo sviluppo delle modalità di pagamento digitali, l’implementazione della sicurezza nella gestione di dati sensibili. Alla base del “Sistema Produttivo”, le parole d’ordine sono: “Ricerca, sviluppo e innovazione”.

Quanta parte del “Pnrr” va alla cultura?! 5 miliardi su 221

Quanta parte del “Recovery Plan” è destinata alle politiche culturali e mediali?

La bozza ormai ufficiale conferma quel che era noto, ovvero una quota percentuale in fondo piuttosto modesta: siamo intorno al 2 per cento, ovvero meno di 5 miliardi di euro sul totale di 221 miliardi.

Si ricordi che, in origine, la “cultura” era associata al “turismo”, con un impegno complessivo di 8 miliardi. La linea di intervento “Turismo e Cultura 4.0” prevedeva, tra l’altro, “incrementare l’attrattività del sistema turistico e culturale del Paese attraverso la modernizzazione delle infrastrutture materiali e immateriali, la formazione e il potenziamento delle strutture ricettive attraverso investimenti in infrastrutture e servizi turistici strategici e il finanziamento dei progetti dei Comuni per investimenti su luoghi identitari sul proprio territorio”… Tra le varie iniziative previste, una migliore fruibilità digitale e accessibilità fisica e cognitiva della cultura; la rigenerazione dei borghi e delle periferie urbane; la messa in sicurezza e il restauro dei luoghi di culto e del patrimonio storico e architettonico; la promozione dei percorsi “Caput Mundi” (sfruttando anche la circostanza del Giubileo che si terrà a Roma nel 2025) e “Percorsi nella Storia” per promuovere la capacità attrattiva del patrimonio storico artistico e incentivare un turismo lento e sostenibile…

Con la formazione del Governo Draghi, come è noto, la Lega ha preteso lo “scorporo” del turismo anche a livello di organizzazione dei Ministeri (dicastero affidato a Massimo Garavaglia), e quindi la cultura ha acquisito un budget più “autonomo”, mantenendo comunque il livello antecedente.

Tra i progetti per la voce “Cultura”, ci sono tra l’altro la riqualificazione urbana, il progetto speciale Roma “Caput Mundi” (Giubileo 2025) e il progetto di rilancio di Cinecittà.

Confermati i 300 milioni di euro per l’ancora misterioso piano di rilancio di Cinecittà

Per quanto riguarda specificamente Cinecittà (iniziativa che questa testata è stata tra i primi a segnalare, vedi “Key4biz” del 15 gennaio 2021, “Recovery Plan, 300 milioni per il rilancio di Cinecittà”), l’intervento pubblico non si trova nel “Recovery Plan” vero e proprio, ma nel documento correlato, intitolato “Proposta investimenti per finanziamento a valere su programmazione complementare al Pnrr”.

Al punto 8, è previsto infatti un “Investimento” proposto dal Ministero della Cultura (Mic), così descritto: “Potenziamento di un polo produttivo strategico per l’industria cinematografica (Cinecittà)”. Sono previsti 0,30 miliardi ovvero 300 milioni, così definiti “importo proposto per il finanziamento a valere su fondo complementare”.

Questa somma, i 300 milioni, è associata a 1.760 milioni per il “piano di investimenti strategici sui siti del patrimonio culturale, edifici e aree naturali”, entrambi classificati come azioni di “sinergia e complementarietà rispetto al Pnrr”: si tratta di “investimenti complementari” della “Missione 1. Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”, ovvero, più precisamente della “Componente 3 – Turismo e Cultura 4.0”.

Il quotidiano “La Verità” è l’unico a segnalare, questa mattina, la notizia con un articolo intitolato ironicamente “Franceschini incassa 300 milioni per la sua Hollywood”: in effetti, qualcuno aveva ipotizzato che questo specifico intervento potesse saltare nella versione definitiva del documento, così come in effetti si registrano alcune modificazioni rispetto alle bozze circolate fino a pochi giorni fa (per esempio, è saltata la proroga al 2023 degli incentivi per la casa – il cosiddetto “superbonus” – e si osserva una distribuzione territoriale delle risorse per le infrastrutture ora sbilanciata a favore del Centro Italia).

