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Democrazia Futura. Internet: opinione di massa ed economia del gratis

Renato Parascandolo

Più che “Una modesta proposta per l’Unione Europea”  come indicato nell’occhiello, il contributo di Renato Parascandolo “Internet: opinione di massa ed economia del gratis” si iscrive nella migliore tradizione del pamphlet di denuncia. Un invito a reagire agli “stati di rassegnazione” e al “dominio delle Big five su internet” giudicato “insuperabile […]. Sembra che i social network abbiano scoperchiato il vaso di Pandora e che i vizi di un’umanità ingenua e astiosa, superstiziosa e rancorosa si siano propagati nell’etere. Come nel mito, la Speranza sarebbe rimasta intrappolata nel vaso, per cui tutti disperano di poter porre rimedio a questa catastrofe: la “fine del dibattito pubblico” “il motore primo del ciberspazio – spiega Parascandolo – è l’economia del gratis, un modello di business, fondato sulla pubblicità, che procura a Google e Facebook una capitalizzazione di diverse centinaia di miliardi di dollari e margini di profitti impensabili per ogni altra impresa nella storia del capitalismo”. Modello di business che trae origine nella “finalità economica della televisione commerciale [che] consiste nel produrre telespettatori da vendere alle concessionarie di pubblicità dopo averli contati minuto per minuto. Parafrasando Sraffa  nel “regno della gratuità” che ha “dato vita, in soli venti anni, a un ristretto oligopolio saldamente presidiato e dominato da un cartello di due aziende, Alphabet-Google e Facebook il cui valore di capitalizzazione complessivo nel 2020 supera il Pil dell’Italia nello stesso anno” osserviamo dunque una “produzione di utenti-merci a mezzo di utenti-merce”: Qui, la mercificazione assume caratteri paradossali. Infatti, il navigatore, che “posta” un contenuto autoprodotto su una delle piattaforme on-line che raccolgono video, foto, testi e messaggi, esonera queste ultime dal sobbarcarsi il costo dell’esca necessaria per catturare gli utenti-merce. Quindi, l’utente-merce produce gratuitamente contenuti che, a loro volta, produrranno altri utenti-merce […] Come per la televisione commerciale la qualità di un programma è stabilita dall’audience, così il valore di un contenuto postato su una piattaforma privata, che si finanzia con la pubblicità, sta solo nel numero di like e condivisioni che genera […] Questo spiega perché l’economia del gratis è ontologicamente indifferente alla qualità e all’attendibilità delle notizie e dei contenuti in generale. Ciò che ha valore sono i metadati che un’immagine o un testo, una chat o una ricerca hanno in pancia, soprattutto la loro movimentazione incessante: la navigazione”, Parascandolo rilancia come “alternativa al monopolio dei padroni della rete” l’idea diInternet Bene Pubblico dell’Europa. Nel nome di “Internet bene pubblico” potrebbe nascere una virtuosa cooperazione tra i media di servizio pubblico europeo (i 150 membri dell’EBU/UER) e il vasto mondo delle organizzazioni non profit presenti massicciamente su internet. Si pensi, ad esempio a un consorzio internazionale tra aziende pubbliche e società private non profit che si proponga di essere competitivo con gli attuali oligopolisti offrendo piattaforme di condivisione e servizi che garantiscano ai cittadini-utenti la tutela della riservatezza e l’accessibilità, l’attendibilità delle fonti d’informazione, il pluralismo e che abbiano come missione la crescita culturale e sociale dei cittadini-utenti”Un Consorzio – conclude Parascandolo – ispirato a un’economia del disinteresse contrapposta all’economia del gratis, i cui aderenti, riconoscendosi nella mission e nei suoi valori, potrebbero fregiarsi del marchio “Internet Bene Pubblico”: un marchio che garantisca al cittadino-utente, l’attendibilità delle fonti informative; la tutela della privacy, la promozione della coesione  e della condivisione sociale di contenuti e servizi”.

Stati di rassegnazione

È del tutto evidente quanto la nascita e lo sviluppo impetuoso dei social network, siano stati vissuti come una catastrofe da chi era, comprensibilmente, affezionato all’immagine autorevole e rassicurante di un’opinione pubblica espressione di una solida impalcatura sociale abitata, nei piani superiori, da una élite composta da scrittori, giornalisti, politici e intellettuali che, grazie alla crescente autorevolezza acquisita dalla stampa quotidiana nel XX secolo, orientavano il modo di pensare della platea dei lettori.

