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ilprincipenudo. Il numero zero del ‘bilancio sociale’ Rai: più ombre che luci

Angelo Zaccone Teodosi

Questa mattina, in un’affollata sala degli Arazzi della sede Rai di viale Mazzini, è stata presentata la prima edizione del “Bilancio Sociale” della radiotelevisione pubblica italiana: chi redige queste noterelle manifesta una particolare soddisfazione intellettual-professionale, perché ha avuto chance, ormai due anni e mezzo fa, di evidenziare questa esigenza alla Presidente ed al Consiglio di Amministrazione della Rai.

#ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz.
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In effetti, nel dicembre del 2012, l’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult presentò ai vertici Rai i risultati di ricerche commissionate tra il 2010 ed il 2011 dalla Direzione Marketing Rai (allora retta da Marcello Ciannamea, e successivamente da Andrea Fabiano) su cosa si dovesse intendere per “qualità” in un “public service broadcaster”, e sulle tecniche per la valutazione di un concetto così polisemico (e quindi sfuggente come un’anguilla, per citare l’ex Presidente Rai Roberto Zaccaria) qual è appunto “la qualità”.

Le ricerche IsICult, realizzate in collaborazione con Labmedia, dedicavano particolare attenzione anche al rapporto con il “consumatore”, ovvero il cittadino non evasore del canone: il telespettatore. L’iniziativa rientrava nelle attività promosse dal “Comitato Consultivo per la Qualità del prodotto radiotelevisivo”, il cui coordinamento fu affidato alla consigliera di amministrazione Benedetta Tobagi.

Peraltro, IsICult aveva anche realizzato per la RAI nel 2012 (sempre in partenariato con Labmedia) una ricerca di scenario propedeutica a quel che sarebbe dovuto divenire il “piano di comunicazione” (che mai più ha visto la luce), intitolata “La promozione Rai. Evoluzione storica, prospettive strategiche, cenni comparativi internazionali”. Anche da quella ricerca emergeva l’esigenza di un rapporto, ancora tutto da sviluppare, con gli “stakeholder”, e tra essi, in primis, il telespettatore.

A distanza di oltre due anni e mezzo, minima parte di quei suggerimenti, e di altri sopraggiunti negli anni a seguire, sono stati recepiti.

In chiusura di mandato (e tutti con incarichi in “prorogatio”), la Presidente Anna Maria Tarantola ed il Direttore Generale Luigi Gubitosi hanno quindi ritenuto di presentare il “bilancio sociale” della Rai: un tentativo interessante ed apprezzabile, ma disorganico e debole.

D’altronde, è stato presentato con onestà dalla Presidente Tarantola come un “numero zero”, mentre il Dg Gubitosi ha sostenuto con ironico orgoglio che ne va fiero, trattandosi di un vero e proprio “numero uno, anzi uno e mezzo”. Chi si loda s’imbroda?!

Il progetto è stato curato dalla Direzione Comunicazione Esterne Sostenibilità e Segretariato Sociale, diretta da Costanza Esclapon, e curato da Adriano Coni e Cinzia Cassano, con la consulenza di una società specializzata facente parte della multinazionale Ey (alias Ernst & Young): 212 pagine, carta patinata ad alta grammatura.

Nel “bilancio sociale” Rai, abbiamo trovato assai poco di quel che ci si attendeva: senza dubbio, il documento risponde ad alcuni standard internazionali (certificazione Gri Application Level Service), ma quel che ci interessa è la sostanza, non la forma. Viale Mazzini si vanta anche del carattere “pionieristico” a livello internazionale dell’iniziativa, ma ciò non corrisponde a verità, perché già molti anni fa Rtve (il “psb” spagnolo) ha realizzato qualcosa di simile a quel che Rai ha presentato oggi.

L’approccio del “bilancio sociale” Rai è molto autoreferenziale e molto narcisistico.

Set documentativo carente.

Totale assenza di segnalazione delle criticità, che pure ci sono, anzi son abbondanti.

Totale assenza di autocritica.

Il documento appare come un incerto mix tra la tradizionale relazione di esercizio ovvero il bilancio annuale (documento che, in verità, resta spesso riservato alla lettura di pochi intimi) ed alcuni documenti “comunicazionali” della Rai, come “Un Anno di Rai” (curato dalla Direzione Marketing).

Si poteva e si deve fare di più.

Per esempio, nel documento nemmeno si elencano le associazioni che rappresentano le infinite “minoranze” e “diversità” del nostro Paese, che pure dovrebbero essere degli “stakeholder” privilegiati: esisteva in effetti a viale Mazzini, fino a qualche anno fa, una struttura “ad hoc”, il Segretariato Sociale, per decenni affidato all’appassionato Carlo Romeo (in argomento, si rimanda a due precedente edizione della rubrica ilprincipenudo: “La Rai tra inutili convegni e inadempienza del servizio pubblico”, su “Key4biz” del 15 gennaio 2015, e “Cultura e media, sempre in attesa di sviluppo equo e sostenibile”, del 22 aprile 2015). Questa preziosa struttura è stata depotenziata nel corso del tempo (e Romeo è ora Dg della piccola San Marino Tv, peraltro controllata al 50 % da Rai), e quando sono arrivati Gubitosi e la sua fiduciaria Costanza Esclapon (già Direttore delle Public Relations di Wind con Gubitosi) è stata messa in atto una destrutturazione – in base alla logica sempre più “marketing oriented” – che ha reso eterea la sua delicata funzione di “interfaccia” tra Rai e la cosiddetta “società civile”. Attualmente, quel che resta del Segretariato Sociale dipende giustappunto dalla Direzione Comunicazione e Relazioni Esterne, e ne sono responsabili Adriano Coni e Massimo Mallardo.

