Key4biz

ilprincipenudo. Come sta il cinema in Italia?! Diagnosi dubbia, terapia incerta

Angelo Zaccone Teodosi

Con modalità curiose, la giornata di mercoledì 13 e quella di giovedì 14 luglio hanno registrato “fiumi di numeri” (e finanche di “fiumi di parole”, per parafrasare gli scomparsi Jalisse), che, sulla carta, avrebbero dovuto consentire di comprendere quale sia lo “stato di salute” del sistema cinematografico italiano.

Dapprima, mercoledì, la diffusione del dossier intitolato “Tutti i numeri del cinema italiano” (vedi l’articolo di Raffaella Natale su “Key4biz”), divulgato in contemporanea dalla Direzione Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Mibact) e dall’Anica (Associazione Nazionale Industrie Audiovisive e Multimediali), e l’indomani giovedì la presentazione di un’anticipazione del rapporto annuale “Il mercato e l’industria del cinema in Italia”, realizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo – Feds della Cei (Conferenza Episcopale Italiana) in collaborazione e con il finanziamento della stessa Dg Cinema del Ministero.

Come sta il cinema in Italia?! Non si sa.

Non è facile comprendere la “vera verità”, perché i dati sono ancora parziali e controversi, e manca completamente un approccio critico globale.

Parafrasando un famoso brano della band di rock progressivo Csi (l’ormai disciolto ex Consorzio Suonatori Indipendenti e già Cccp), “io sto bene… io sto male…”, come cantava il mitico Giovanni Lindo Ferretti.

Da molto tempo, su queste ed altre colonne, andiamo lamentando l’assenza di una strumentazione approfondita ed accurata, e finanche plurale ed indipendente, rispetto all’economia ed alla politica del cinema in Italia.

Per ragioni che sfuggono al buon senso, il Mibact sembra aver abdicato ormai da anni alla propria funzione di ricerca e studi (che pure dovrebbe essere preliminare rispetto al buon governo delle politiche settoriali), e si affida prevalentemente a collaborazioni che sono certo tecnicamente qualificate (l’Anica piuttosto che l’Ente dello Spettacolo), ma che oggettivamente non possono rappresentare una garanzia di indipendenza e terzietà.

Se sull’Ente dello Spettacolo le perplessità sono limitate (in relazione al rischio di “partigianeria”), rispetto all’Anica i dubbi sono tanti: come abbiamo già avuto occasione di scrivere su “Key4biz”, è come se il Ministero dell’Economia e delle Finanze affidasse a… Confindustria la realizzazione di un… rapporto annuale sullo stato dell’economia in Italia. Non pochi avrebbero da ridire (e non soltanto i sindacati dei lavoratori). Invece, nello specifico dell’industria del cinema e dell’audiovisivo, le voci critiche sono rare.

Ribadiamo: non è in discussione la qualificazione professionale dei ricercatori che lavorano nella Feds o in Anica, ma emerge naturale ed inevitabile il dubbio su qualche deficit tecnico del database e sul rischio che la lettura dei dati possa essere soggetta ad inevitabili distorsioni interpretative.

Un esempio per tutti: nel grafico “Budget: composizione dei costi” (a pagina 6 del dossier “Tutti i numeri del cinema italiano”, firmato da Mibact ed Anica, figura 5), viene proposto un elegante grafico che evidenzia la copertura dei costi nella produzione dei film di iniziativa italiana: si propone un dettaglio estremo su fonti marginali (per esempio, lo 0,06% viene dal “contributo sviluppo sceneggiature originali” e lo 0,08% “da fondi Europa Creativa – Media”…), si segnala che il 29,90% viene da “apporto investitori esterni per il quale è stato richiesto il credito di imposta”, ma un impressionante… 39,21% viene classificato nell’indistinto calderone… “altro” (!!!), che così viene simpaticamente descritto in nota: “altri fondi locali, apporti societari, prevendite diritti, investimenti emittenti, ecc.”. Di grazia (a parte l’… “eccetera”), ma come è possibile che non venga fornito un minimo di dettaglio?!