L’ingresso tumultuoso nel discorso pubblico di una moltitudine ingenua, scomposta nello stile e nel modo di argomentare ha suscitato grande scoramento soprattutto tra i cultori degli studi su Internet; una reazione comprensibile – ma non giustificabile – visto che siamo di fronte a un fenomeno inaudito come l’irruzione nella sfera pubblica di miliardi di cittadini che fino a ieri, e da sempre, erano stati soggetti passivi di una comunicazione sociale a senso unico: da uno a molti, dall’alto verso basso, dal centro alla periferia.

Leggendo i titoli dei libri su Internet più venduti negli ultimi dieci anni lo scenario che si presenta è apocalittico. La rete è il nemico, il sesto potere, un abisso che ci rende stupidi e ingenui, uno sciame digitale che provoca ossessioni collettive e demenza; con armi di distruzione matematica Internet sta uccidendo la democrazia, e i social media sarebbero una causa non trascurabile del trionfo della mediocrazia. (1)

Il dominio delle Big five su internet appare insuperabile, tant’è che non resterebbe altro da fare – come suggerisce Jaron Lanier, un artefice della rete – che disconnettersi e cancellare le tracce(2). Questo cupo pessimismo è alimentato dalla percezione che lo spazio di comunicazione da molti a molti creato dai social network stia provocando un inarrestabile imbarbarimento del dibattito pubblico. Sembra che i social network abbiano scoperchiato il vaso di Pandora e che i vizi di un’umanità ingenua e astiosa, superstiziosa e rancorosa si siano propagati nell’etere. Come nel mito, la Speranza sarebbe rimasta intrappolata nel vaso, per cui tutti disperano di poter porre rimedio a questa catastrofe: la “fine del dibattito pubblico” (3), una capitolazione proclamata nel 2016 da Mark Thompson, ex Direttore generale della BBC.

Piuttosto che disquisire sulla natura dei “barbari” proviamo a inoltrarci nei sentieri del più grande spazio pubblico che l’umanità abbia mai concepito per indagare sui meccanismi responsabili della pervasività del chiacchiericcio insulso e degli altri effetti indesiderati prodotti dalle piattaforme di conversazione.

Chiediamoci innanzitutto: chi poteva ipotizzare, solo trent’anni fa, che l’intersoggettività –concetto chiave  del pensiero di Husserl,  Apel e Habermas – avrebbe abbandonato così repentinamente il cielo della filosofia e le sale delle biblioteche per incarnarsi nell’esperienza quotidiana di oltre quattro miliardi di persone, fino a ieri ai margini del discorso pubblico, ingaggiandole a orientarsi tra superstizione e ragione, vero e falso, tolleranza e intolleranza, critica e pregiudizio, bene e male, giusto e ingiusto?

Nel lento passaggio da una metafisica cartesiana del soggetto a una metafisica dell’intersoggettività, il Riconoscimento (Anerkennung) – la lotta per il riconoscimento, il desiderio di essere riconosciuto dall’altro – è sgattaiolato dalle pagine della Fenomenologia dello spirito di Georg Wilhelm Friedrich Hegel per materializzarsi prodigiosamente sulle piattaforme di condivisione. È un fatto che la rete, malgrado tutte le sue inevitabili distorsioni e ingenuità tipiche delle rivoluzioni agli esordi, è l’espressione di un grande rivolgimento, un crogiuolo di contraddizioni che riflettono lo spirito del tempo e con le quali bisogna misurarsi, volgendole a proprio favore piuttosto che trincerarsi dietro una coltre di sterile catastrofismo.

Anche tra i partiti che si ispirano agli ideali di uguaglianza e giustizia sociale aleggia un’aria di rassegnazione come se l’irrimediabile fosse già accaduto e un’imprevista eterogenesi dei fini abbia tramutato l’intelligenza collettiva, anarchica e creativa, auspicata da Pierre Levy negli anni Novanta, “in un sistema di sorveglianza universale che si nutre della libidine voyeuristica ed esibizionista di miliardi di schegge luminescenti e indignate” (4): un’ondata di scoramento che non risparmiò neppure Umberto Eco, che pure fu tra i primi a cogliere con entusiasmo le potenzialità dei media digitali:

Con Facebook e Twitter è la totalità del pubblico che diffonde opinioni e idee. Nel vecchio giornalismo, per quanto disgustoso potesse essere un giornale, esisteva un controllo. Ora però tutti gli abitanti del pianeta, compresi i pazzi e gli idioti hanno diritto a parlare in pubblico (5).

