L’AI ridisegna il software e spaventa i mercati: perché Wall Street ha bruciato 400 miliardi
Gli ultimi giorni sono stati il primo vero stress test dei mercati finanziari e gli investitori hanno bruciato oltre 400 miliardi di dollari di valore dal settore software globale, mettendo in discussione modelli di business considerati fino a ieri solidi e difendibili. Tutto questo a causa di un passo in avanti deciso dell’intelligenza artificiale (AI) nel settore delle software technologies.
Il messaggio dei mercati è stato chiaro e brutale: l’AI non è più solo uno strumento che migliora il software, ma una tecnologia che può sostituirlo.
Perché gli investitori hanno perso 400 miliardi di dollari
Il selloff non nasce da un singolo dato macro o da una crisi di liquidità, ma da una presa di coscienza improvvisa. Il catalizzatore è stato il rilascio, da parte di Anthropic, di una nuova generazione di strumenti di automazione avanzata, in particolare Claude Code e Cowork, capaci di svolgere attività che oggi giustificano l’esistenza stessa di intere categorie di software.
Claude Code promette di scrivere codice in autonomia, trasformando il software in un output generato “on demand”. Cowork, invece, introduce agenti AI che operano come veri e propri colleghi digitali, integrandosi nei sistemi aziendali e svolgendo flussi di lavoro completi.
Per gli investitori, questo ha acceso un campanello d’allarme: se l’AI può fare il lavoro del software, perché pagare il software?
Il massiccio selloff nel settore software
La reazione dei mercati è stata rapida e indiscriminata, come ha raccontato Madison Mills su Axios. Il selloff è partito dai titoli più esposti alla trasformazione “knowledge-based”, dal legal tech al data provider, passando per i software professionali, per poi allargarsi all’intero comparto.
L’ETF iShares Expanded Tech-Software Sector (IGV) ha perso oltre il 14% in sei sedute, dopo un gennaio già chiuso con un -15%, il peggior mese dal 2008. Secondo la società di investment banking Jefferies, il sentiment sul software è diventato “il peggiore di sempre”. Bloomberg Intelligence lo definisce addirittura “radioattivo”.
Il problema non è solo che l’AI stia comprimendo i costi, ma che stia mettendo un tetto strutturale alle valutazioni.
Prezzi delle azioni come scommessa, vendite come prova dei fatti
In borsa i prezzi anticipano il futuro, ma sono pur sempre una scommessa. La vera cartina di tornasole, come sottolineano molti analisti, saranno le vendite.
Tre metriche diventano centrali:
- crescita dei ricavi, già in rallentamento per molte software house.
- retention dei clienti, per capire se le aziende iniziano a sostituire tool tradizionali con soluzioni AI-native.
- pricing power, ovvero la capacità di difendere i margini in un mondo in cui il codice è sempre meno costoso.
Se queste metriche dovessero deteriorarsi in modo sistemico, il selloff attuale non sarebbe un eccesso emotivo, ma potrebbe rappresentare una era e propria fase di trasformazione razionale.
L’AI dimostra di poter sostenere il PIL USA
C’è però un fenomeno parallelo, che rende questa fase storica unica: nonostante la penalizzazione di interei settori tecnologici ed economici, come il software, l’AI continua a rappresentare un motore macroeconomico. Come spiegato da Caterina Baab su Quartz, gli investimenti in AI stanno raggiungendo livelli senza precedenti.
Amazon, Microsoft, Meta e Google prevedono 650 miliardi di dollari di capex nel 2026, contro i circa 400 miliardi del 2025. Amazon da sola ha annunciato 200 miliardi di investimenti, spinta da AI, chip, robotica e infrastrutture cloud.
Secondo JPMorgan, nella prima metà del 2025 la spesa in AI ha contribuito per l’1,1% alla crescita del PIL USA, superando persino i consumi come motore di espansione. Un dato che non ha precedenti nella storia recente.
In altre parole: l’AI può distruggere valore a valle (software), ma lo crea a monte (infrastrutture, chip, data center).
Il software sta davvero subendo l’avanzata dell’AI?
Sì, ma non in modo uniforme. L’AI colpisce soprattutto: software “single-use”, applicazioni basate su workflow ripetibili, tool che monetizzano l’accesso a funzionalità standardizzate.
Resistono meglio però piattaforme con forte integrazione nei processi aziendali, software con anni di dati proprietari, ecosistemi complessi dove il contesto vale più del codice.
Come osserva PitchBook, “con l’AI il codice diventa economico, ma il contesto resta caro”.
Le conseguenze per il mercato tecnologico e i titoli in Borsa
Nel breve termine, la conseguenza principale è l’aumento dell’incertezza. Quando non è chiaro chi vincerà, il mercato tende a uscire dall’intero settore.
Nel medio periodo, potremmo assistere a diverse reazioni: compressione strutturale dei multipli software, maggiore concentrazione del valore su pochi grandi player, spostamento dei capitali verso infrastrutture, semiconduttori e cloud.
Nel lungo periodo, l’AI potrebbe replicare dinamiche già viste: come BlackBerry, alcune aziende sopravvivranno, ma non torneranno mai alle valutazioni precedenti.
Il mercato fa i conti con l’AI e potrebbe iniziare a non piacergli
Quello che è successo negli ultimi giorni non è un panic selling qualunque. È il primo vero momento in cui i mercati hanno smesso di vedere l’intelligenza artificiale come un semplice acceleratore di profitti e hanno iniziato a trattarla come un sostituto economico.
Il software non scomparirà, ma il suo valore, il suo prezzo e il suo ruolo stanno cambiando radicalmente. E se oggi il conto lo paga il settore tecnologico, domani potrebbe toccare a molti altri.
L’AI non sta solo trasformando il lavoro, sta riscrivendo il modo in cui il mercato attribuisce valore.
