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Il Governo Draghi staccherà la spina al CdA Rai? E ‘ItsArt’ parte a “fine febbraio, forse marzo”?

La settimana che si chiude oggi venerdì 5 febbraio stimola alcune osservazioni, tra il “culturologico” ed il “mediologico”, anche se naturalmente l’attenzione intellettuale e civile non può che essere posta anzitutto nei confronti dell’esito delle consultazioni partitiche che porteranno verosimilmente alla costituzione di un “Governo Draghi”.

Sicuramente, se questo esecutivo si formerà, avremo a che fare con un governo rigorista, non granché propenso alla “spesa pubblica” (questo è il background culturale di Mario Draghi, più “liberale” che “socialista”, volendo utilizzare queste categorie con l’accetta): quasi un paradosso, perché nelle prossime settimane e mesi si dovrà mettere mano alla “manna” del Recovery Fund… Una linea rigorista non risulterà certamente invisa all’Unione Europea, e questo è il lato positivo della prospettiva. Ma questa stessa linea potrebbe penalizzare le logiche di intervento à la Keynes. Riteniamo che Draghi abbia infatti una visione assai positiva delle capacità del mercato di risolvere le proprie criticità “da solo”, e non sia un grande fautore della “mano pubblica”. Ed è nota la sua posizione storica favorevole alla privatizzazione delle imprese di Stato…

Il rischio di una privatizzazione della Rai?

In questa prospettiva, c’è già chi, a Viale Mazzini, teorizza il rischio di una privatizzazione della Rai, riprendendo il fallito tentativo avviato da Maurizio Gasparri e da Forza Italia (Berlusconi ha annunciato convinto sostegno al candidato Premier)… 

Quel che è sicuro che è un Draghi premier non potrebbe tollerare la attuale deriva della tv di Stato, una emittente radiotelevisiva che continua ad avere difficoltà a definire (trovare) un proprio preciso profilo identitario, combattuta com’è tra… Stato e mercato (vedi supra, e sia consentita l’autocitazione del saggio scritto da chi cura questa rubrica assieme a Francesca Medolago Albani, “Con lo Stato e con il mercato? Verso nuovi modelli di televisione pubblica nel mondo”, Mondadori, 2000; son trascorsi vent’anni dalla pubblicazione, ma paradossalmente quello studio permane ancora attuale, almeno per l’Italia!).

E, in questa prospettiva, anche se Antonio Ricci nega, crediamo che la insistente anzi martellante compagna “critica” (se vogliamo essere asettici) ovvero “denigratoria” (se vogliamo prendere le parti di Viale Mazzini) condotta da “Striscia la notizia” su Canale 5 nei confronti degli sprechi della tv pubblica sia veramente sintomatica di qualcosa che è “dietro le quinte”. La rubrica “Rai Scoglio24” (altrimenti classificata come “Sprechi Rai”) ha assunto una periodicità quasi quotidiana, e va peraltro dato atto all’“inviato speciale” Pinuccio (nome d’arte di Alessio Giannone) di riuscire talvolta a raggiungere picchi di eccellente ilarità (come ieri sera con il servizio dedicato a Vincenzo Spadafora, Ministro uscente per lo Sport e le Politiche Giovanili, ma ritenuto da “Striscia” un “dominus” occulto delle dinamiche lottizzatorie “in quota M5S” della Rai).

Così come appare incomprensibile la totale assenza di feedback da parte dell’Amministratore Delegato Fabrizio Salini, che viene continuamente sbeffeggiato da Canale 5, andando senza dubbio a ledere la sua stessa dignità professionale, oltre che umana. Nemmeno Rocco Casalino è stato oggetto di così intensi sbeffeggiamenti. Anche la a-reattività dell’Ufficio Legale della Rai appare incomprensibile.

Governo tecnico: selezione meritocratica vs capitale relazionale?!

Se il Governo Draghi sarà formato esclusivamente da tecnici (a-partitici), la partita, per il sistema culturale e mediale italiano, diviene veramente aleatoria, perché potrebbero arrivare personaggi sganciati dalle logiche conservative e vischiose della politica (vecchia e “nuova”), e potrebbero addirittura decidere di scardinare un sistema di intervento pubblico (leggi: “sovvenzioni”) certamente non basato sulla qualità progettuale e la selezione meritocratica, bensì sul capitale relazionale (leggi: “segnalazioni, raccomandazioni, sensibilizzazioni…”). 

Sarebbe una rivoluzione, per l’Italia, e molti storici “poteri forti” dovrebbero tremare: basti pensare alle fondazioni lirico-sinfoniche o al trust dei produttori televisivi… Questi ultimi, oggi, con una lunga intervista del Presidente dell’associazione Apa, Giancarlo Leone, hanno lamentato su “la Repubblica” la riduzione del budget Rai, da 189 milioni dell’anno 2020 ai 160 milioni del 2021, e hanno segnalato quanto sia veramente modesto il budget assegnato alla neonata Direzione Documentari, che avrebbe soltanto 3,5 milioni di euro… Una delle tante “contraddizioni interne” della Rai, anzi del sistema mediale italiano.

