Key4biz

Ilprincipenudo. E ora spunta il Museo Digitale: ma quali risorse, a chi e con quale progetto?

Angelo Zaccone Teodosi

Tra ieri ed oggi, la Capitale sembra esser improvvisamente divenuta luogo di alto confronto su come il “digitale” può stimolare la promozione del “culturale”: ieri martedì, nella ministeriale sede del Collegio Romano, s’è tenuta “Scenari e progetti del Museo 3.0”, una giornata di riflessione sul progetto “MuD – Museo Digitale”, che Direzione Generale Musei del Ministero dei Beni e le Attività Culturali e il Turismo ed Ales spa (una delle controverse controllate del Mibact, insieme ad Arcus spa) hanno presentato nel giugno scorso nell’ambito della “Social Media Week”; oggi mercoledì, altra giornata di riflessione, ma promossa nell’ambito del Maxxi (il controverso Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, presieduto dalla ex Ministra Giovanna Melandri), ovvero il “Digital Think-In. La voce digitale dei musei”.

Bene, anzi benissimo. Tutto bello, molto bello. Forse… “troppo bello”!

Emergono immediatamente due domande: che senso hanno e che target cercano iniziative di questo tipo?! Perché vengono annunciate alla grande, e poi rivelano alcuni incredibili deficit di… “condivisione”?!

La società digitale non dovrebbe essere caratterizzata da una logica “aperta”, soprattutto nelle iniziative promosse da soggetti istituzionali pubblici?  Gli… “open data” – in cui tanto crede anche l’amministrazione del “conducator” Matteo Renzi – non dovrebbero essere accompagnati da… “open discussions”?!

Poniamo questi quesiti perché le due succitate iniziative presentano invece una curiosa caratteristica in comune: sono entrambe “chiuse”, ovvero pongono “barriere all’entrata”, l’una di natura “istituzionale” (Mibact-Ales) e l’altra “numismatica” (Maxxi). Alla faccia della bella trasparenza e del libero dibattito e dell’abbattimento delle barriere all’accesso.

Il senso di queste “chiusure” veramente sfugge, dato che non si tratta di iniziative promosse da società di consulenza privata o da “think-tank” commerciali, bensì – in entrambi casi – di iniziative promosse da istituzioni pubbliche, ed organizzate utilizzando danari pubblici, ovvero dei contribuenti tutti.

Contribuenti che sono in taluni casi anche operatori (pubblici e privati) del settore museale, che evidentemente hanno un interesse diretto nel conoscere lo “stato dell’arte” delle politiche culturali nazionali su queste tematiche.

In effetti, non abbiamo creduto ai nostri occhi, allorquando negli annunciati programmi delle due iniziative, veniva segnalato che una sessione mattutina – quella più interessante – era… “ad inviti”, in sede Mibact-Ales (clicca qui per il programma), mentre la giornata al Maxxi era addirittura tutta… “a pagamento” (clicca qui per il programma).

In entrambi i casi, anche la stampa non è stata ammessa, e non stupisce che effettivamente non si trovi su web una riga una dei riti misterici che son stati officiati nelle “segrete stanze” del Collegio Romano ieri, ed immaginiamo che anche la rassegna stampa del grande evento odierno al Maxxi non registrerà una ricaduta mediale eccezionale. In verità, chi c’è stato ci ha raccontato di kermesse molto pompate, ma molto vacue. Fuffa 2.0 se non 3.0…

In effetti, sfugge ai più comprendere in che cosa consista – esattamente e concretamente – il progetto “Mud” promosso da Mibact ed Ales, e sfugge ai più comprendere che senso abbia l’iniziativa al Maxxi.

Perché iniziative di questo tipo non vengono caratterizzate dal massimo possibile accesso pubblico?! Perché non viene prevista la trasmissione “streaming” aperta alla comunità professionale così come la chance di rivedere i lavori con un sano “download” delle videoregistrazioni?! Perché non viene quasi mai prevista ormai nemmeno la opportuna messa a disposizione “online” delle presentazioni dei relatori e finanche la “pubblicazione degli atti” (suvvia, se proprio si vuole contrastare il cartaceo, ben vengano anche gli e-book!).

