Il programma

ilprincipenudo. Cultura, Rai, Privacy, Authority, Tlc: quello che manca nel contratto M5S-Lega

Poche righe dedicate alla ‘cultura’ e molte parole-chiave dello sviluppo del Paese totalmente assenti dalla bozza di “Contratto per il Governo del Cambiamento” proposto ieri da M5S e Lega. La banda larga non c’è, la Rai nemmeno ed un cenno sfuggente alle telecomunicazioni.

di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult) |
Angelo Zaccone Teodosi

ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Nel pomeriggio di ieri abbiamo ricevuto in anteprima la bozza del “Contratto per il Governo del Cambiamento”, elaborata dal gruppo di lavoro promosso da Movimento 5 Stelle e Lega: abbiamo dedicato immediata attenzione critica al testo (clicca qui), e siamo rimasti senza parole, a causa di una serie incredibile di… omissioni e rimozioni.

Riteniamo che questa vicenda meriti attenzione prioritaria rispetto alle iniziative dell’Istat e di Ibl, ed oggi su essa quindi ci concentriamo. In effetti, ieri è stata una giornata densa e faticosa, per il modesto cronista che cura questa rubrica: la mattina la presentazione in pompa magna a Montecitorio, col Presidente della Camera Roberto Fico, del “Rapporto Annuale” dell’Istat, che ha proposto una fotografia del Paese assai critica ma addolcita da una presentazione morbida da parte del Presidente Giorgio Alleva; il pomeriggio, un denso seminario sulla “economia dei dati” promosso dall’Istituto Bruno Leoni (Ibl), “think tank” del liberismo italico, curiosamente accolto dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), per presentare una ricerca curata da ItMedia, finanziata da Google

È opportuno precisare che ci riferiamo al testo che reca la seguente datazione: “bozza 15.5.2018 ore 18.00”. In effetti, nelle ore precedenti, s’era scatenata ieri un’aspra polemica perché “Huffington Post” ha divulgato una versione datata 14 maggio ore 9,30, che i due partiti hanno presto disconosciuto, in quanto “vecchia” e “superatissima”, anche se alcuni sostengono che sia stata trasmessa al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: in quella bozza, veniva tra l’altro resa esplicita la possibilità di uscire dall’euro. La “fuga di notizie” ha subito determinato un allarme della Borsa.

Una premessa: nella storia politica del nostro Paese, tematiche come la “cultura” non sono mai state messe ai primi posti nell’agenda dei Governi. Soltanto con l’esecutivo guidato da Matteo Renzi, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha assunto un ruolo più significativo (come ai tempi di Walter Veltroni), ma comunque relegato alla “serie B” nell’agenda governativa (anche se ricordiamo ancora le parole di avvio, con Dario Franceschini che rimarcò che si trattava del dicastero “economico” più importante d’Italia).

La tematica del “digitale” è ovviamente di più recente conio, e non si può non sostenere che negli anni dell’esperienza renziana (dal febbraio 2014 al dicembre 2016) essa non sia stata oggetto di… attenzioni (e qui ristendiamo un velo di pietoso silenzio sulla nomina di Diego Piacentini, boss di Amazon, alla guida della cabina di regia del digitale italico).

Chi scrive queste noterelle (ma anche la testata giornalistica che le ospita) è convinto che il binomio “cultura + digitale” sia invece prioritario, fondamentale, essenziale, per lo sviluppo socio-economico del Paese: non si tratta di un delirio ideologico, ma di una serena considerazione frutto di un’analisi approfondita dei fattori dello sviluppo, a livello globale ovvero mondiale, ed a livello comparativo internazionale. Come dire?! C’è abbondante letteratura scientifica che lo dimostra.

La leva dello sviluppo di un Paese è nell’interazione tra cultura e digitale e nelle sinergie possibili, con ricadute a cascata in tutti i settori della vita sociale ed economica di una nazione. Tutti, nessuno escluso.

Questo concetto è assente dalle 40 pagine del “Contratto”: totalmente assente.

Al capitolo “cultura” (capitolo 6, pagine 9-10), vengono assegnate poche righe (per la precisione, 27 dicesi ventisette, così poche che le abbiamo contate), piuttosto generiche: incredibile, ma vero.

Non esiste un capitolo “digitale”, ma la parola è presente in alcune frasi, ma mai senza dignità a sé: è un aggettivo. Estrapoliamo le 6 risultanze (sei!): “creazione di un fisco digitale”… utilizzazione di una “piattaforma digitale” per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio… introduzione del principio della “cittadinanza digitale” dalla nascita… mancato “ammodernamento tecnologico e digitale” del servizio sanitario… il turismo è ormai “prevalentemente digitale”… nella scuola, l’innovazione didattica “ed in particolare quella digitale”. Punto.

