Previsioni

Le vecchie società tecnologiche? Scompariranno entro il 2050. Il mondo intero nelle mani di pochi

Da qualche anno stiamo assistendo ad un processo di consolidamento senza precedenti, in tutti i settori industriali e di servizi. L’Europa deve decidere che ruolo giocare nello scontro globale fra Usa e Cina.

di Raffaele Barberio | @rafbarberio |
Raffaele Barberio

Da qualche anno stiamo assistendo ad un processo di consolidamento senza precedenti, con fusioni o acquisizioni ultramiliardarie che si registrano in tutti i settori industriali e di servizi.

A determinare tale impennata ha influito non poco la capacità delle web companies (o giganti del web) di sfaldare in pochi anni antichi marchi cresciuti nell’arco di molti decenni.

La tradizionale industria tecnologica del XX secolo (così come l’abbiamo conosciuta dall’immediato dopoguerra in poi) è già storicamente dissolta.

Ma anche HPE, IBM, Oracle, Cisco, Dell e società di questo genere appaiono disorientate, pur essendo obbligate a rispondere alle esigenze di consolidamento in modo vecchio e inadeguato. Sono fin troppo preoccupate di competere con il loro concorrente diretto, mentre i nuovi player saltano su tutti i mercati e disseminano operazioni commerciali e industriali nei più svariati settori e su tutti i territori possibili, pur sottoponendoli sotto il controllo di un unico cruscotto decisionale tecnologicamente orientato.

E cosi se da un lato le “tradizionali” industrie tecnologiche (hardware, software e servizi) si consolidano tra loro, con le modalità a tutti note, dall’altro le “nuove società tecnologiche” (i giganti del web) si configurano sempre più come imprese globali capaci di usare le soluzioni tecnologiche per servire a un tempo consumatori ed esigenze aziendali, con applicazioni molto avanzate, flessibili e fondate sulle esigenze della domanda.

Il risultato di tale duplice processo è che avremo sempre meno società tradizionali tecnologiche in senso stretto e sempre più (nuove) società capaci di creare, sfruttare e ottimizzare le tecnologie digitali per un controllo massivo su consumatori e mercati del business.

Ciò non toglie (e questo è il paradosso della capacità gattopardesca di tali imprese) che entrambi i profili possano coincidere con un unico marchio, come nel caso di Amazon, Apple, Microsoft o Facebook, per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti.

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Ad esempio, come classifichereste Amazon? Una società di commercio elettronico o un fornitore di Cloud computing, o un distributore di cibi a domicilio, o un player della logistica?

E Facebook? È una social media company, una società di news e contenuti o un’azienda di Virtual Reality o di riconoscimento facciale e vocale?

E Microsoft? È una società di software, un cloud provider, una società di game-on-line o una società di hardware?

E Apple? È un produttore di hardware o un market place di contenuti audiovisuali e musicali?

Abbiamo difficolta ad usare le categorie classificatorie tradizionali perché il consolidamento del secondo tipo di imprese avanza inesorabile e senza distinzioni tra le varie industrie che usano la leva tecnologica con applicazioni multiple sui mercati, nello stesso momento e spesso con lo stesso marchio.

La tradizionale distinzione tra società hardware e società software è ormai sfilacciata. Altrettanto si può dire per la differenziazione tra tecnologie “operative” e quelle “strategiche”. Da canto loro, sono andate a farsi benedire tutte le distinzioni tra hardware, software, internet, contenuti, giochi online, media di intrattenimento, canali news ecc.

La Digital Transformation è ormai un processo continuo in cui le aziende non possono più etichettare i progetti di trasformazione come progetti di “hardware” o “software” o “internet” come è accaduto nel corso dei decenni passati.

E allora cosa accadrà in futuro?

Nel breve termine, molte delle cose sin qui viste continueranno a rimanere e a riprodursi. Le società di hardware continueranno a comprare hardware, quelle di software acquisiranno altre società di software e le aziende di comunicazione proseguiranno con il tradizionale trend di comprarsi tra loro. I processi di consolidamento come li abbiamo visti sino ad ora continueranno, sostenuti dalle vecchie metriche della riduzione dei costi, della penetrazione di mercato e della scalabilità.

Il consolidamento tradizionale andrà pertanto avanti per un decennio o poco più, fintantoché non resteranno poche società tecnologiche in senso stretto (così come le abbiamo conosciute sino ad ora), che saranno destinate a sparire anch’esse in pochissimo tempo.