L’impressione è che non si vogliano svelare due eventuali criticità: limitata entità del capitale di rischio dei produttori (notoriamente le imprese cinematografiche italiane sono sottocapitalizzate e poco propense all’alea dell’investimento di risorse proprie) e notevole incidenza dell’apporto dei broadcaster televisivi (che pure sono sottoposti da norme di legge ad obblighi di investimento, sulle quali vigila – distrattamente – l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: in argomento, vedi “Key4biz” del 26 febbraio 2016).

E che dire, ancora, di un dato essenziale qual è il “numero” di film prodotti?! Nella graziosa copertina del rapporto, viene proposto un montaggio grafico che riporta letteralmente “tutti” i titoli (o quasi, abbiamo ragione di ritenere) dei film italiani realizzati nell’anno, ma all’interno del dossier “Tutti i numeri”, non ci sono dati concreti (in verità, nemmeno i titoli!) relativi ai 185 “film italiani” prodotti nell’anno 2015. La tabella del capitolo “Distribuzione” del dossier (pag. 38, tab. 23) propone la classifica della “Top 10” dei film italiani: perché limitare il dato ai primi 10 soltanto?! Sarebbe interessante acquisire i dati sull’insieme del prodotto italiano che è circolato nell’anno (ovviamente una parte dei film usciti in sala nel 2015 è stata prodotta nel 2014, ma non è certo arduo predisporre tabelle ed analisi in tal senso)… Potremmo continuare per pagine e pagine, ma andremmo ad annoiare il lettore.

Va certamente apprezzata l’estensione dell’analisi ad alcuni aspetti del settore dell’audiovisivo non cinematografico, sostenuta con le apposite forme di “tax credit” introdotte dal marzo 2015, per la produzione di opere destinate alla televisione o al web sia nazionali, sia estere realizzate in Italia, ma questa implementazione non è sufficiente a superare le tante falle del dossier (manca completamente, per esempio, un minimo di approfondimento sulle società di produzione “indipendente”).

Va apprezzato che la sezione del dossier relativa al “Cinema in tv” è, come sempre, approfondita e completa, e si conferma la accuratezza delle elaborazioni realizzate dallo Studio Frasi di Francesco Siliato, apprezzato analista di audience.

Riportiamo alcuni dati essenziali: l’anno scorso, sono stati realizzati meno film ovvero 185 titoli contro 201 del 2014, ma si son registrati più investimenti, ovvero 338,8 milioni di euro nel 2015 contro 319,5 milioni del 2014; il costo medio complessivo dei film italiani prodotti nel 2015 supera i 2 milioni contro 1,9 milioni del 2014. Sostanzialmente invariata invece la percentuale del 60% dei film con costo di produzione inferiore a 1,5 milioni di euro. I film ad alto budget, con costo superiore a 3,5 milioni, sono stati 29 nel 2015 (25 nel 2014), con un costo medio di 5,8 milioni. Da segnalare che i film con budget inferiore a 200mila euro (veramente poco) sono stati 17 nel 2015, esattamente lo stesso numero registrato nel 2014 (curioso). Nel 2015, son stati 36 i film con budget tra i 200mila e gli 800mila euro, a fronte dei 41 dell’anno 2014. Ci piacerebbe conoscere i titoli di questi film e soprattutto dati fondamentali come: hanno trovato uno sbocco in sala cinematografica?! Sono stati acquistati dalle emittenti televisive?! Chi li ha visti? Chi li ha prodotti?

