L'analisi

Rai, dal canone alla pubblicità. I guai e i dolori della Tv pubblica di Stato

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Uno dei problemi strategici del Paese Italia è la sostenibilità della Rai, dei suoi tredici canali, del suo enorme fabbisogno di contenuti. Sarebbe forse il caso di ripensare e fondare un nuovo servizio pubblico dell'era digitale?

Una campagna elettorale partita con l’intervista di Pier Silvio Berlusconi al Corriere della Sera sulla necessità di ridurre la pubblicità della Rai ed entrata nel vivo con l’ipotesi, lanciata da Matteo Renzi, di un’abolizione del canone pagato dai cittadini in bolletta elettrica, la sua sostituzione parziale con un trasferimento statale e la crescita della pubblicità sulle reti Rai. Un messaggio diretto a Mediaset e a Silvio Berlusconi: attenti, il vostro 60% di mercato pubblicitario può essere messo in discussione.

Nessuno propone una revisione organica, se non una riforma, di una sistema delle comunicazioni e dei media nazionale in grave difficoltà per un duplice motivo: il primo è l’irruzione sul nostro mercato degli over the top globali, che entrano in lizza anche per i contenuti televisivi offerti in streaming a basso prezzo, in aperta competizione con le pay tv (da qui la mossa di Sky di fare un’offerta sui diritti del calcio anche per il Web); il secondo è il tasso di concentrazione del sistema – (di risorse, di diritti, di frequenze, di artisti) – che impedisce la crescita di nuove imprese e la conseguente valorizzazione di produttori indipendenti, di talenti artistici, di energie creative. Concentrazione che si protegge, tra l’altro tenendo bassi i prezzi pubblicitari, a scapito di tutti i media e a vantaggio delle multinazionali che pianificano campagne e spot. La via per superare tale concentrazione non sembra certo quella dei “messaggi” tra forze politiche in campagna elettorale.

Di elaborazione e di analisi delle dinamiche in evoluzione del sistema non se ne parla: le proposte appaiono del tutto improvvisate e spesso si rivelano un boomerang, come l’abolizione del canone. Tuttavia, dopo le elezioni sarà necessario un forte governo della comunicazione, in vista dei cambiamenti in atto, dalle frequenze agli standard televisivi, con la mobilità a cambiare usi e costumi nella produzione, nel consumo e nella scambio di video e di immagini.

La Rai appare l’anello debole del sistema, tra chi vuole ridimensionare ancora il canone, sceso da 113 a 90 euro in tre anni, e chi vuole ridurre la pubblicità sulle reti pubbliche. Tutti, però, saranno pronti, in estate, ad alzare la voce per avere posti nel vertice Rai che andrà nominato, per la prima volta, con le regole approvate con la legge sulla governance, approvata sotto il governo Renzi. Quattro consiglieri andranno eletti dalle nuove Camere nominate dal voto del 4 marzo. Qui si vedrà se i partiti, a fronte di candidature e curriculum esterni, magari caratterizzati da competenza e prestigio, preferiranno votare i propri fedelissimi. La vicenda delle candidature elettorali non fa ben sperare in un’affermazione delle competenze.

Il prossimo esecutivo, in ogni caso, nominerà direttamente altri due dei sette consiglieri, senza candidature esterne, in questo caso. In altre parole, la nuova maggioranza vincente alle elezioni avrà il controllo del vertice Rai, visto che avrà almeno due dei quattro consiglieri parlamentari e quindi almeno quattro consiglieri su sette, oltre all’amministratore delegato (complimenti a chi ha voluto la legge, scartando l’opzione del vertice “duale”). In caso di vittoria del centro-destra, questo avverrà grazie ad una legge voluta dal Pd e non è la prima volta che questo accade.