In realtà, dietro questo rassegnato scenario un po’ nostalgico, da colonnelli in pensione, per cui non resterebbe altro da fare – secondo Alessandro Baricco (6) – che “lasciare il telefono a casa, camminare, e affidarsi alle intelligenze del Game”, sono centinaia di milioni di comuni cittadini, molti dei quali, per la prima volta, hanno avuto accesso al discorso pubblico – una dimensione sociale di cui ignoravano l’esistenza stessa.

Sono, nella maggior parte dei casi cittadini non formati, per usare l’espressione di Norberto Bobbio, persone vittime di un’intollerabile diseguaglianza sociale che li ha privati di un’istruzione adeguata e della possibilità di maturare una razionale capacità di giudizio. Certo, non praticano la scrittura e la lettura “lineare”, la loro navigazione in rete è di superficie perché ignorano la profondità, sono esposti alla suggestione perché sprovvisti di coscienza critica, ma considerare questo rassemblement atomizzato espressione di “un fisiologico disfarsi di una civiltà nell’ignoranza, nell’oblio, nella stanchezza e nel narcotico dei consumi” (7) non è solo un’iperbole: è una sciocchezza.

Assumere un atteggiamento offensivo e infastidito verso questo ingresso sguaiato nel dibattito pubblico di questa opinione di massa (8), fino a immaginare misure legislative di “respingimento” che limiterebbero la libertà d’espressione è prima di tutto un errore politico perché avallerebbe la tesi di un conflitto tra un’aristocrazia intellettuale e “il popolo della rete”: una manna per demagoghi e populisti. A questo proposito, con la consueta lucidità Gustavo Zagrebelsky mette in guardia dai rischi che si corrono parlando di queste contrapposizioni in termini di gerarchie e scale sociali piuttosto che di dislivelli culturali e cognitivi tra cittadini.

La parola élite – ricorda Zagrebelsky- suggerisce l’idea di un ceto ristretto di ottimati, cioè di un’aristocrazia di eletti (molti sono i chiamati, pochi gli eletti): élite viene da lì e indica la parte migliore, i pochi che si distinguono dalla parte peggiore, i molti. I migliori possono legittimamente pretendere di avere più diritti, di sovrastare i molti, i peggiori. Costoro sono definiti con una parola negativa: la gente (9).

I partiti storici della sinistra italiana hanno combattuto, sin dalla nascita, il classismo intellettuale denunciato da Zagrebelsky: basti pensare al simbolo del Partito Socialista Italiano dove, in primo piano, sullo sfondo del sol dell’avvenire risaltava, insieme alla falce e al martello, anche un libro aperto, emblema del riscatto non solo materiale ma anche intellettuale e spirituale delle classi subalterne. Che dire poi dell’atteggiamento di riguardo che Palmiro Togliatti riservò agli elettori de L’Uomo qualunque, una formazione politica antesignana del populismo attuale, da cui il termine spregiativo qualunquista. A questo partito e ai suoi militanti era connaturata l’antipolitica e un anticomunismo viscerale che il loro leader, Guglielmo Giannini (attore teatrale e giornalista), alimentava offendendo pubblicamente Togliatti con appellativi all’epoca inconsueti: “stronzo, verme, farabutto, falsario”. Solitamente si ricorda questo episodio per attribuire al Migliore una particolare astuzia politica – come se mancassero altre prove! – senza rendersi conto che non tanto di un espediente tattico si trattava, ma piuttosto della consapevolezza che il partito di massa era innanzitutto una palestra di pedagogia per milioni di italiani semianalfabeti, spinti dai pregiudizi e da sommarie certezze ad abbracciare uno spirito di rivolta ingenuo, sostenuto dalla suggestione e incattivito da precarie condizioni sociali.