Secondo le rilevazioni Cinetel, la spesa del pubblico in sala nell’anno 2015 sarebbe stata di circa 637 milioni di euro, per 99 milioni di biglietti venduti (il terzo miglior risultato degli ultimi 10 anni). Il cinema italiano, includendo le coproduzioni, l’anno scorso ha incassato in sala 132 milioni di euro, per 21 milioni di biglietti venduti. La quota di mercato nazionale scende così al 20,7% sul fronte degli incassi ed al 21,3% sul fronte presenze, perdendo in entrambi i casi circa 6 punti rispetto all’anno precedente (in questo caso, il peggior risultato degli ultimi 10 anni)…

Sul fronte del cinema in tv, i dati sono di segno negativo nel 2015, almeno ad una prima lettura. Le sette emittenti generaliste (considerando quelle che corrispondono ai primi 7 tasti del telecomando) hanno trasmesso complessivamente 3.430 titoli nell’intera giornata, per un totale di 3.887 passaggi, con una riduzione di circa il 5 % rispetto al 2014, per lo più attribuibile a una diminuzione di cinema europeo, parzialmente compensata da un aumento di cinema americano. Le quote sono del 47% per i film di produzione americana, mentre la quota dei film italiani, incluse le coproduzioni, raggiunge il 38 %. Mediaset si conferma l’editore che fa il maggiore ricorso al cinema, con il 60% dei passaggi totali. I titoli unici italiani, complessivamente trasmessi da tutte le reti, sono stati 1.272, con Rete 4 che stacca tutte le altre con oltre il 34%, seguita da Rai 3 col 25%, ed Italia 1 con il 15%. Impressiona (e deprime) osservare come, nell’arco di un anno, ovvero 365 serate, la rete ammiraglia della Rai abbia trasmesso soltanto 15 (quindici!) film italiani, a fronte dei 32 di Canale 5: alla faccia del sostegno alla produzione “made in Italy” da parte del “public service broadcaster” nazionale, 1 film italiano in prima serata ogni… 24 serate! E che dire di Rai 2?! 1 titolo soltanto, uno!, nell’arco di un anno. 17 invece su Rai 3, sempre pochi a fronte dei 49 di Rete 4…

La rassegna stampa di ieri giovedì 14 conferma come siano… controverse le interpretazioni in quanto… controvertibili i dati. Mancano infatti molte informazioni, e quindi è impossibile una interpretazione minimamente organica. In sostanza, ancora una volta, ahinoi… “numeri in libertà”.

Un quotidiano come “il Manifesto” intitola invece un articoletto “Cinema. 2015, più spettatori. Male i film italiani”. Il quotidiano “Il Mattino” titola addirittura “Cinema, 2015 anno nero”, facendo proprio il titolo di un dispaccio Ansa, che evidenzia “-20,74% incassi film Italia”. Ciò basti…

Va anche segnalata un’anomalia: quest’anno, per la prima volta, il dossier “Tutti i numeri del cinema italiano” non è stato oggetto di una pubblica presentazione, alla quale generalmente interveniva anche il Ministro di turno, per impartire la sua benedizione (vedi “Key4biz” del 6 maggio 2015, “Come sta davvero il cinema italiano?”), ma è stato diffuso soltanto telematicamente. Le ragioni sono ignote, ma si ha ragione di ritenere correlate alla situazione instabile venutasi a determinare con le dimissioni del Presidente Riccardo Tozzi, che ha guidato l’Anica dal 2011, per due mandati e che ha ritenuto di fare un passo di lato. Da qualche mese, l’associazione è retta dai due Vice Presidenti Richard Borg (espressione dei distributori) e da Francesca Cima (espressione dei produttori). Lo stesso Tozzi ha dichiarato che auspica che si arrivi alla nomina del nuovo Presidente prima della Mostra del Cinema di Venezia. Le dimissioni di Tozzi sono state certamente influenzate anche dalle polemiche correlate al latente “conflitto di interessi”, dopo la nomina del nuovo ministro dello Sviluppo economico. In una lunga intervista di fine mandato concessa alla testata specializzata “Box Office”, pubblicata il 13 luglio, Tozzi si dichiara complessivamente soddisfatto, ma, nell’osservare perduranti difficoltà nel rapporto tra produttori e distributori ed esercenti, sorprende la sua risposta alla domanda del collega Stefano Radice. Osserva il giornalista: “Strano, però, che ci sia bisogno ancora di una fase conoscitiva all’interno della filiera”. Tozzi risponde: “vero, è un nostro ritardo. Un aspetto su cui abbiamo fallito, Anica e associazioni di mercato. I problemi sono complessi, sicuramente. Però non ci siamo confrontati sul piano tecnico, per cercare di risolverli senza arroccarci ciascuno sulle proprie posizioni”.