Uno dei problemi strategici del Paese Italia è la sostenibilità della Rai, dei suoi 12mila dipendenti, dei suoi tredici canali, del suo enorme fabbisogno di contenuti, in un sistema di offerte sovrabbondanti e ripetute, disponibili in qualsiasi momento su diverse piattaforme. Sarebbe forse il caso di ripensare e fondare un nuovo servizio pubblico dell’era digitale, ma non è certo di questo che parla la classe dirigente del Paese. Gli ultimi governi hanno lasciato un’eredità ingombrante, anche se non inserita in un disegno coerente: dal canone inserito in bolletta con l’abbattimento di un’evasione diventata costume nazionale, alla nuova governance Rai imperniata su un amministratore delegato nei fatti deciso dal Governo; dal timing inserito in legge di bilancio per l’asta sulle frequenze oggi in uso dalle televisioni e destinate alla banda larga mobile alla nuova legge sul cinema e al successivo decreto sulle quote di audiovisivo nazionale ed europeo imposte alle reti televisive (queste ultime reggeranno con un governo di centro-destra?).

Sul canone, in particolare, non lo si è solo inserito nella bolletta elettrica: si è decisa una ripartizione al 50% degli introiti che superano la previsione di gettito della legge di bilancio, tra la stessa Rai e lo Stato (che utilizza tale gettito, tra l’altro, per finanziare le televisioni private locali). Il contratto di servizio quinquennale, altro lascito “di visione” della legge sulla governance, quando ogni due anni cambiano scenari e attori in campo (Mediaset-Telecom? Mediaset-Vivendi dopo Sky-Disney?), conferma che la Rai riceverà sempre una “quota” del canone, anche dal 2019 in poi, quando l’attuale legge non prevederebbe più la ripartizione Stato-Rai. Il che vuol dire che il nuovo esecutivo post-elettorale e la maggioranza vincente, avranno in mano il vertice della Rai, ma anche il modo per tenere l’azienda sotto ricatto. Basterà abbassare la previsione di gettito del canone e aumentare così il 50% incamerato dallo Stato. Si potrà anche abbassare direttamente il canone, ma in questo caso scenderebbe anche la quota statale.

Capitolo pubblicità Rai: sui due esposti presentati da Mediaset all’Agcom, uno contro il dumping, l’altro sull’affollamento pubblicitario sulle reti del servizio pubblico, c’è un grande silenzio, per ora. Mediaset vuole che il 4% settimanale fissato dalla legge sia attuato su ciascuna rete, mentre la Rai lo applica sulla media delle tre reti generalisti, alzando RaiUno al 6% e abbassando RaiDue e RaiTre. Silenzio forse dovuto al fatto che qualcuno in Agcom ha alzato un dito e chiesto: ma se il Garante Santaniello aveva stabilito che il limite andava applicato sulla media delle reti Rai, perchè non farlo su tutte e tredici i canali televisivi della Rai e non solo sulle tre reti principali? Gelo, e silenzio sugli esposti Mediaset, è stata la reazione a tale domanda. Dopo le elezioni, la partita si riaprirà.

Sulla questione delle frequenze e della cessione alle tlc della banda 700 da parte delle televisioni, è difficile che un governo di centro-destra possa mettere in discussione gli articoli inseriti nell’ultima legge di bilancio. Sia perché si aprirebbe un duro conflitto con la commissione Ue e con gli stati nostri confinanti, sia perché sono previsti lauti indennizzi per i broadcasters televisivi. Potrebbero esserci qualche modifica al timing previsto e ai soggetti incaricati di attuarlo (Ministero Sviluppo, Agcom, Fondazioni Bordoni).

Altre due questioni, infine, meriterebbero attenzione in campagna elettorale: le condizioni, al limite della sopravvivenza, degli editori di carta stampata come delle televisioni locali, con i relativi problemi di riduzione del pluralismo e di crisi aziendali con inevitabili riflessi occupazionali e professionali. La diffusione dei giornali continua a calare, la pubblicità sceglie altri media (come la radio), non mancano i conflitti interni alle compagini editoriali, si pensi al gruppo Repubblica, mancano autorevolezza e idee nuove, le professionalità vanno altrove, perfino in politica. Qualcuno se ne dovrà occupare così come qualcuno dovrà decidere se l’emittenza televisiva privata locale dovrà continuare a sopravvivere grazie ai contributi pubblici, magari sperando che la vicenda delle frequenze incentivi quel consolidamento che andava “favorito” da qualche decennio, se si voleva concorrenza e pluralismo nel sistema televisivo.