Il variegato e chiassoso assembramento di utenti della rete che entra a gamba tesa nel discorso pubblico inquinandolo con complotti immaginari, disinformazione, notizie false e post-verità il più delle volte diffuse in buona fede; queste persone che non sanno distinguere tra l’autorevolezza di una fonte accreditata e l’algoritmo generatore automatico di bufale; questi poveri cristi che si lasciano irretire nel “cazzeggio” delle chiacchiere a vanvera, e che si sottomettono a una servitù volontaria cedendo gratuitamente la propria identità e la riservatezza: ebbene, questi leoni da tastiera che, a seconda dei giorni, si riconoscono nei movimenti reazionari e forcaioli oppure nelle crociate moralizzatrici, che inscena processi di piazza e organizza la caccia agli untori è davvero cosi diversa dai milioni di cittadini che allora votavano l’Uomo qualunque?

Gli epigoni dei partiti di massa non sono riusciti finora a dare dignità politica all’accesso tumultuoso nel discorso pubblico di centinaia di milioni di cittadini. Si lasciano prendere dagli epifenomeni più clamorosi e politicamente scorretti trascurando le condizioni oggettive di cui sono espressione: l’analfabetismo culturale prodotto dal declino della scuola pubblica, la crescita impietosa delle diseguaglianze economiche e culturali, la solitudine di massa conseguente alla rottura della coesione sociale. S’indignano se qualcuno manovra le masse con la propaganda a buon mercato, piuttosto che chiedersi perché non siano stati in grado d’impedirlo e come porvi rimedio. Soprattutto eludono la questione di fondo: chi fomenta le turbe nevrasteniche per trarne un vantaggio economico?

In un passo dei Quaderni del carcere citato da Zagrebelsky (10), Antonio Gramsci si pone retoricamente la domanda: come si può ammettere che il voto di un grande intellettuale e politico (come per esempio Benedetto Croce) valga come quello di un membro delle classi subalterne (ad esempio un pastore analfabeta transumante nel centro della Sardegna)? E rispondeva così:

“il pastore non ha nessuna colpa, la colpa è di quelli – politici e intellettuali – che non hanno saputo raggiungere il pastore per imparare qualcosa da lui e per insegnare qualcosa a lui. Il che non si può fare se si crede che la cultura sia tutta racchiusa nelle biblioteche” (11).

  Il Global Digital Report del 2019 conta 4,3 miliardi di utenti Internet. Quanti sono in percentuale quelli che, a vario titolo, potremmo definire molestatori del discorso pubblico? Com’è possibile attribuire un ruolo di pericolosi antagonisti a una canea di mascalzoni frustrati che si raccolgono in bolle ideologiche; persone vittime di pregiudizi e suggestioni, intolleranti perché prive di senso critico, e incapaci di sostenere la logica dell’argomentazione? Puntando il dito contro questa chiassosa e intemperante minoranza si rischia di confondere il sintomo con la malattia, di considerare protagonista chi è solo vittima di profonde diseguaglianze sociali (la povertà morale e culturale è ingiusta quanto quella materiale), arrivando a proporre modifiche all’Articolo 21 della Costituzione per ridurne la presunta pericolosità.

C’è davvero da temere per la democrazia?

Mettendo da parte le centrali della disinformazione, gli odiatori da tastiera, maniaci o prezzolati, i razzisti, i diffamatori, i molestatori, i ricattatori, i pervertiti e tutti i delinquenti che commettono reati sanzionati dai codici, c’è davvero da temere per le sorti della democrazia a causa delle fake news e delle castronerie dei “nuovi barbari”? Il tramonto dell’Occidente si è dunque inverato, dopo un secolo di agonia, per le maldicenze e le invettive di no-vax, terrapiattisti, assertori dell’esistenza di scie chimiche letali e dei complotti orditi dal Governo del Nuovo Ordine Mondiale?

Si ha l’impressione che sia scoppiata una sorta di “lotta di classe nella cultura” tra gli eredi dell’opinione pubblica borghese, magistralmente descritta da Jürgen Habermas (12), e l’opinione di massa generata dalla radio e dalla televisione e cresciuta in modo esponenziale grazie ai social media.