Dobbiamo sempre e soltanto fare riferimento al servizio pubblico che egregiamente svolge RadioRadicale (spesso in supplenza di quelle che dovrebbero essere le funzioni istituzionali della Rai)?!

Lo domandiamo anzitutto al Ministro Dario Franceschini, che, rispetto ad entrambe le iniziative, è comunque il “dominus”.

Diverte osservare come il progetto “MuD” si autodefinisca sul sito del Ministero come un “progetto aperto”, e venga annunciato un sito web, ovvero lo “strumento necessario ad aprire il dialogo con i portatori di interesse, consentendo un confronto continuo sui temi del Museo Digitale”.

Bene, bravi!

Ma il sito web del MuD non è ancora online (e dalla presentazione del progetto nel giugno 2015 ad oggi son trascorsi quasi sei mesi).

Si legge ancora sul sito del Mibact: “Il blog di MuD trasmetterà al pubblico le informazioni relative al digitale in ambito museale ed offrirà un luogo virtuale di incontro a tutti i portatori di interesse del settore”.

Bene, bravi!

Ma il blog del progetto MuD non è ancora online. Saremo cattivi e crudeli, ma questa dinamica ci ricorda la sventurata vicenda del portale istituzionale “Verybello!”, che doveva divenire la grandiosa piattaforma sugli eventi culturali nel corso dell’Expo, e che è affogato miseramente in una marea di polemiche…

E leggiamo come viene annunciata la giornata al Maxxi: “Digital Think-In è la prima edizione di un appuntamento annuale per tutte le istituzioni culturali italiane. Un’occasione di incontro e confronto sull’innovazione digitale e tecnologica nel settore culturale con le più significative esperienze nazionali e internazionali. Un’opportunità per professionisti, geek e appassionati di combinare esperienze e visioni e progettare un nuovo futuro per i musei. Relatori di qualità, esperti e professionisti del settore, influencer e changemaker ci aiuteranno a riflettere su come il digitale può ancora trasformare il nostro lavoro, per supportare e incoraggiare la creazione di una rete nazionale che sia prolifica di idee, progetti e attività condivise e innovative”.

Bene, bravi!

Se ne sentiva il bisogno, di una simile kermesse?! Forse sì, forse no. Ma non importa, tutto fa brodo, nell’habitat digitale evanescente, ed alcuni si entusiasmano con i neologismi tecnologisti del dominio semantico anglosassone: “influencer”“changemaker”… Molto “trendy”: oh, yeaaah! . Dettaglio: si accede al grande evento pagando un biglietto di 110 (centodieci!) euro. Sappiamo tutti che il Maxxi è in crisi economico-finanziaria, oltre che di identità, e possiamo anche comprendere l’esigenza di far “fund-raising”, ma forse c’è un limite…

E se al Mibact troviamo personaggi come Riccardo Luna (definito nel programma “Digital Champion italiano e Ambasciatore dell’Innovazione in Italia”, sic) ed al Maxxi troviamo Luca De Biase (definito “giornalista d’innovazione” nel programma), osserviamo come entrambe le iniziative registrino l’intervento di Simona Cardinali, dirigente Ales e Project Manager MuD (appunto) e di Prisca Cupellini, Responsabile Digital del Maxxi (appunto): come dire, una bella duplice vetrina incrociata per entrambe?! E che sovrapposizione ci sarà tra l’insieme dei partecipanti alla kermesse al Ministero ed a quella al Maxxi?! Chi mai potrà rispondere a questo quesito…

Quel che ci sembra emergere – ancora una volta – è la buona volontà del Ministro Franceschini e dei suoi, contraddetta dall’assenza di un ragionamento organico e di una strategia lungimirante, nonché da un coinvolgimento adeguato di tutti i partner potenziali: in nessuna delle due iniziative che qui critichiamo si osserva un coinvolgimento della Rai.

E ciò basti, per far comprendere il livello di dispersione di energie e di frammentazione di risorse. E l’assenza di una cabina di regia.