Esiste un capitolo (il 25) intitolato “Trasporti, infrastrutture e telecomunicazioni”, ma tutto il capitolo è essenzialmente centrato sulla riduzione dell’utilizzo di veicoli con motori alimentati a diesel e benzina di origine fossile, ed accessori come il “car sharing”… La parola “telecomunicazioni” è nel titolo, ma non nel testo del capitolo. Ciò basti. Su queste specifiche tematiche, vedi anche l’accurata analisi del collega Luigi Garofalo, su queste stesse colonne: “Contratto M5S-Lega, dal Fisco digitale alla cybersecurity. Assente Pa digitale e giallo Tlc”.

E la Rai?! L’acronimo “Rai” non è nemmeno citato, nelle 40 pagine, ma ci sono 3 righe tre di cenno, alla fine del succitato capitolo 25: “Per quanto concerne la gestione del servizio radio televisivo pubblico intendiamo adottare linee guida di gestione improntate alla maggiore trasparenza, all’eliminazione della lottizzazione politica e alla promozione della meritocrazia”. Perbacco, una novità rivoluzionaria! Da segnalare che questo breve passaggio è evidenziato con sfondo… rosso sangue, ovvero è classificato così “le parti evidenziate in colore rosso necessitano di un vaglio politico primario”. Che cosa è il “vaglio politico primario”, dopo giorni e giorni di dibattito e discussione per la redazione del “programma”?! Politichese puro, alla faccia del “new deal” atteso ed annunciato. Significa – immaginiamo – che le due parti l’abbiano buttata lì, con un’idea del tipo “va boh… scriviamo qualcosa, poi vediamo…”.

Il termine “telematico” è presente 1 volta soltanto (una): “imprescindibile è l’implementazione del processo telematico ed informatizzazione degli uffici giudiziari”.

Assente la parola “televisione”. Assente la parola “radio”.

Assente la parola “editoria”. Assente la parola “libro”. Assente la parola “giornale”.

Assente la parola “media”…

La parola “web” ha 2 risultati: in relazione alle previsioni normative europee sulla “accessibilità dei siti web” e delle applicazioni mobili degli enti pubblici; in materia di “turismo”, si propone l’introduzione di una “web tax turistica”, per contrastare le “olta” ovvero le “OnLine Travel Agency” straniere, che creano danni enormi agli operatori del settore…

Il concetto di “banda larga” è anch’esso del tutto assente dal testo: non esiste proprio? Non è forse una priorità nazionale?! Ed il 5G è concetto estraneo alla cultura dei redattori del “contratto”?! Su queste tematiche, si veda opportunamente anche “Key4biz” del 24 aprile, ancora a firma di Luigi Garofalo: “M5S-Lega-Pd. Programmi digitali a confronto su ‘nuova’ Agcom, Web tax e cyberbullismo”.

E, ancora, mai citate parole e concetti come “audiovisivo”, “creatività”, “diritto d’autore”, “biblioteca”… Non esiste il concetto di “start-up” e nemmeno quello di “crowdfunding”… Ed inutile cercare nel testo, ovviamente, “over-the-top”!

Le “authorithy”?! Incredibilmente… mai citate né Agcom, né Agcm, né altre (se non l’Autorità Nazionale Anti-corruzione – Anac, per la quale si propone un potenziamento): ci si limita a sostenere “Occorre uniformare i criteri di nomina delle autorità amministrative indipendenti” (pag. 25, capitolo 19, “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta”). Il Garante della Privacy è citato soltanto in questo passaggio: “Si dovranno dotare tutti gli  agenti  che  svolgono  compiti  di  polizia  su  strada  di  una videocamera sulla divisa, nell’autovettura e nelle celle di sicurezza, sotto il controllo e la direzione del Garante della privacy, con adozione di un rigido regolamento, per filmare quanto accade durante il servizio, nelle manifestazioni, in piazza e negli stadi”. Ci immaginiamo proprio… Antonello Soro alias “Grande Fratello” che indossa l’elmetto di “controllore e direttore” di decine di migliaia di telecamere sulle divise dei poliziotti e sulle auto delle forze dell’ordine…

Per Movimento 5 Stelle e Lega, il problema “privacy”, evidentemente, non ha alcuna rilevanza politica.