Si ricordi che proprio in questi giorni, il Consiglio di Amministrazione di Cinecittà Istituto Luce è stato rinnovato, giustappunto nella prospettiva del rilancio (vedi l’anticipazione di “Key4biz” del 19 aprile 2020, “Cinecittà Istituto Luce, prende corpo il CdA della “Hollywood europea”).

Mercoledì scorso il Ministro Dario Franceschini ha comunicato la nuova composizione della società, che si evolve da “srl” a “spa”: Chiara Sbarigia (neo Presidente), Nicola Maccanico (neo Amministratore Delegato), Goffredo Bettini (Consigliere, confermato, “in quota” Pd), Annalisa De Simone (Consigliere, confermato, “in quota” M5S), Federico Bagnoli Rossi (neo-Consigliere).

Plauso anche da parte della Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni (con delega a Cinema e Audiovisivo) apprezzamento quasi unanime degli operatori del settore: entusiasmo di Anica e Apa ed Anec sul fronte imprenditoriale, di Anac sul fronte autoriale…

Unica voce dissidente quella dell’avvocato specializzato, attualmente vicino alla Lega Salvini, Michele Lo Foco (già Presidente di Cinecittà Diritti e fino al giugno dell’anno scorso fa membro del Consiglio Superiore del Cinema e dell’Audiovisivo – Csca – del Mibact), che ha oggi criticato, sulle colonne del settimanale “Odeon / HiTech”, con aspra ironia, le nomine di Franceschini: “è stato decretato dal ministro Nastasi e dal vice ministro Franceschini il ‘de profundis’ per Cinecittà, dopo l’esaltante vendita di Blandini ad Abete (prima demolizione), il riacquisto da parte dello Stato dei teatri di posa coperti di debiti e senza il Documento unico di regolarità contributiva (seconda demolizione), e la fantasiosa quanto nefasta ipotesi della creazione di un hub europeo dei teatri di posa, fuori tempo, fuori luogo e senza l’oste, che doveva essere la Cassa depositi e Prestiti”. Ha chiosato: “dopo il Centro sperimentale, alcune Film Commission, Rai per alcuni aspetti e Anica, anche Cinecittà prende le sembianze di un organismo senza anima, senza potere, ma prono al potere. Se la struttura di Cinecittà nasce dall’unione di cinema e città, dal momento che il cinema è stato ucciso per favorire le piattaforme, è forse il caso di cambiarle nome in Fuoricittà o meglio Salvocittà, che sa almeno di auspicio”.

Complessivamente, come abbiamo segnalato, sono oltre 8 i miliardi previsti nel Pnrr a sostegno dei settori della cultura e del turismo.

“Turismo e cultura 4.0” nel “Pnrr”: complessivamente 8,1 miliardi di euro

Alla componente “Turismo e cultura 4.0” sono nel complesso assegnati 6,08 miliardi di euro, mentre per investimenti complementari al Piano sono stanziati altri 2,06 mld.

Nel dettaglio:

Poco? Tanto?

Francamente, ci sembra poco, rispetto alle potenzialità delle industrie culturali e creative italiane, e non granché mirato.

Se c’è un pensiero strategico, non emerge in modo chiaro e preciso.

Per il capitolo Turismo 4.0, sono specificamente stanziati 2,4 miliardi: nel dettaglio (“dettaglio” per modo dire…), la “creazione dell’Hub per il turismo digitale” (100 milioni); “strumenti di sostegno alle politiche per il turismo” (1,8 miliardi); “Caput Mundi” e “Next generation Eu per grandi eventi turistici” (500 milioni)…

Assenza di dibattito sulla destinazione dei fondi del “Recovery Fund” a favore della cultura

Va osservato che in Italia, le varie componenti del sistema culturale, né nella componente industriale né nella componente creativa, non si sono impegnate con particolare passione nel dibattito sul “Recovery Plan”.

