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L’Europa prova ad imbrigliare le Big Tech, in dirittura di arrivo il Digital Markets Act

Il Digital Markets Act pronto a partire

La legge sui mercati digitali in Europa, o Digital Markets Act (DMA), è un pacchetto di norme che dovrebbero garantire una concorrenza leale sulle (e tra) le piattaforme digitali, in grado di favorire maggiore crescita per le aziende europee, soprattutto le piccole e medie imprese.

Parallelamente, affinché il dispositivo abbia successo, è fondamentale contenere lo strapotere delle cosiddette Big Tech, cioè le grandi corporation tecnologiche, anche note come “gatekeeper”, che detengono da sole una quota enorme di mercato.

Secondo indiscrezioni del Financial Times, riprese da Teleborsa, entro questa settimana, forse oggi stesso o domani, la Commissione europea, il Parlamento europeo e il Consiglio potrebbero annunciare il via libera al DMA.

Una volta che le Istituzioni europee hanno dato il via libera al dispositivo normativo, saranno stabilite per la prima volta nella storia dell’Unione delle regole su come le grandi aziende possono e devono competere in maniera equa all’interno del mercato unico.

La legge sui mercati digitali servirà per creare nuova e più ampia concorrenza, per sviluppare relazioni paritarie tra grandi multinazionali tecnologiche e utenti aziendali, per generare innovazione e per proteggere i consumatori.

La normativa dovrebbe sanzionare tutte quelle imprese che hanno una capitalizzazione di mercato di almeno 75-80 miliardi di euro e un fatturato annuo di circa 8 miliardi di euro all’interno dello Spazio economico europeo, che hanno una piattaforma online di proprietà, come un social network o un motore di ricerca.

Chi sono e come limitare i “gatekeeper”: i punti chiave della DMA

Saranno considerati “gatekeeper” tutte quelle realtà con almeno 45 milioni di utenti finali mensili (cioè più del 10% della popolazione UE) e rientrano in questa fascia aziendale giganti come Google, Meta (di cui fanno parte Facebook, Instagram e Whatsapp), Apple e Microsoft, solo per citare le Big Tech più celebri, ma il quotidiano finanziario mette in lista anche booking.com e Alibaba.

Le Big Tech non potranno più promuovere in maniera aggressiva i propri prodotti e servizi, o imporre il proprio metodo di pagamento come unico ed insostituibile, o riutilizzare i dati personali degli utenti raccolti tramite app per far crescere altri servizi del proprio gruppo.

Sarà altresì vietato imporre condizioni inique agli utenti commerciali, preinstallare determinate applicazioni software, imporre limitazioni agli utenti commerciali delle piattaforme o ricorrere a pratiche di vendita aggregate che consentono di vendere articoli diversi in un unico pacchetto d’offerta.

Le imprese innovative e le startup tecnologiche avranno nuove opportunità per competere e innovare nell’ambiente delle piattaforme online, senza dover rispettare condizioni inique che ne limitino lo sviluppo.

Rompere i “walled gardens” e garantire interoperabilità tra i servizi

I consumatori disporranno di servizi più numerosi e migliori, della possibilità di cambiare più facilmente fornitore se lo desiderano, di un accesso diretto ai servizi e di prezzi più equi. In sostanza, si cerca di rompere i cosiddetti “walled gardens”, ambienti tecnologici chiusi, recintati, in cui puoi utilizzare i servizi offerti per comunicare o condividere contenuti con tutti coloro che vi hanno accesso (ma non con chiunque altro non ne faccia parte, o comunque con molte difficoltà).

Esempi di questi recinti sono offerti da Apple, Facebook, da alcuni videogiochi, o dall’ecosistema chiuso Kindle di Amazon. Tutti ambienti fortemente controllati dalle aziende che consentono anche una gestione proprietaria dei dati degli utenti (data ownership).

Al momento dell’acquisto di uno smartphone nuovo, ad esempio, il consumatore dovrà essere libero di scegliere quale servizio di posta elettronica o quale motore di ricerca utilizzare, o di disinstallare applicazioni non desiderate (visto che molte aziende, tra cui Google e Apple, precaricano sui dispositivi i loro servizi e offrendoli all’utente come prioritari, togliendo libertà di scelta).

Altra misura molto rilevante nel DMA dovrebbe essere la maggiore concorrenza nei servizi di messaggistica istantanea (principio di interoperabilità tra i servizi), garantendo spazio vitale anche alle imprese di piccole dimensioni attive nel settore. Ad esempio, l’Europa vuole che un utente su Whatsapp possa sempre inviare messaggi ad un altro di un servizio concorrente, questo per rompere ogni tentativo di costruire modelli chiusi e disincentivare atteggiamenti monopolistici.

Le organizzazioni che non rispetteranno il DMA rischieranno multe fino al 10% del loro fatturato globale, ma questo tetto potrebbe essere abbassato in fase di chiusura dell’accordo tra Commissione, Parlamento e Consiglio.

Se tutto va bene, il DMA dovrebbe entrare in vigore a partire da gennaio 2023. Se sarà efficace per davvero nel tentativo di depotenziare le Big Tech lo vedremo nelle prossime ore, tutto sta nel tenere fermi i punti sopra elencati, senza accordi al ribasso dell’ultimo momento.

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