Non è casuale che il primo “bilancio sociale” Rai dedichi 3 pagine a “Il rapporto con i fornitori” e 11 righe soltanto a “I rapporti con le associazioni degli utenti e dei consumatori”

E che dire delle non poche pagine dedicate invece ad uno strumento inutile (per come è strutturato attualmente, e stendiamo un velo pietoso sui costi aziendali) qual è il cosiddetto “Qualitel”, che da anni propone risultati medi sempre oscillanti intorno ad un… 7+ (su scala da 0 a 10), consentendo ai vertici aziendali di bearsi di questo dato (“tutto va ben, madama la Marchesa”) e non di determinare alcuna significativa modificazione all’assetto dell’offerta?

Nemmeno una riga sul monitoraggio dell’immagine Rai sui media e sul web… ma altre ricerche di viale Mazzini, anch’esse totalmente inutili, confermano che la “corporate reputation” di viale Mazzini oscilla intorno al 7 (tutti promossi, suvvia!). Soltanto un indicatore, ovvero l’“indice indipendenza” è più basso, a quota 5 su 10 (oh, il principe è nudo?!).

Rai ritiene evidentemente di essere adempiente, rispetto al “contratto di servizio”, e di dedicare adeguata attenzione – tra l’altro – alla rappresentazione del “femminile”, alla “tutela dell’infanzia”, alla “disabilità” ed alla “inclusione sociale”.

E che dire del “pluralismo”?! Il concetto è citato una decina di volte, nel “bilancio sociale”, ma nessuna traccia di una sua auspicabile “misurazione”.

Crediamo che non bastino… rondini come “Braccialetti rossi” o “Hotel a 6 stelle” a poter far teorizzare una… primavera Rai: riteniamo che una seria analisi quali-quantitativa dell’offerta Rai dimostrerebbe quante siano le lacune, i ritardi, le inadempienze.

Le due paginette intitolate “Di seguito vengono riportati altri esempi della principale programmazione dedicata alla disabilità e all’inclusione sociale nel 2014” sono la dimostrazione delle rare… gocce (di sensibilità culturale e sociale) rispetto all’… oceano di informazione ed intrattenimento banale, conformista, becero, che caratterizza la quasi totalità della programmazione Rai.

La sensibilità della Rai rispetto alle minoranze, alla enorme ricchezza delle diversità socio-culturali-religiose del nostro Paese è modestissima.

E chi ha redatto il “Bilancio Sociale Rai” sembra non aver nemmeno letto uno strumento cognitivo fondamentale qual è stato il “Secondo Rapporto sulla Comunicazione Sociale in Italia”, a cura di Enzo Cucco, Rosaria Pagani, Maura Pasquali, Antonio Soggia, edito nel 2011 per i tipi di Carocci. E forse ha dimenticato che gli stessi autori avevano pubblicato la prima edizione del rapporto per i tipi della stessa Rai, ovvero Rai-Eri, nel 2005. Ma forse quel tipo di approccio è stato considerato, in un’ottica “marketing oriented”, eccessivamente critico e… pericoloso!

Ci auguriamo che il Consiglio di Amministrazione che verrà sappia sviluppare questa prima esperienza.

Diverte osservare come Rai, in un documento presentato a fine luglio 2015, scriva, a proposito dell’evanescente “contratto di servizio”: “Il Contratto di Servizio attualmente vigente è riferito al triennio 2010-2012. Per il Contratto di Servizio per il triennio 2013-2015, dopo il parere della Commissione Parlamentare di Vigilanza, sono attualmente in fase di sviluppo, tra le parti, le attività finalizzate alla conclusione dell’iter contrattuale” (vedi pag. 17 del “Bilancio Sociale Rai 2014”).

La Presidente ed il Dg ben ricorderanno che la Commissione di Vigilanza Rai ha espresso il suo parere in materia nel maggio 2014. Siamo a luglio 2015, il Presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai Roberto Fico continua a lamentarsi, ma non si dimette (vedi “Key4biz” del 17 ottobre 2014, “Tutti i ‘giochi’ intorno alla Rai”). Nel febbraio 2015, il Sottosegretario Antonello Giacomelli si dichiarava “pronto a firmare il contratto”, ma il Dg Gubitosi lamentava che la versione approvata dalla Vigilanza sarebbe costata troppo a viale Mazzini. E quindi?! Sono trascorsi quasi sei mesi, ed il “contratto” è dimenticato nei cassetti, senza firme. Tanto… Nessuno controlla. Nessuno vigila. E siam tutti contenti. Ed il triennio 2013-2015 volge al termine.

Ci auguriamo che il prossimo “contratto di servizio” non venga scritto, come i precedenti, sulla sabbia. Anzi sull’acqua. E ci auguriamo che qualcuno (dalle parti dell’Agcom… forse?!) abbia la capacità (e soprattutto la volontà) di verificare l’adempimento degli obblighi contrattuali.

Ci auguriamo infine che la prima edizione di un vero “bilancio sociale” della Rai possa vedere la luce nel 2016, con un consiglio di amministrazione più consapevole del senso della missione di “servizio pubblico”.

Forse una Rai meno inadempiente (e meno indistinguibile rispetto all’offerta delle tv commerciali) stimolerebbe quel 30 per cento di italiani che non paga il canone (l’Italia detiene il record europeo in materia) a fare il proprio dovere, “riconoscendosi” finalmente nel servizio pubblico.

(ha collaborato Lorena Pagliaro)

 Clicca qui per leggere ilBilancio Sociale Rai 2014”, presentato a viale Mazzini il 29 luglio 2015

Clicca qui per leggere la presentazione IsICult-Labmedia al Cda Rai il 30 novembre 2012:La qualità televisiva. Contributi dall’analisi comparativa internazionale per il sistema di monitoraggio Rai”

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