Anzaldi (Italia Viva): prima di lamentarsi, i produttori televisivi e la Rai facciano trasparenza

Il sempre iperattivo Michele Anzaldi (uomo-chiave di Italia Viva, Segretario in Vigilanza) ha dichiarato a chiare lettere che, “se sarà Governo Draghi, subito cambio di governance in Rai”. 

E, rispetto alle proteste dei produttori, ha manifestato una reazione ben polemica: “Invece di protestare in maniera vaga e chiedere semplicemente più soldi, l’Associazione dei produttori televisivi farebbe bene a spiegare perché il servizio pubblico dovrebbe investire di più. Questi investimenti sulle fiction quanto rendono alla Rai? Sono davvero produzioni da servizio pubblico? Oppure si tratta solo di soldi a pioggia distribuiti per tenere insieme una filiera che altrimenti non avrebbe mercato? Sarebbe bene che dall’Apa e dalla stessa Rai arrivassero risposte”. 

E rincara la dose “credo che sarebbe giusto dare dei numeri (intende “conoscere i numeri”, n.d.r.). Se la Rai investe tot milioni su Montalbano, faccio un esempio, sa che quella produzione gli darà poi una resa grazie alla commercializzazione all’estero, grazie alle repliche, grazie agli introiti pubblicitari garantiti. Questo discorso vale per tutte le fiction pagate dalla Rai? Se ci sono fiction che non rendono ma rientrano nei compiti previsti dal Contratto di Servizio, e quindi meritano di essere finanziate con i soldi del canone, è giusto che lo si dica”. Il deputato di Italia Viva – il più pugnace (ed ipercritico) parlamentare italiano rispetto alla Rai – tocca tematiche delicate e scivolose, finanche scabrose: “su questo settore c’è molta opacità, non si capisce bene in base a quali criteri si finanzino certe società produzione e altre no, spesso ci troviamo di fronte a casi conclamati di conflitti di interessi, con ex dirigenti Rai che passano dall’altra parte e diventano produttori pagati quasi esclusivamente proprio dalla Rai. Se non c’è chiarezza, credo che sia giusto iniziare a tagliare, invece di chiedere altri soldi allo Stato e ai contribuenti”. Questa posizione (al di là della sacrosanta richiesta di trasparenza nell’amministrazione della “res publica” nell’economia culturale e mediale italiana) è in linea con una strategia di medio-lungo periodo di ridimensionamento del ruolo della Rai, che potrebbe aprire la strada alla privatizzazione…

Un governo “ibrido”: tecnici più politici? Un tecnico all’economia e Franceschini resta alla cultura?

Secondo alcune previsioni, potrebbe essere invece formato un governo “ibrido”: Draghi terrebbe “per sé”, ovvero affiderebbe a tecnici di sua personalissima fiducia, alcuni ministeri-chiave, a partire dall’economia, e potrebbe lasciare ai “politici” alcuni ministeri minori. In questa economia, Dario Franceschini potrebbe restare in sella al Mibact, e questa scelta rappresenterebbe senza dubbio una linea di continuità.

Le questioni in agenda sono veramente tante: dalla querelle Vivendi Mediaset (che ha ricadute importanti nella geopolitica internazionale dei media ed è di oggi la notizia che martedì scorso 2 gennaio Vivendi ha ri-contestato Agcom di fronte al Tar) al rilancio di Cinecittà (nessuno, a parte “Key4biz”, ha segnalato i 300 milioni di euro previsti nel “Recovery”, per un fumoso piano di rilancio di Istituto Luce Cinecittà assieme a Cdp), dalla riforma della governance della Rai (ieri la ex Ministra Valeria Fedeli ha ribadito la volontà del Partito Democratico – di cui è capogruppo in Vigilanza – di procedere con l’iter, ma la discussione non è ancora calendarizzata a livello parlamentare) alla infinita querelle della “rete unica”, passando per il ruolo della Società Italiana Autori Editori (Siae) nel mutato scenario digitale…

L’incertezza regna sovrana.

Nel mentre, va in onda l’ennesima sceneggiata mediale, ovvero la previsione di una edizione “senza pubblico” del Festival di Sanremo (vedi “Key4biz” del 29 gennaio 2021, “Il ‘caso Sanremo’ sintomatico della crisi di governo”), che conferma le contraddizioni di un Governo che ha mal gestito sia la pandemia sia la infodemia: tutta questa grancassa (lenzuolate di giornali), allorquando nessuno ha obiettato alcunché rispetto a “X Factor” o “Italia’s Got Talent”, che hanno pubblico in studio…

ItsArt” alias “Italy is Art” vedrà la luce a “fine febbraio, forse marzo”?

