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Filtro under 13 di Instagram, Zuckerberg in tribunale: “Non ha funzionato, potevamo fare di più”

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Il CEO di Meta ha testimoniato per la prima volta nell’aula del tribunale di Los Angeles nel procedimento che coinvolge oltre 1.600 querelanti e che mira a dimostrare come i social network siano stati progettati con meccanismi capaci di generare dipendenza, con effetti sulla salute mentale dei più giovani.

Per la prima volta Mark Zuckerberg è comparso davanti a dei giudici in un processo civile che punta a ridefinire la responsabilità delle piattaforme social nella tutela dei minori. Nell’aula del tribunale di Los Angeles il CEO di Meta ha testimoniato nel procedimento che coinvolge oltre 1.600 querelanti e che mira a dimostrare come i social network siano stati progettati con meccanismi capaci di generare dipendenza, con effetti sulla salute mentale dei più giovani.

Il filtro under 13 Instagram non ha funzionato

Zuckerberg si è scusato per il malfunzionamento del filtro di Instagram che avrebbe dovuto individuare e bloccare l’accesso ai minori di 13 anni. Invitato a commentare le critiche, arrivate anche dall’interno di Meta, secondo cui non si starebbe facendo abbastanza per impedire ai più piccoli di usare la piattaforma, il fondatore di Meta ha spiegato che sono stati introdotti miglioramenti, ma ha ammesso: “Avrei voluto che ci fossimo riusciti prima”.

Nonostante le numerose audizioni al Congresso americano, è la prima volta che il fondatore di Facebook testimonia in un’aula di tribunale davanti a una giuria su temi legati alla sicurezza delle sue piattaforme – Facebook, Instagram e WhatsApp – utilizzate da miliardi di persone nel mondo.

TikTok e Snapchat hanno scelto di patteggiare. Google, per YouTube, e Meta, per Instagram e Facebook, dovranno invece dimostrare di non aver consapevolmente spinto i più giovani verso un uso incontrollato delle piattaforme. Nei giorni scorsi ha testimoniato anche Adam Mosseri, a capo di Instagram, che ha respinto il concetto di “dipendenza” parlando piuttosto di “uso problematico”.

Il caso i K.G.M.

Il caso simbolo è quello di K.G.M., oggi diciannovenne. Si è iscritta a YouTube a otto anni, a nove ha aperto un account su Instagram, a dieci ha iniziato a usare Musical.ly – poi diventata TikTok – e a undici è entrata su Snapchat. L’adolescenza, secondo quanto emerso in aula, è stata segnata da ansia, depressione e problemi di accettazione del proprio corpo. Con la sua storia, definita dai legali una forma di “tossicodipendenza” digitale, si è aperto il processo lo scorso 27 gennaio. I dodici giurati dovranno stabilire se Google e Meta siano in parte responsabili dei danni denunciati.

Per l’accusa i social sono dannosi e creano dipendenza come alcol e tabacco

La strategia dell’accusa richiama quella adottata negli anni ’90 contro l’industria del tabacco, accusata di aver nascosto gli effetti nocivi e la capacità di generare dipendenza del fumo. Allora quattro colossi – Philip Morris, R.J. Reynolds, Brown & Williamson e Lorillard – affrontarono l’azione di 46 Stati americani, chiusa nel 1998 con un accordo da 206 miliardi di dollari e con forti restrizioni sul marketing delle sigarette. “Questo è il punto di partenza della nostra lotta contro i social media, dove la società stabilirà nuove aspettative e standard su come le aziende di social media possono trattare i nostri figli”, ha dichiarato Joseph VanZandt, tra i principali avvocati dell’accusa.

Il processo di Los Angeles è considerato apripista per migliaia di cause simili negli Stati Uniti. Poiché la legge americana garantisce alle piattaforme un’immunità quasi totale rispetto ai contenuti generati dagli utenti, l’attenzione si concentra sulla progettazione delle app e sulle scelte di design. L’esito potrebbe incidere in modo significativo sul futuro regolatorio delle Big Tech e sul perimetro della loro responsabilità nei confronti degli utenti più vulnerabili.

Zuckerberg contro il CdA di Meta: “Non mi vogliono? Eleggo un nuovo consiglio”

Nel corso dell’interrogatorio, incalzato dagli avvocati, ha difeso anche la propria posizione di controllo all’interno dell’azienda. “Se il consiglio di amministrazione vuole licenziarmi potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”, ha risposto a chi gli chiedeva conto di alcune dichiarazioni rilasciate in un podcast, dove aveva affermato di non temere un licenziamento grazie ai suoi poteri di voto.

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