Non è mai citata nemmeno la parola “pluralismo”: da non crederci veramente!

Potremmo continuare, ma non intendiamo infierire oltre.

Ci domandiamo: ma Roberto Fico, che è stato per 5 anni Presidente della Commissione Vigilanza Rai (dal giugno 2013 al marzo 2018), ha riletto questo documento, prima che venisse “approvato” dai due partiti, e reso di pubblico dominio? Possibile che egli non abbia sentito l’esigenza di innestare qualcosa di significativo in materia di televisione, servizio pubblico, media, pluralismo?! D’accordo, egli è (deve essere) ormai “super-partes”, in quanto Presidente della Camera, ma immaginiamo abbia ancora chance di intervenire, suggerire, stimolare i leader del suo partito, in primis “il Capo Politico” (sic!) del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio.

Ed intellettuali “di area” (come s’usava dire un tempo: altri tempi… bei tempi…) come Carlo Freccero (eletto nel Consiglio di Amministrazione Rai “in quota” M5S) e Tomaso Montanari (appassionato storico dell’arte e pugnace studioso di politica culturale) sono stati in qualche modo consultati?! Temiamo proprio di no. Molte delle analisi critiche di Montanari sono condivisibili, e riteniamo restino valide anche se egli ha preso le distanze dal MoVimento, su tematiche politiche generali (ha auspicato pochi giorni fa che il M5S non trattasse – testualmente – con la “Lega fascista”).

Da ieri pomeriggio a quest’oggi, nessuna presa di posizione di esponenti di altri partiti, in materia di cultura, media, digitale: anche questa inerzia è proprio stupefacente.

Le agenzie stampa registrano soltanto una polemica da parte dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano (diramata da ItalPress alle 12 odierne), Filippo Del Corno (nella giunta guidata da Giuseppe Sala), che lega “cultura” a “turismo”: “Il programma di governo che è stato presentato da Lega e M5S prevede l’abolizione della tassa di soggiorno. Questa sarebbe una misura gravissima per la sostenibilità dell’iniziativa culturale delle amministrazioni comunali, che oggi è in massima parte finanziata dalla questa tassa di soggiorno. Milano oggi incamera da questa tassa, che è in massima parte pagata dai turisti, 35 milioni di euro. La spesa corrente per la cultura più o meno si equivale. L’abolizione della tassa di soggiorno comporterebbe l’azzeramento quasi integrale dei capitoli destinati alla produzione e alla promozione culturale della città”.

Pochi minuti prima di chiudere in macchina questo articolo, Adn Kronos (alle 14.25) dirama il parere, ipercritico, giustappunto, di Tomaso Montanari, che val la pena rilanciare: “Definirei atroce il passaggio sulla cultura del contratto di governo in discussione tra M5S e Lega, che ribalta radicalmente, tra l’altro, l’impianto del programma sulla cultura del Movimento che invece era ottimo”. Montanari ricorda che, inizialmente, nel programma del Movimento, “si parlava di una revisione profonda e critica della riforma Franceschini, e si diceva che bisognava avere una politica orientata ai valori civili e costituzionali dello sviluppo della cultura. Invece in questo contratto si parla solo di sfruttamento del patrimonio perché è come un pozzo di petrolio o una miniera di sale”. Nel contratto, si dice che lo Stato “non può limitarsi alla sola conservazione del bene, ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile attraverso sistemi e modelli efficaci”, anche grazie a “una migliore cooperazione tra gli enti pubblici e i privati”. Si tratta di un piano “improntato al più bieco liberismo becero. In questo momento mi aspetto il peggio”, sbotta Montanari. Il quale, invece, considera “giusta” la possibilità che il ministero venga “spacchettato”, dividendo i beni culturali dal turismo. “Le due cose non hanno senso insieme, e questo è un programma dei Cinque Stelle. Semmai bisognerebbe essere più ambiziosi, mettendo insieme il patrimonio culturale all’ambiente. Che differenza c’è tra ambiente e paesaggio? Nessuna. Bisogna avere il coraggio di unire beni culturali e ambiente. Questa era una vecchia idea di Giovanni Urbani, grande storico del restauro, allievo di Cesare Brandi e di Antonio Cederna”, sostiene Montanari.

Alcuni commenti conclusivi: va anzitutto osservato che questi deficit riproducono in buona parte quel che, secondo chi redige queste note,  già (non) c’era nei programmi con i quali le due parti politiche si sono presentate agli elettori. Gli elettori hanno premiato Movimento 5 Stelle e Lega con flussi consistenti di voti (tra Camera e Senato, circa il 32-33 % dei voti il primo, e circa 17-18 % il secondo), e quindi si deve comprendere che le esigenze qui rappresentate non sono sentite dai rispettivi elettorati. La volontà democratica della maggioranza va rispettata, ma non si deve rinunciare certo all’esercizio del diritto di critica.