Tra le “novità” dei giorni scorsi, l’annuncio che la tanto decantata (da alcuni) e contestata (da altri) piattaforma per la promozione della cultura italiana – la controversa “ItsArt” alias “Italy is Art” vedrà la luce a “fine febbraio, forse marzo”: così ha dichiarato Giorgio Tacchia, Presidente e Ceo di Chili in un’intervista ieri a “Quotidiano Nazionale” (“Qn” alias “il Giorno”, “il Resto del Carlino” e “La Nazione”). Il boss di uno dei due partner (l’altro, al 51 % è Cassa Depositi e Prestiti, che, in materia, da settimane tace) sostiene che l’iniziativa non dovrebbe essere chiamata la “Netflix della cultura”, bensì la “Disney della cultura”. Obiettivi ambiziosi, a fronte di budget modestissimi… 

Il “caso Tik Tok”, ennesima contraddizione interna o malcelata ipocrisia


E che dire, infine, della ennesima “contraddizione interna” o “malcelata ipocrisia” delle istituzioni italiane che intervengo (rectius: che dovrebbero intervenire!), a “regolare” l’accesso dei minori al mare magnum di internet, soltanto a seguito del drammatico caso della ragazzina che è arrivata a suicidarsi per una assurda gara veicolata dal “social network” Tik Tok?! 

Come nel caso di altre problematiche gravi quali la violenza sulle donne o il bullismo adolescenziale, lo Stato italico si sveglia improvvisamente dalla sua biblica sonnolenza, mostra un conato di reazione, annuncia interventi epocali che dopo poche settimane dall’evento drammatico (evidenziato dalla contingente agenda dei media) finiscono nel dimenticatoio…

Non vogliamo scomodare Paul Virilio ed i suoi studi sullo sviluppo della tecnologia in relazione alla velocità ed al potere: semplicemente, la capacità e la tempestività dell’intervento della Politica, in Italia, si rivelano da molti anni limitato, inadeguato, tardiva, rispetto all’evoluzione dei fenomeni tecnologici e sociali.

Come recita un detto popolare, “è inutile chiudere la porta della stalla quando le vacche son scappate”. In questo contesto, temiamo si collochi l’intervento dell’Autorità Garante della Privacy (attendiamo di vedere concretamente messe in atto le nuove regole per l’accesso dei minori ai “social”; si veda anche il “talk online” promosso il 27 gennaio da “Key4biz”, intitolato “TikTok, Facebook e Instagram. Il futuro dei social e la tutela dei minori”), ed osserviamo che Tik Tok ieri ha acquistato una pagina intera del “Corriere della Sera”, per sostenere che ci tiene tanto – ma proprio tanto – al benessere di bambini, ragazzini, adolescenti… E perché non viene finalmente affrontato di petto un altro sconvolgente problema, qual è il libero accesso alla pornografia (anche quella più “hard”) in rete da parte dei minori?!

Come svegliare lo Stato dormiente?!

Di Tik Tok e dintorni, si è parlato ieri, in occasione di un convegno promosso dal Comitato di Applicazione Codice di Autoregolamentazione Media e Minori (ed anche su questo organismo – e sulla “autoregolamentazione” stessa – andrebbe sviluppata una riflessione critica), intitolato “Guardare oltre il Media System: innovazione, diritti e tutela dei minori”. Iniziativa interessante, ma che temiamo non abbia purtroppo aggiunto granché di nuovo, e non abbia contribuito al risveglio dello Stato dormiente.

L’intervento più fuori dal coro è stato quello del professor Mario Morcellini, Direttore dell’Alta Scuola di Comunicazione e Media Digitali – Università Unitelma Sapienza (ex Commissario Agcom), che ha denunciato un sistema informativo e mediale alterato, inquinato anzi “insufflato dalla crisi della mediazione”, un sistema che si caratterizza per una “coriandolizzazione” complessiva rispetto alla quale le istituzioni (la scuola, in primis, ma anche la tv pubblica e la stessa università, come “agenzie educative”) reagiscono poco e male, senza indicare “valori”. Non granché consolante l’intervento di Giuseppe Abbamonte, Direttore Politica dei Media Dg Connect della Commissione Europea, che ha segnalato come sia arduo cercare di trovare una strumentazione tecnologico-normativa efficace per garantire l’età degli utenti dei “social media”. Va segnalato: in verità, anche l’Unione Europea appare in ritardo, nell’affrontare le conseguenze culturali-socio-economiche dello sconvolgimento determinato dal nuovo paradigma digitale…

Che un “Governo dei tecnici” sappia affrontare meglio le tante emergenze del sistema culturale e mediale italiano? 

Un bel segnale di inversione di rotta sarebbe un imminente Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che autorizzi finalmente la riapertura di cinematografi e teatri (ovviamente nel pieno rispetto di adeguati protocolli di prevenzione sanitaria): una simile decisione rappresenterebbe un segnale piccolo ma importante nella sua simbolicità, per ridare ossigeno ad un sistema culturale asfissiato, da un anno ormai, un maldestro (deficitario, autoritario, isterico) governo della pandemia.

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