L’opinione di massa si alimenta prevalentemente di suggestione e demagogia piuttosto che di argomentazione razionale; tuttavia, con l’affermarsi della società dei consumi, essa viene gradualmente cooptata nella sfera dell’opinione pubblica di cui rappresenterebbe la cerchia più periferica, meno influente, meno colta ma numericamente più consistente. Nasce da questa commistione lo svuotamento della immagine di un’opinione pubblica elitaria: una perdita di identità peraltro già denunciata dal giornalista-politologo americano Walter Lippmann nel 1920 prima ancora che la radio diventasse un mass media. Nel dopoguerra, lo sviluppo del marketing e delle ricerche di mercato declassa definitivamente la “nobile” locuzione opinione pubblica a “opinione della maggioranza” (13).

Gli individui-massa che hanno preso la parola nella sfera pubblica, anche quando si comportano come legioni di imbecilli, meritano di essere presi in considerazione, di essere accolti nel dibattito pubblico semplicemente perché già ne fanno parte a pieno titolo, non foss’altro perché sono cittadini e vanno a votare mentre molti di loro, prima della nascita dei social, erano del tutto indifferenti alle vicende politiche.

Fino a quando questo riguardo e quest’attenzione non si tradurranno in impegno politico, culturale ed educativo da parte delle forze democratiche, questa sfera dell’opinione di massa è destinata a crescere a dismisura; dei suoi orientamenti continueranno ad occuparsi le centrali della disinformazione e i demagoghi, ma soprattutto i giganti del web che lucrano profitti inimmaginabili grazie all’economia del gratis, un modello di business di cui parleremo in seguito.

La forma-partito delle organizzazioni di massa del Ventunesimo secolo sarà solo marginalmente “fisica”; pertanto, i partiti democratici e socialisti dovranno darsi strutture solide e adeguate a contrastare la propaganda con l’informazione, la suggestione con la ragione, l’indottrinamento con la convinzione, la ricerca del consenso con la formazione del consenso. È pensabile combattere questa battaglia per l’emancipazione di centinaia di milioni di “cittadini non educati” (Norberto Bobbio) operando esclusivamente all’interno di piattaforme e applicazioni di condivisione private che dettano le regole del gioco e perseguono finalità esclusivamente commerciali sfruttando la viralità della chiacchiera, come cercheremo di dimostrare?

 Se in cima al nuovissimo quartier generale di Google a Londra troneggiasse questo aforisma di Martin Heidegger tratto da Essere e tempo, non ci stupiremmo:

La chiacchiera non è un impedimento per la sua diffusione pubblica ma un fattore determinante. La chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere” (14).

Certo, queste grandi aziende potranno essere costrette al frazionamento e a pagare le tasse dovute, a darsi delle regole e ad assumersi responsabilità editoriali; ma tutte queste misure non potrebbero mai assicurare la neutralità e la qualità del discorso pubblico perché il funzionamento di queste piattaforme tecnologiche e degli algoritmi di Intelligenza Artificiale (AI) che le governano è stato concepito, legittimamente, per trarre profitti dalla pubblicità mercificando gli utenti e non per favorirne la crescita sociale e culturale. Nessuna impresa può funzionare dovendo perseguire due mission in contrasto tra loro: Facebook e Google potranno ingegnarsi a trovare qualche compromesso di facciata, a concedere qualche margine di trasparenza ai loro algoritmi, ma andando oltre rischierebbero il collasso poiché non è possibile perseguire, contestualmente, sfruttamento ed emancipazione, interesse particolare e interesse generale. Oltretutto, spingendole ad assumere il controllo di alcune norme che regolano il discorso pubblico si rischia di “istituzionalizzarle” come accadde un tempo con la Compagnia delle Indie, e non solo.

Economia del gratis e opinione di massa

Mentre la maggior parte degli internet studies si concentra sulla degenerazione del discorso pubblico prodotto dai social network quasi fosse una germinazione spontanea, una natura naturans spinoziana, proviamo a riflettere sulle cause strutturali che alimentano, eccitano e moltiplicano lo shitstorm (15) in tutte le sue varianti;

il motore primo del ciberspazio è l’economia del gratis, un modello di business, fondato sulla pubblicità, che procura a Google e Facebook una capitalizzazione di diverse centinaia di miliardi di dollari e margini di profitti impensabili per ogni altra impresa nella storia del capitalismo. Qual è il legame tra questo modello di business e la proliferazione della chiacchiera in tutte le sue componenti, dalla più innocue alle più aggressive? Per comprendere meglio questo meccanismo conviene fare un passo indietro nella storia.

