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Facebook, ecco come nasce la disinformazione online: ricerca internazionale di un team italiano

Questo periodo storico, ricco di bufale sul web, scritte così bene e ad arte da essere condivise da milioni di utenti e a tal punto da convincere l’Oxford Dictionary a decretare Post Truth la parola del 2016, ha spinto un team di ricercatori*, sette su otto sono italiani, a studiare come nasce la disinformazione online. La ricerca, pubblicata su PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences, è frutto di un’analisi quantitativa approfondita su post pubblicati su Facebook in merito a notizie scientifiche e teorie del complotto.

I ricercatori hanno osservato che i social network hanno sì reso i contatti con gli amici più frequenti, ma hanno creato anche una disintermediazione tra siti d’informazione e lettori, tra società e consumatori, e in questo vuoto si è inserita facilmente dalla disinformazione online, perché sempre più notizie vengono pubblicate, ma non verificate.

Come nasce la disinformazione online?

L’esposizione selettiva dei contenuti e degli amici è il driver principale della disinformazione online. Gli utenti, hanno notato i ricercatori analizzando una mole di dati, tendono a leggere e condividere post e notizie che vadano a confermare le proprie idee e supposizioni e rifiutano, invece, di leggere fonti alternative. Questo comportamento avviene a “cascata”, ossia se lo fa un nostro caro amico di conseguenza siamo portati a farlo anche noi se “la pensiamo allo stesso modo”. Tutto ciò genera la nascita di “gruppi omogenei” portatori sul web di un’eco distorta. La ricerca ha analizzato la veridicità di notizie scientifiche e di post che parlano di cospirazioni, ma, allargando la riflessione, questa “eco” si genera anche per i fatti legati alla politica, per esempio. Basti ricordare che in Italia, durante la campagna per il referendum costituzionale, la “notizia” di politica più condivisa (233mila volte) su Facebook è stata una bufala: “Le schede elettorali già segnate con il Sì”.

Come è stata condotta la ricerca?

 

I dati sono stati raccolti attraverso Facebook Graph Search, un’applicazione che consente di monitorare il ‘grafo’, l’esperienza degli utenti sul social network, rispettando la privacy. I post sotto la lente d’ingrandimento sono stati classificati in tre categorie:

Dai risultati è emerso che le bufale su temi di scienza e sulle teorie dei complotti in Rete hanno un buzz (una notevole diffusione e interazione) di circa di due ore, poi vanno scemando.

Conclusioni: nuovi algoritmi non bastano contro le fake news

 

Dai risultati della ricerca è emerso che gli utenti su Facebook sono soliti condividere post che rappresentino una conferma di un loro pregiudizio, allontanando invece “altre verità” o altre fonti. Le persone non seguono i fatti ma le narrazioni, cercando conferme all’interno di microambienti omogenei per informazione, le cosiddette “echo-chambers”. In questo modo si creano delle polarizzazioni, dei “virus” portatori di notizie false o non complete, quindi distorte, strumentalizzate. Nasce così la disinformazione online. E secondo i ricercatori, che hanno condotto lo studio, i nuovi algoritmi pensati da Google (sta studiando l’indicizzazione dei risultati delle ricerche in base all’affidabilità della fonte) e Facebook (non cancellare, ma penalizzare nel NewsFeed le bufale segnalate dagli utenti) non sono la soluzione definitiva.

I nomi dei ricercatori*

  1. Michela Del Vicario
  2. Alessandro Bessi
  3. Fabiana Zollo
  4. Fabio Petroni
  5. Antonio Scala
  6. Guido Caldarelli
  7. H. Eugene Stanley
  8. Walter Quattrociocchi
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