E, poi, quante risorse son state allocate sul progetto MuD? Ci sono in verità risorse o si tratta di un laboratorio squisitamente intellettuale basato su funzionari ministeriali di buona volontà?! Essendoci di mezzo Ales (che sta per “Arte Lavoro Servizi spa”, società “in house” del Mibact), riteniamo che un budget ci sia. Piacerebbe (al cittadino anche) conoscerlo, e comprendere a cosa sia esattamente destinato.

Chi scrive queste noterelle agrodolci, qualche mese fa ha diretto una ricerca IsICult commissionata da Rai, dedicata – ma guarda un po’… – alla promozione digitale del patrimonio culturale, nell’economia della digitalizzazione del sistema turistico nazionale. Scrivevamo nel rapporto di ricerca:

Che la questione “Ict” abbia acquisito una riconosciuta centralità, e finanche urgenza nell’agenda del Mibact, è confermato da due documenti resi pubblici nell’ottobre del 2014: “Piano strategico per la digitalizzazione del turismo italiano”, a cura del Laboratorio per il Turismo Digitale del Mibact (Td Lab); “Patrimonio culturale digitale e turismo. Raccomandazioni per le istituzioni culturali (versione 1.0)”, a cura del “Gruppo di Lavoro” ad hoc del Mibact. Entrambi dedicano attenzione al turismo culturale, ma purtroppo non emerge una progettualità organica e concreta, che consenta di prevedere il superamento delle criticità in essere. Va peraltro ricordato – in particolare – che il Laboratorio per il Turismo Digitale (Td Lab) è stato oggetto di critiche spietate su alcuni siti web specializzati in turismo (ha prodotto un documento che si caratterizza per molto buon senso, ma che propone iniziative per le quali… non esiste budget, e quindi si tratta semplicemente di buoni auspici), e va anche segnalato che i due succitati documenti sembrano incredibilmente ignorarsi l’un l’altro (!), pur essendo stati elaborati nell’ambito dello stesso dicastero”.

Ci domandiamo se coloro che stanno lavorando al progetto “MuD” hanno fatto propria tutta l’esperienza che è stata nell’ambito dello stesso Mibact, magari in altre stanze.

Ci domandiamo se coloro che lavorano al Mibact sono a conoscenza del progetto “Smst”, improbabile acronimo per “Social Museum e Smart Tourism”, che riguarda i nuovi strumenti di gestione delle attività legate al turismo: come migliorare la fruizione dei beni culturali nelle città; come sfruttare le nuove tecnologie per creare musei diffusi e servizi qualificati al visitatore.

L’obiettivo è (vorrebbe essere) facilitare l’esperienza turistica e culturale attraverso l’offerta di servizi e informazioni qualificate che ottimizzino i tempi di visita, suggeriscano opportunità in funzione degli interessi personali, offrano servizi turistici appropriati e convenienti.

Il progetto è finanziato nell’ambito del bando Miur – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, per i Cluster Tecnologici Nazionali “Tecnologie per le Smart Communities” (da cui l’acronimo Ctn-Tsc).

Il “cluster” in questione è uno degli 8 che si sono aggiudicati complessivamente 266 milioni di euro (vedi Marzio Bartoloni, “Otto cluster mettono in filiera la crescita. Il Ministro Carrozza: “Una palestra in vista del nuovo programma europeo Horizon 2020””, in “Il Sole 24 Ore”, 25 novembre 2013).

Specificamente, il cluster “Smart Communities” conta complessivamente su 86 aderenti in 9 Regioni partecipanti. L’azione del cluster deve mirare allo sviluppo delle più avanzate soluzioni tecnologiche applicative, per consentire di realizzare modelli innovativi di risoluzione integrata per problemi sociali di scala urbana e metropolitana (per esempio: mobilità, sicurezza e monitoraggio del territorio, “education”, “health”, beni culturali e turismo, “green cloud computing”, energie rinnovabili e efficienza energetica, giustizia).

I quattro progetti approvati nel contesto del cluster “Smart Communities” sono: “Social Museum and Smart Tourism” (che qui interessa), “Mobilità Intelligente Ecosostenibile”, “Edifici a zero consumo energetico in distretti urbani intelligenti”, “La città educante”.