Ma, di grazia, le ricerche di scenario, gli studi di mercato, le analisi strutturali non dovrebbero servire giustappunto a consentire una dialettica sana tra le varie anime del settore, proprio per quell’invocato “confronto tecnico” (di cui potrebbe far tesoro lo stesso Ministero)?!

Come possono aver ben impostato la nascitura novella “legge cinema e audiovisivo” il Ministro Dario Franceschini ed il Sottosegretario Antonello Giacomelli (ovvero i rispettivi tecnici di fiducia), se il dimissionario Presidente dell’Anica riconosce egli stesso il “fallimento” ed il “ritardo”?!

Perché, allora, non si sono allocate risorse per approfondire le conoscenze sull’economia vera del settore?

Conclude Tozzi: “una volta consolidato il gruppo di lavoro, avviata la nuova legge sul cinema e audiovisivo, raggiunto l’accordo con Sky per la premiazione dei David di Donatello, intensificata la collaborazione tra Anica ed Apt, ho sentito che il mio lavoro fosse compiuto”.

Ci auguriamo che il prossimo Presidente dell’Anica dimostri maggiore concreta sensibilità rispetto all’esigenza di una conoscenza del settore che possa consentire al Legislatore ed al Governo interventi più rispondenti alle effettive necessità del settore, contingenti e strategiche. Necessità del settore che – ribadiamo – nessuno, né al Ministero né in Anica né in Agcom, è oggi in grado di conoscere realmente, se non in modo parziale, frammentario, disorganico.

A questa anomala “presentazione” dei dati Anica-Mibact ha fatto seguito ieri giovedì 14 un’altra strana iniziativa: in un’affollata Casa del Cinema di Roma (diretta da Giorgio Gosetti), è stata presentata una anticipazione del rapporto co-realizzato dall’Ente dello Spettacolo e, ancora, dalla Dg Cinema, “Il mercato e l’industria del cinema in Italia”, giunto alla ottava edizione (coordinato dal giornalista Redento Mori). La stranezza?! A differenza di quel che accadeva in passato, è stato distribuito soltanto un estratto di poche paginette: pare che il corposo volume (oltre 540 pagine l’edizione dell’anno scorso) sia ancora in fase di elaborazione (?!). Anche in questo caso, è stato messo a disposizione un set di dati, ma piccino picciò, che si ha ragione di ritenere coerenti con quelli del dossier presentato il giorno prima. La presentazione dell’anticipazione è stata però l’occasione per un confronto tra vari esponenti del settore. Si osserva che, curiosamente, non è stato coinvolto nessun rappresentante dell’Anica: perché?! E nemmeno delle varie associazioni degli autori da 100autori all’Anac, da Wgi all’Anart: perché?! Il cinema non è soltanto “mercato”: come recitava il saggio Luigi Chiarini, “il film è un’arte, il cinema un’industria”. E, parlando di “industria”, non si può non parlare di “arte”. E, aggiungiamo noi, lo “spettatore” non è soltanto un “consumatore”, ma anche un “cittadino”…