Tra le poche voci emerse con decisione, va registrato il Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea (C.Re.S.Co.) che, ad inizio gennaio, chiese al Governo maggiore chiarezza sulla destinazione del Recovery Fund per la cultura, rendendo espliciti gli impegni e gli investimenti direttamente dedicati alla cultura previsti dal piano… Questa richiesta non è stata accolta.

Qualche altra voce è emersa, come quella Giuliano Volpe (archeologo e Presidente emerito del Consiglio Superiore Beni Culturali e Paesaggistici del Mibact), che su “Huffington Post” del 30 dicembre 2020, in un intervento intitolato “Proposte per un Recovery Plan fondato sul patrimonio culturale”, saggiamente sperava che il “Recovery Plan” non venisse “elaborato solo nelle più o meno segrete stanze di politici e super-manager”, auspicando invece “un Piano realmente fondato sulla cultura e sul patrimonio culturale sentiti non come un’appendice, un abbellimento, un regalino agli intellettuali, ma come un asse strategico per costruire – come si ripete continuamente – un nuovo modello di sviluppo per il nostro Paese a partire dalla tragedia della pandemia”.

L’auspicio di Giuliano Volpe non è stato purtroppo accolto.

E purtroppo quella del “Recovery Plan” non è stata colta dal Ministro Dario Franceschini come una occasione per una pubblica riflessione critica ed una elaborazione strategica condivisa delle politiche culturali nazionali.

Anche l’intervento delle Commissioni Parlamentari di Camera e Senato non ci è parso particolarmente incisivo, e non ha granché contribuito ad entrare nel dettaglio di macro-voci di intervento che appaiono per molti aspetti assai generiche.

L’associazione di attivisti “Mi riconosci?”: “Recovery, poche idee e confuse”

Piuttosto tardiva ma certamente interessante l’iniziativa promossa per domani sabato 24 aprile dall’associazione di attivisti “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” che promuove una maratona di interventi in un confronto via web che andrà dalle 10 alle 19, con il titolo “Maratona mi riconosci: un altro recovery plan per il patrimonio culturale”. Denunciano i promotori, rispetto al “Pnrr”: “ma spenderli come? Le ultime informazioni parlano di grandi attrattori, di riqualificazione di borghi, di digitalizzazione… Senza andare a intaccare il sistema vigente”. E centrano il problema: il Governo non ha ritenuto di approfittare di questa grande occasione per mettere in discussione l’attuale assetto delle politiche culturali nazionali. Già l’8 ottobre 2020 “Mi riconosci?” riteneva che i fondi per la cultura nell’economia del “Recovery” rappresentassero “poche idee e confuse”.

Dal punto di vista quantitativo, in ogni caso, la proposta governativa italiana sembra sostanzialmente poco inferiore a quel tetto del 2 % da dedicare a progetti strutturali per la cultura, auspicabile livello minimo promosso dalla campagna transnazionale “Culture Action Europe” (Cae).

I 4,8 miliardi di euro decisi dall’Italia non sono certamente briciole, ma la loro allocazione meritava essere oggetto di un pubblico confronto con i principali “attori” del sistema culturale italiano. Il che, ad oggi, non è stato.

E tutto, ancora una volta, è stato deciso nelle più o meno “segrete stanze” di Palazzo Chigi e del Collegio Romano.

Ebe Giacometti (Italia Nostra): “il 2 % alla cultura lascia l’amaro in bocca”

Poche le voci critiche emerse: il 19 marzo, la Presidente di Italia Nostra Ebe Giacometti ha sostenuto: “dispiace la decurtazione a 5 miliardi di euro delle dotazioni del Pnrr, pari solo al 2% dell’intero importo destinato al rilancio del Paese. Ancora una volta lascia l’amaro in bocca vedere che le molteplici attività che gravitano in capo al Ministero vengono ulteriormente penalizzate. Italia Nostra ribadisce la necessità che nel Recovery Plan venga affermata l’intangibilità del Paesaggio e l’esercizio della sua tutela, ricordata velocemente dal Ministro nella sua comunicazione. Ribadiamo che questa materia è di sua esclusiva competenza. Tuttavia, le procedure burocratiche ‘velocizzate’ di cui parla il Ministro Cingolani ci fanno temere una deregulation volta a depauperare il patrimonio paesaggistico italiano”… In verità, la dotazione della voce “cultura” non è scesa, tra “Recovery” approvato da Conte e “Recovery” a firma Draghi, semplicemente è stata evidenziata una “separazione” tra cultura e turismo. Il 2 % era ed il 2 % è restato, insomma.