Parallelamente vi è un’altra forma di consolidamento, differente da quello che abbiamo visto prima, perché non è ristretto a specifici mercati tecnologici per una ragione molto semplice: la tecnologia è considerata da queste società del secondo gruppo come un abilitatore di tutti i mercati.

Che effetti genererà?

Se guardiamo al consolidamento tradizionale, oggi 6 società controllano di fatto il 90% del mercato dei media; 4 società di aerolinee controllano 80% del mercato del trasporto aereo; 5 banche controllano la metà dei mercati finanziari del mondo; 10 società controllano il mercato mondiale della distribuzione alimentare.

Tutto ciò fa parte del mondo che è destinato a scomparire.

In tale contesto ci chiediamo ancora se occorre guardare al consolidamento o all’efficienza di mercato, a un quadro regolatorio restrittivo o ad un alleggerimento di regole.

Le società pure di tecnologia continueranno, me ne rendo conto, a fondersi intorno ai soliti mercati dell’hardware, del software e dei servizi di comunicazione. E il quadro di sintesi lo conferma: il mercato mondiale è controllato da 9 società di software, 15 società di information technology, 26 internet companies, 10 società di hardware e 10 società di servizi IT. Tutte aziende che si sono mosse e si stanno muovendo con la logica di acquisire maggiori quote di mercato nei singoli mercati dei laptop o dei tablet o dei mercati ERP, ignorando che il nocciolo del problema è proprio la combinazione e l’integrazione tra laptop, smartphone, intrattenimento e media, banking e transazioni.

Il numero di tali società tecnologiche tradizionali, secondo alcuni analisti di mercato, si dimezzerà entro il 2030 e si ridurrà a un numero inferiore alle dita di due mani entro il 2050, man mano che la tecnologica sarà sempre più integrata, ubiqua e pervasiva, infine trasversale a tutte le industrie verticali.

In questo scenario che si realizzerà in alcuni decenni, ma che è già in corso, le aziende non competeranno più intorno alla migliore dotazione hardware o alla soluzione software più sofisticata o alla tecnologia di comunicazione più seduttiva. Esse competeranno tra loro in base all’abilità che avranno nell’usare la leva tecnologica in ambiti e mercati tradizionali come le vendite elettroniche, lo sport, l’intrattenimento, l’istruzione, il turismo, per citare quelli più in evidenza.

Nessuno si chiede se IBM o Oracle diventeranno un ISP o entreranno nel mondo dell’entertainment. Nessuno si chiederà se Dell entrerà nel mondo della realtà virtuale.

Sono tutte domande che invece poniamo regolarmente ad ogni azione di Amazon, Google o Apple.

Che faremo se (o quando) Amazon comprasse Walmart? E se Google comprasse Verizon? E se Apple comprasse Disney? E se Facebook comprasse Netflix o Spotify o eBay? E man mano che i casi di consolidamento di questo tipo si dovessero realizzare, non sarà sempre più difficile distinguere tra società tecnologiche e società che creano e usano le tecnologie per nuove relazioni con i consumatori e i mercati?

La strada sembra già ampiamente tracciata e conduce ad una biforcazione intorno a due teste di stazione: quella americana e quella cinese.

L’Europa deve decidere che ruolo giocare o se vorrà consegnare il proprio immenso patrimonio di oltre 500 milioni di cittadini (colti, alto-spendenti ed abituati ad un tenore di vita elevato) alle 10-20 società (americane e cinesi) che governeranno il mondo.

Intanto all’interno della UE i suoi piccoli player dovrebbero smetterla di giocare ai mercati nazionali con false competizioni tra soggetti irrilevanti dove ogni gallo è appagato dal cantare forte nel proprio pollaio. Il consolidamento e le strategie industriali saranno il banco di prova del rilancio europeo su cui si giocherà la crescita dei nostri Stati nazionali e, con essi, dell’Italia.

Ai nostalgici dei piccoli duopoli nazionali occorre ricordare che la nuova cornice sarà il duopolio globale tra USA e Cina e a noi europei spetta decidere se vogliamo soccombere all’uno o all’altro (non fa grande differenza) o rilanciare una strategia di posizionamento e difesa delle proprie prerogative di sovranità, di difesa della propria economia e di valorizzazione dei propri mercati.

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