Complessivamente, coinvolgono 76 partner, per un valore totale di investimento di 43,2 milioni. Il cluster “Social Museum & Smart Tourism” prevede costi ammessi per complessivi 10 milioni di euro. Questa è la descrizione sintetica ufficiale del progetto: “Attività di ricerca e sviluppo previste nel progetto Cluster ‘The Social Museum e Smart Tourism’ per servizi di ‘smart community’ in città d’arte. Progetto e sviluppo di soluzioni tecnologiche ‘Ict’ per proporre al visitatore contenuti di approfondimento culturale personalizzato ai propri interessi e facilitare l’esperienza di visita attraverso l’offerta di servizi e informazioni qualificate che ottimizzino i tempi di visita, suggeriscano opportunità in funzione degli interessi individuali, offrano servizi turistici appropriati e convenienti. Si dovrà progettare e realizzare una piattaforma integrata e aperta operante in ‘cloud’ che integra servizi di base di tipo sociale e servizi applicativi orientati alla fruizione dei contenuti di beni culturali e al turismo culturale, in collegamento con reti sociali generaliste”.

Come dire?! Le risorse, in fondo, allora, ci sono (ah, benedetti fondi europei!), ma ci domandiamo se e quanto parlino tra loro, per esempio, Miur e Mibact, in materia di promozione digitale del turismo culturale (e non soltanto in materia di promozione della fruizione museale).

Temiamo di conoscere la risposta: non si parlano proprio, ognuno va per la sua via. La mano destra non sa cosa combina la sinistra. E che dire del rischio che le risorse messe a disposizione della Commissione Europea non vengano nemmeno utilizzate?! Non sarebbe la prima volta, nel disastrato panorama italico. E l’Agid, la mitica Agenzia per l’Italia Digitale, cosa ci dice, in argomento?!

Nel mentre, cresce la frammentazione, la dispersione, e finanche la… fuffologia spinta. In effetti, in queste dinamiche, il rischio di “fuffa” finisce per essere sempre latente. Il vocabolario della Treccani non censisce “fuffa”, e, cercando col motore di ricerca interno del sito, trova soltanto “muffa” (e forse un nesso logico-semantico pur c’è): il termine “fuffa” è però presente sia nel De Mauro sia nel Battaglia, il primo ritiene derivi dal sostantivo maschile “fuffigno”, di area toscana, che indica un “ingarbugliamento dei fili di una matassa o di un tessuto”, mentre per il secondo la parola deriverebbe dalla voce onomatopeica “foff” (cosa leggera), che sarebbe presente nei dialetti d’Italia e in diverse lingue romanze occidentali… Il Devoto-Oli riporta: “fuffa ‹fùf·fa› s.f., region. 1. Merce dozzinale, di scarsissimo o nessun valore; ciarpame, paccottiglia: l’arte contemporanea è tutta f. 2. fig. Chiacchiera senza alcun fondamento o significato, discorso risaputo, luogo comune: i blog sono pieni di fuffa”. Queste citazioni son opportune, per definire con sana ironia buona parte di quel che si ascolta spesso in conversari politici in pubblici consessi, nonché in accademici convegni e dotti seminari.

Ci auguriamo che dall’esperienza “a porte chiuse” del MuD e del Digital Think-In possa emergere non ulteriore fuffa tecnologica in versione 2.0 (o finanche 3.0), ma qualcosa di veramente strategico, che possa essere concretamente messo a disposizione della comunità professionale di coloro che operano nelle realtà museali e dei beni culturali, i famosi “portatori d’interesse”. E della collettività tutta. Ah, quanto sarebbe bella una “strategia partecipata”, con logiche “buttom-up”. Ma… ahinoi, lo sappiamo, siamo in Italia: chiediamo troppo, se è vero che nemmeno s’è riusciti a fare una consultazione nazionale sulla nuova “mission” della Rai.

Che le porte della conoscenza si aprano finalmente alla collettività. A questo dovrebbe servire, anche, la “rivoluzione digitale”.

Exit mobile version