“StaGe!” (Coordinamento Musica e Spettacolo Indipendente ed Emergente): lettera aperta al Ministro Franceschini: “perché la musica è esclusa dal Recovery?”

L’associazione StaGe! (Coordinamento Musica e Spettacolo Indipendente ed Emergente) il 28 marzo ha indirizzato una “lettera aperta” al Ministro: “abbiamo letto con attenzione la bozza di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza redatta dal Governo Conte e ascoltato le Sue parole nella predetta audizione e abbiamo compreso che al momento poco o nullo spazio è riservato al settore dello spettacolo dal vivo”.

E citano Walter Benjamin ed il suo aforisma “l’opera d’arte genera un rogo che continua a bruciare nelle cenere che resta” come metafora della “esperienza insostituibile dello spettacolo dal vivo”…

Una lunga epistola con una serie articolata di proposte, che non ci risulta abbia provocato una reazione da parte di Dario Franceschini. Tra le varie istanze di StaGe!, rispetto alle “industrie culturali e creative e in generale con riguardo agli operatori del settore (anche fondazioni e enti non-profit), chiediamo che l’intera filiera del settore delle arti performative abbia un autonomo e adeguato riconoscimento”.

Gianni Berrino (Fratelli d’Italia): “8 miliardi per cultura e turismo, pochi rispetto ai 20 miliardi di Spagna ed ai 30 di Germania”

Due giorni fa, l’Assessore regionale al Turismo Gianni Berrino (Fratelli d’Italia) della Regione Liguria ha dichiarato: “studiando l’ultima bozza del Pnrr, o meglio la sua approssimativa traduzione in italiano, visto che, ahimè, la versione originale è in inglese, purtroppo si nota come l’auspicato cambio di passo non ci sia stato. Solo 8 sono i miliardi di euro dedicati a cultura e turismo, le altre nazioni europee si impegnano molto di più, la Spagna supera i 20 miliardi di investimenti, la Germania i 30”.

Tra i pochi interventi tecnini in materia di “Recovery Plan” applicato alla cultura, merita essere segnalato quello di Paola Dubini (docente alla Università Bocconi e ricercatrice del centro Ask, nonché Vice Presidente della Società Italiana Autori Editori – Siae), la quale invoca l’esigenza di “progetti chiari”, nel suo intervento del 4 marzo 2021 su “lavoce.info”, intitolato “Il posto della cultura nel Pnrr”.

In verità, anche l’impostazione del “Recovery Plan” a firma Mario Draghi non ci sembra brilli per chiarezza e trasparenza.

Non resta che augurarsi che nelle prossime settimane venga messa in atto una qualche correzione di rotta.

Per quanto riguarda specificamente la cultura, sarebbe opportuno promuovere una iniziativa di consultazione dei vari “attori” del “sistema” nazionale e la elaborazione di un documento simile a quello promosso dalla Caritas Italiana in materia di politiche sociali: proprio questa mattina, nelle more della riunione del Consiglio dei Ministri, la Caritas ha presentato un utile dossier intitolato “Sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Contributo a un percorso di riflessione, analisi e proposta”, elaborato d’intesa al Forum Disuguaglianze e Diversità, al Forum per lo Sviluppo Sostenibile, ai gruppi di lavoro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo

Commendevole iniziativa che merita emulazione.

Clicca qui, per il dossier “Sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Contributo a un percorso di riflessione, analisi e proposta”, presentato il 23 aprile 2021 da Caritas Italiana.

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