Il Dg del Cinema Nicola Borrelli s’è mostrato piuttosto preoccupato: “il settore audiovisivo nel suo complesso è oggi piccolo, rattrappito, rispetto alle sue potenzialità”. Efficace la battuta “il problema non è quello che c’è, ma quello che non c’è!”. Ovviamente ottimista rispetto alla legge in gestazione: la direzione giusta “sta nell’intervento deciso dal ddl Franceschini, all’esame del Senato, che cercherà di favorire il percorso di crescita degli operatori, e metterà in campo finanziamenti che passeranno da 250 a 400 milioni di euro. E questo per una maggiore internazionalizzazione e per un aumento di occupati”. Si ricordi che il ddl Franceschini sarà in votazione al Senato intorno al 20 luglio, e dovrebbe essere approvato definitivamente in autunno. Borrelli ha ricordato che “i biglietti sono fermi a 100 milioni da 20 anni, l’incasso medio dei film è in diminuzione, il budget e l’incasso medio pure, senza contare che il 50 % della popolazione non va al cinema”. A partire da questo quadro non confortante, Borrelli ha puntato il dito, ribadendo il concetto di “stallo ventennale”: “servirebbe aumentare il fatturato, laddove il nostro sistema è ristretto con concentrazioni: la situazione ottimale per rimanere fermi, non a caso la situazione di stallo dura da 20 anni”. Viviamo ancora, “unici in Europa, la dicotomia tra dimensione culturale e dimensione economica, film d’arte e commedia” e, soprattutto, “il risultato del film al botteghino non sta a cuore a buona parte della filiera”. Borrelli ha sostenuto che “l’intervento pubblico, senza un cambiamento nel settore produttivo, è inutile: bisogna puntare su crescita e maggior rapporto con pubblico nazionale e internazionale”. Il Dg Cinema si è anche domandato “perché non esistono ricerche di mercato sui gusti del pubblico?”. Ci consenta, Direttore: ma se non ci pensano le industrie private non potrebbe pensarci almeno il ministero?!

Discretamente critico anche Paolo Del Brocco, Amministratore Delegato di Rai Cinema: “Siamo in un mercato statico, e viviamo fondamentalmente in un sistema assistito, con produzioni che non si preoccupano troppo del ritorno economico di quanto investito. Va cambiata la tipologia di prodotto, bisogna fare scelte editoriali coraggiose, investire in linguaggi diversi come fa Rai Cinema”. Completamente assente Mediaset ovvero Medusa, che pure svolge un ruolo evidentemente non indifferente nell’economia complessiva dell’audiovisivo italiano. Curiosa, anche questa assenza.

Alcune spigolature: Mario Mazzetti (Anec, l’associazione degli esercenti cinematografici), “il saldo tra apertura e chiusura delle sale resiste”; Eleonora Andreatta, a capo di Rai Fiction (che ha rivendicato che il 63 % della produzione italiana di fiction è marchiata Viale Mazzini), “la produzione cinema e tv è sempre più vicina, si veda ‘La mafia uccide solo d’estate’ di Pif, che a ottobre arriverà sul piccolo schermo in forma di fiction”; Cosetta Lagani, Direttrice di Sky 3D (che ha speso dati interessanti su operazioni innovative come “Musei Vaticani 3D”): “L’arte per la prima volta arriva al cinema con la tecnologia: ultra HD e 3D”; Maria Giuseppina Troccoli (Mibact): “è necessario valorizzare l’internazionalizzazione, dal 2017 l’Italia entrerà nel fondo Ibermedia”; Rosario Di Girolamo (Responsabile Ricerca e Sviluppo di Doc/it) si è concentrato sulle potenzialità internazionali del genere documentario. Ha chiuso i lavori Antonio Urrata, Direttore Generale dell’Ente dello Spettacolo, da Don Davide Milani, che li aveva aperti. L’edizione 2015 del rapporto sarà presto disponibile sul sito web “Cineconomy”, curato giustappunto dalla Feds.

Da segnalare che nessun “segno” ovvero segnale è pervenuto dal Ministro, in relazione ai dati presentati mercoledì e giovedì. Nemmeno un commento telegrafico. Anche questo è piuttosto inconsueto, anzi bizzarro.

Conclusivamente, confermiamo le parole di Giovanni Lindo Ferretti: “io sto bene… io sto male…”. E continua il menestrello: “io non so cosa fare, non ho arte, non ho parte, non ho niente da insegnare…”.

Non lo sa nessuno qual è realmente lo “stato di salute” del cinema e dell’audiovisivo italiani. La sintomatologia è confusa, la diagnosi incerta, e quindi che… terapia semmai adottare non è dato sapere! Intanto, prosegue l’iter del ddl Franceschini-Giacomelli, ed in autunno l’Italia avrà una nuova legge. Scritta sulla sabbia?!

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