Tra tutti i mass media, quello che ha contribuito maggiormente alla formazione e alla crescita di un’opinione di massa, un’opinionefortemente influenzata dalla suggestione, dal pregiudizio e dal principio d’autorità piuttosto che dalla capacità critica e di giudizio, è la televisione commerciale, un modello di televisione molto pervasivo grazie alla gratuità della sua offerta. A differenza della televisione a pagamento i cui ricavi provengono dagli abbonati, nella televisione commerciale, che si finanzia con la pubblicità, il commercio non avviene tra l’emittente televisiva e il telespettatore, bensì tra l’emittente e l’inserzionista, il quale acquista piccoli spazi del palinsesto il cui valore è in proporzione all’audience abituale in quel lasso di tempo.

Pertanto, la finalità economica della televisione commerciale consiste nel produrre telespettatori da vendere alle concessionarie di pubblicità dopo averli contati minuto per minuto. In questo commercio l’oggetto della contrattazione è il telespettatore e i programmi sono soltanto un mezzo per produrne il maggior numero possibile, esattamente come l’esca è, per il pescatore, il mezzo per prendere il maggior numero di pesci. Il telespettatore, dunque, prima ancora di essere l’utente è – sostanzialmente – la merce. Come la qualità di un’esca non è intrinseca alla sua natura (verme, mollica di pane ecc.) ma è determinata dalla quantità di pesci che abboccano all’amo, così la qualità di un programma della televisione commerciale è data esclusivamente dal numero di telespettatori (target) che riesce a catturare, a prescindere dal “valore” intrinseco dei suoi contenuti. Pertanto, qualità e quantità, per la televisione commerciale, sono la stessa cosa; ed è giusto che sia così da un punto di vista imprenditoriale.

Ma poiché, da un punto di vista culturale e sociale, i programmi televisivi, anche a prescindere dall’intenzionalità dell’editore, influenzano con i loro contenuti lo stile di vita, i comportamenti, le opinioni e la facoltà di giudizio di decine di milioni di cittadini, il problema della loro qualità intrinseca non può non essere preso in debita considerazione, soprattutto in un paese che è al 29° posto su 36 nella classifica Ocse sull’analfabetismo funzionale, nel quale si leggono sempre meno giornali e circa il 90 per cento della popolazione adulta s’informa e si “forma” soprattutto per mezzo della televisione, soprattutto grazie ai programmi d’intrattenimento di grande ascolto. Nei confronti di questo modello televisivo non vi è alcun preconcetto di natura ideologica. Va da sé, infatti, che se in Italia al posto di venti milioni di semianalfabeti vi fossero altrettanti laureati, la qualità dei programmi della televisione commerciale sarebbe altissima: l’esca non sarebbe più il verme ma il caviale!

Il tempo che il telespettatore-merce trascorre davanti allo schermo televisivo merita una considerazione. Poiché il suo sguardo genera valore per l’emittente, stando ai classici dell’economia quello che lui svolge è, a tutti gli effetti, lavoro, magari anche piacevole ma, comunque, non remunerato. Pertanto, smentendo le apparenze, lo spettatore non è il beneficiario di un’offerta gratuita, ma piuttosto un consumatore consumato, una persona che sta concedendo (gratis!) la sua attenzione e parte del suo tempo. Certo, non si può dire che stia subendo un furto; tuttavia sta pagando un prezzo per qualcosa che, all’apparenza, gli viene offerta gratuitamente. Com’è noto “ogni economia è economia di tempo”; giustamente, Walter Benjamin racconta che, durante la Comune di Parigi, gli operai sparavano agli orologi (16).

 Avendo le televisioni commerciali come obiettivo strategico il conseguimento del più alto indice d’ascolto, è inevitabile che la qualità e il valore dei contenuti siano penalizzati. Per esempio, se un programma richiede, per essere apprezzato, la partecipazione non soltanto emotiva ma anche intellettuale del telespettatore, e magari anche un bagaglio culturale che gli consenta di contestualizzarne il contenuto, è molto probabile che quella fascia di pubblico che è sprovvista di questa base di conoscenza cambi canale. Al contrario, insistendo su format collaudati e su programmi volti a suscitare emozioni piuttosto che riflessioni, e che più di altri ci consentono di evadere dalla vita di tutti i giorni, si evita il rischio di “discriminare” i telespettatori: l’audience è garantita; dirigenti e autori si guadagnano il plauso del direttore.