Va altresì osservato che l’elaborazione di questi “programmi” è quasi sempre il risultato di decine di cervelli spesso in contrasto ideologico e metodologico tra loro, di centinaia di “taglia e incolla”, e quasi sempre si addiviene a testi complessi, ridondanti, confusi, polisemici. Ma, appunto, anche questo “contratto” evidenzia anche problematiche di impostazione metodologica e di criticità redazionale: il salto di qualità non c’è, ma si legge un testo geneticamente vecchio nella struttura, nella ideazione e stesura, peraltro atipico nel suo assetto formale di “contratto”…

Infine, come non sentire l’eco, in questa dinamica e nella denominazione stessa del testo, del controverso “contratto con gli italiani”, di berlusconiana memoria, siglato dal notaio mediale Bruno Vespa?!

A proposito della “forma contratto”, inquietante il parere di Giovanni Maria Flick, ex Guardasigilli e Presidente emerito della Consulta, in un’intervista pubblicata questa mattina da “il Fatto Quotidiano”, che evoca il rischio di un esecutivo paradossalmente “de-costituzionalizzato” (!): “Si fa un contratto privatistico tra due persone fisiche che ha forza di legge solo tra le parti. Il tutto ha il sapore di una de-costituzionalizzazione, di una forma appunto privatistica del governo e dell’interesse pubblico. Ma gli altri? Il resto del Parlamento, che fine fa? In caso di inadempimento, cosa succede, si va dal giudice? Il lato più inquietante è però l’istituzione del ‘comitato di conciliazione’, organismo non previsto dalla Costituzione, dove i due leader dovrebbero dirimere i conflitti… si tratta di un organismo non previsto dalla Carta, che oltretutto trasforma il Capo dello Stato in una sorta di notaio e il Presidente del Consiglio in un portalettere. Per dirimere i conflitti e prendere decisioni in seno alla maggioranza, ci sono le sedi precise indicate dalla Carta. Gli incontri tra i leader e i principali attori restino pure nella prassi, ma messi nero su bianco in questo modo significa istituzionalizzare un ‘consiglio dei ministri ombra’, che scavalca quello reale. Inoltre, mi pongo altri interrogativi. La firma del contratto privato tra due persone fisiche è un’anticipazione del voto di fiducia? Il Parlamento poi dovrà seguire gli adempimenti di questa pre-fiducia? E cosa succede se, una volta firmato il contratto, i gazebo della Lega o i voti sulla piattaforma Rousseau domenica dovessero bocciare il programma? Si ricomincia daccapo? Più in generale, la mia perplessità riguarda il trasferimento sul piano privatistico di quello che è un programma di governo che dovrà ottenere la fiducia del Parlamento: col contratto, si regolano interessi diversi, se non contrapposti; con l’accordo di governo, si realizza un comune progetto politico”. Parole sulle quali è opportuno riflettere: al di là del rischio di dinamiche politiche da dilettanti allo sbaraglio, c’è il rischio di una deriva demagogico-populista e di uno stravolgimento dell’assetto costituzionale del nostro Paese.

Data la nostra attenzione focalizzata su queste tematiche (“cultura + digitale”), non entreremo nel merito delle tante iniziative innovative (citiamo per tutte il “conflitto d’interessi”, tematica che riappare dopo decenni di rimozione, e non entriamo nel merito dell’attenzione, notevole, assegnata al turismo) che pure il “programma di governo” prospetta, anche perché pagine e pagine della stampa quotidiana dedicano attenzione alle altre tematiche… “macro”.

Segnaliamo che le tematiche che qui abbiamo affrontato criticamente non sono però… “micro”: anzi, in una diversa – e riteniamo più lungimirante – “agenda di governo”, esse dovrebbero assurgere a priorità ed a sensibilità giustappunto “macro”!

Non resta che augurarsi che nelle prossime ore i redattori di questa bozza abbiano la volontà (politica) e la capacità (tecnica) di apporre le tante corrigende necessarie, per superare queste intollerabili omissioni e rimozioni.

 

  • Clicca qui, per leggere il “Contratto per il Governo del Cambiamento” co-redatta da Movimento 5 Stelle e Lega Salvini Premier, bozza 15 maggio 2018 ore 18.

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