Key4biz

Fake news e poca privacy, ecco perché si abbandonano i social (tranne TikTok)

Se i social media sembrano vincere sempre, è anche perché sono un perfetto laboratorio per tutti – aziende, sviluppatori, utenti – dove mettere alla prova le ultime innovazioni digitali. Negli anni in cui, a causa dell’improvvisa necessità della telepresenza, perfino chi aveva una vecchia ADSL ha dovuto arrendersi alle superiori prestazioni della fibra ottica (magari cercando su comparatori come SOSTariffe.it l’offerta più conveniente), e chi dava poca importanza ai gigabyte inclusi nel proprio abbonamento per smartphone ha cominciato a compulsare le offerte di telefonia mobile low-cost più generose, i social (e la messaggistica) erano già avanti, perché il live streaming era già realtà da tempo.

Dirette Instagram e TikTok, streaming su Twitch e YouTube, videochiamate su WhatsApp o Telegram facevano già parte del vocabolario di moltissimi quando ancora nessuno sapeva cosa potesse celarsi dietro l’acronimo “DAD”. La pandemia ha significato senza dubbio una fortissima e imprevista accelerazione, ma non era certo una novità il fenomeno del progressivo superamento della presenza fisica via Internet (non a caso le aziende già abituate al telelavoro sono tra quelle che hanno retto meglio all’impatto del coronavirus sulla produttività dei propri dipendenti). E a giudicare dalla crescita dei download relativi ad applicazioni per creare avatar virtuali, insieme alla ben nota virata di Facebook verso il metaverso, si può già avere un’idea ben chiara sulle caratteristiche della prossima rivoluzione. Ma, malgrado tutto, non è vero che i social cadono sempre in piedi: o meglio, non tutti.

Social: sul trono adesso c’è TikTok, ma arriva Bigo Live

Anche senza ricapitolare i numerosi guai di Zuckerberg negli ultimi anni, certamente non estranei alla scelta di cambiare nome alla sua azienda, al di là degli entusiasmi per gli universi virtuali, basta guardare le classifiche dei download nell’ultimo rapporto State of Mobile 2022 di App Annie per capire come cambiano le gerarchie. In testa, nelle medie mondiali, ora c’è TikTok, seguito da Instagram e da Facebook; poi tocca a WhatsApp e a Telegram, che pur non avvicinandosi ancora a scalzare il rivale è una scelta sempre più popolare nel campo della messaggistica. Seguono Snapchat, Facebook Messenger e Twitter.

Tra i Paesi europei, l’Italia è quella che ha TikTok nella posizione più bassa nella graduatoria dei più scaricati, solo al quarto posto dopo IO, WhatsApp e Telegram (TikTok è invece primo in Germania, in Russia, in Turchia, al secondo posto in Gran Bretagna, in Spagna e in Francia), ma questi dati non devono ingannare: il social cinese è saldamente al primo posto anche da noi (come in tutto il resto del continente, a parte la Russia dove Vk continua a essere in cima) per quanto riguarda la spesa degli utenti, in assoluto il parametro più ambito per i social network. In genere, il dominio di TikTok è incontrastato con l’unica eccezione dei social “nazionali” a carattere fortemente locale, come Line in Giappone, KakaoTalk in Corea del Sud, Tango Live in India e così via. Un altro fenomeno di assoluto interesse è l’ascesa di Bigo Live, social network interamente in streaming che, dopo aver conquistato Medio Oriente e Sudamerica, ora si sta diffondendo sempre di più anche negli Stati Uniti: una delle chiavi può essere l’attenzione specifica, rispetto alla concorrenza, alla possibilità di incontrare e conoscere nuove persone in diretta in uno scambio più “alla pari” rispetto alle dirette delle superstar degli altri social seguiti da milioni di persone contemporaneamente. E poi, ovviamente, ci sono i filtri, l’elemento cosmetico in apparenza più inoffensivo ma in realtà più di tutti capace di far registrare incassi da record.

Là dove osano i cospirazionisti

Ma se TikTok sale – tanto che, secondo il rapporto pubblicato mercoledì 26 gennaio da Brand Finance, è il marchio in più rapida crescita al mondo, con una crescita addirittura del +215% (da 19 miliardi a 59 miliardi di dollari) – chi scende? Snapchat di certo non è più “cool” come un tempo, Twitter continua ad attirare una tipologia specifica di utenti, Pinterest e Tumblr sembrano sempre di più dei residui di un’altra era digitale a parte qualche irriducibile fedelissimo: ma anche chi apparentemente “tiene” (in primo luogo Facebook, che è talmente grande che ci vorrà un po’ per invertire eventualmente la tendenza: il too big to fail applicato ai social media, insomma) non deve abbassare la guardia.

In Italia, secondo il recente rapporto Deloitte Digital Consumer Trends Survey 2021, il 22% degli intervistati ha smesso di utilizzare almeno una piattaforma social, temporaneamente o permanentemente: e i motivi sono tutt’altro che banali. Il 35% l’ha fatto perché annoiato dai contenuti, e questo è uno dei fronti – l’engagement, che fa non solo arrivare, ma anche rimanere – su cui le aziende si battono con maggior impeto, cercando di superarsi a vicenda con nuovi fenomeni in grado di trattenere per più di qualche secondo l’attenzione degli utenti, soprattutto giovani e giovanissimi. Ma il 25% invece ha motivato la sua scelta con la presenza di troppe fake news, una situazione già grave ma che con la pandemia si è sicuramente esacerbata, a causa dei complottismi e delle teorie cospirazioniste che sono proliferate diffondendosi quasi più velocemente della variante Omicron: a dare retta ai social come fonte di notizie sono soprattutto i giovani e le donne, e non stupisce che il 18% di coloro che utilizzano i social come fonte principale di notizie consideri la mascherina come un oggetto che fa male invece di proteggere, una percentuale che si dimezza per chi invece si affida soprattutto alla televisione.

Tra privacy e clima tossico

Al terzo posto per le cause di abbandono ci sono le preoccupazioni per la privacy, un qualcosa che invece, come si è visto negli anni scorsi, era stato forse sottovalutato dalle aziende, ora impegnate in un rapido dietrofront (si pensi ad Apple che ora chiede a ogni apertura di una nuova app se si accetta di essere tracciati oppure no). Ma c’è anche un aspetto psicologico che merita una riflessione, e che mostra come sia spesso il nostro lato peggiore quello che mostriamo agli altri da dietro uno schermo: per il 18%, i post e i commenti del social network abbandonato erano “troppo negativi”, mentre per il 15% questi contenuti non li “facevano sentire bene” con sé stessi. E allora, meglio un balletto o un lip-synch su TikTok, che non giudicano o scaricano odio su nessuno; per ora, almeno.

Exit mobile version