digitalizzazione

Digilawyer. L’Italia non è un paese per la data protection

Perchè la data protection è ancora considerata un prodotto, un costo da sostenere, e non un’opportunità per mettere ordine nei processi aziendali e soprattutto nel nostro paese?

di Gianluca Pomante, Avvocato Cassazionista – esperto d’informatica e comunicazione |

La rubrica DigiLawyer, ovvero riflessioni sul “diritto e il rovescio” di Internet fra nuove potenzialità e storture della rete, a cura di Gianluca Pomante, Avvocato Cassazionista esperto di informatica e comunicazione. Per consultare gli articoli precedenti clicca qui.

Siamo l’esercito dei selfie, recita una piacevole canzone del 2017, ed assieme all’Occidentali’s Karma dell’ultimo Festival di Sanremo descrive un paese in cui la leggerezza dell’essere è in netta contrapposizione con le esigenze di rigorosità e responsabilità richieste dalla disciplina della protezione dei dati come da decine di altre norme cogenti.

 

Siamo un paese di irresponsabili e di contraddizioni – e sarebbe ormai ora di prenderne atto – che, da un lato, insegue modelli di vita che non gli appartengono dimenticando i propri e, dall’altro, fatica ad assumere impegni e a rispettare quelle regole che pur si è dato, autonomamente o sotto l’impulso del legislatore comunitario.

 

Non a caso siamo il paese con più leggi vigenti ma anche quello in cui vengono meno rispettate e, nonostante l’Italia sia tra gli Stati membri più sanzionati dall’Unione Europea, i nostri politici, degna espressione del popolo che rappresentano, continuano a violare puntualmente l’ordinamento comunitario.

 

Le ultime modifiche apportate al codice dell’amministrazione digitale e al codice della riservatezza dimostrano il netto rifiuto di allinearsi ad un’Europa sempre più avviata verso l’uso responsabile delle nuove tecnologie, ritenute da tempo un importante volano per l’economia, e verso un ormai non più rinviabile processo di semplificazione della vita quotidiana di cittadini ed aziende.

 

I contributi a pioggia per la digitalizzazione ad imprese neo costituite, che hanno prodotto e produrranno il nulla ma con enfasi, la diffusione della fibra ottica di cui si parla da trent’anni mentre si continua ad installare ed utilizzare il cavo di rame, gli evangelisti tecnologici sconosciuti alla comunità digitale che percepiscono compensi imbarazzanti, dimostrano quanto sia ancora lontana la reale percezione del problema e quanto sia fuorviante gran parte dell’informazione di settore.

 

Il triplice processo telematico (civile, amministrativo e tributario) denota una cronica incapacità di pensare con semplicità e per obiettivi. Un modello paleolitico di gestione della Pubblica Amministrazione è stato semplicemente proiettato nel digitale al solo scopo di favorire alcune lobby, senza rimodellare quei processi che potrebbero rilanciare il sistema giustizia e renderlo efficiente. Udienze e adempimenti inutili, che potrebbero essere semplicemente eliminati grazie all’informatica, continuano a spiegare i loro effetti deleteri ingolfando ogni giorno cancellerie ed aule di udienza, oltre che strade e parcheggi, senza alcun risvolto pratico o di reale tutela ed anzi con soli effetti negativi per l’economia.

 

Ancora oggi, nel processo penale, gli Uffici Giudiziari possono notificare atti ai difensori tramite PEC ma non accettare i depositi, generando interminabili file in cancellerie sempre più inefficienti anche per tale motivo, ore di digitalizzazione di documenti che potrebbero invece essere ricevuti ed inseriti nei fascicoli con un semplice click. Si continuano quindi ad utilizzare mezzi quasi moderni come la posta convenzionale o il telegramma, per il deposito delle istanze fuori sede, solo perchè il Codice non prevede gli antidiluviani segnali di fumo e piccioni viaggiatori.

 

Non resta che prendere atto dell’incapacità di chi dovrebbe far funzionare le cose e, quindi, dell’impossibilità di applicare seriamente il principio di accountability nel nostro paese.

 

La data protection, del resto, è già stata reinterpretata in diversi software più o meno malfunzionanti e in diverse certificazioni più o meno realistiche, da vendere a consulenti ed imprese. Di conseguenza sarà ancora una volta considerata un prodotto, un orpello da aggiungere ai precedenti, un costo da sostenere, e non un’opportunità per mettere ordine nei processi aziendali, negli archivi, nella contrattualistica, per mettere in sicurezza non solo i dati personali ma soprattutto le informazioni riservate, per gestirli meglio ed aumentare le potenzialità del personale e dei meccanismi produttivi e di vendita.

 

Del resto, siamo l’esercito del selfie e pretendere che un dipendente non parli al bar di questioni riservate di lavoro, non spedisca documenti in chiaro con la posta elettronica e non frequenti siti porno durante le pause, scaricando malware in quantità industriali, è come parlare del sesso degli angeli.

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