Non vi è alcuna ragione che spinga la televisione commerciale a porsi un passo avanti rispetto al telespettatore perché arricchisca le sue conoscenze o affini il suo gusto o il senso dell’ironia. La sua tendenza alla conservazione, all’iterazione, all’ovvietà, al conformismo ha un fondamento nel modello di business basato sulla mercificazione del telespettatore, che non è il telespettatore medio, bensì l’ultimo; il che vuol dire – in un paese arretrato culturalmente come l’Italia – un cittadino a bassa scolarità, ultrasessantenne che abita nei piccoli centri: una presenza che la fa da padrona nel panel delle poche migliaia di famiglie-tipo comprese nel campione dell’Auditel.

In questo panorama, il ruolo che gioca la televisione a pagamento è, per molti versi, marginale sia per la minore pervasività (non tutti possono permettersi di pagare un abbonamento), sia, soprattutto, perché il suo modello di business è basato non sul telespettatore-merce ma sul telespettatore-utente, un consumatore che fruisce di un bene (l’insieme della programmazione) che ha liberamente scelto e di cui può altrettanto liberamente disfarsi, a differenza di una televisione “gratuita” che entra indistintamente nella casa di tutti senza chiedere permesso e senza nessun obbligo di garantire obiettività, completezza e pluralismo nell’informazione, né tanto meno di affinare il gusto e la capacità critica del suo pubblico. Non a caso, la presenza di spazi pubblicitari sui canali della televisione a pagamento e su quelli di servizio pubblico, per quanto in misura ridotta, giustamente non è vista di buon occhio dagli abbonati, consapevoli di star pagando due volte.

Produzione di utenti-merci a mezzo di utenti-merce

Diamo ora uno sguardo ai tratti che assume la “economia del gratis” sulla rete. Anche su queste piattaforme il modello di business fondato sulla pubblicità si è imposto come dominante per una ragione molto banale. Mentre “l’annuncio per gli acquisti” televisivo è indirizzato a un utente generico, lo spot su Internet, grazie alla profilazione degli utenti, colpisce il suo bersaglio (target) senza disperdere colpi.

Al pari della televisione commerciale l’accesso ai contenuti e ai servizi offerti dalla rete è quasi esclusivamente gratis, al punto che, di fronte alla richiesta di un pagamento, anche il più irrisorio, l’utente storce il naso, come se tutto il ben di dio di cui può disporre in termini di contenuti e servizi fosse un dono caduto dal cielo o una gentile concessione delle big tech. In realtà, ponendosi in una prospettiva esclusivamente individuale, la rete appare come una cornucopia graziosamente dispensata dagli dei a tutti gli uomini, anche i più poveri.

Ma cambiando il punto di vista, passando dall’Io al Noi, potremo assumere un atteggiamento più distaccato cominciando a porci domande del tipo: che cosa ci spinge a considerare come un dono di natura la gratuità della navigazione su Internet? Perché non solo i semplici utenti, ma anche tanti esperti degli Internet studies si interrogano poco o niente riguardo a questa copiosa e gratuita elargizione e non ne colgono le conseguenze? Non si fa in tempo a inoltrarsi in questo arcano che già siamo di fronte a un altro paradosso: com’è possibile che un simile regno della gratuità abbia dato vita, in soli venti anni, a un ristretto oligopolio saldamente presidiato e dominato da un cartello di due aziende, Alphabet-Google e Facebook il cui valore di capitalizzazione complessivo nel 2020 supera il Pil dell’Italia nello stesso anno?

Dobbiamo davvero pensare che la massima “non esistono pranzi gratis”, l’assioma che è a fondamento di tutte le teorie economiche, da Adam Smith a Milton Friedman, da David Ricardo a Karl Marx, sia infondato? Che cosa producono e, soprattutto, che cosa vendono di così prezioso queste imprese per guadagnare, solo nel primo trimestre 2021, rispettivamente 433.014 e 213.628 dollari al minuto?

Ma la domanda delle domande è questa: come è possibile fatturare questi numeri stellari, in un mercato dove tutto è apparentemente gratis?

Tradizionalmente, nelle imprese, è il lavoro che produce valore e ricchezza. Quale prodigio dell’economia consente a queste aziende ricavi favolosi con così pochi dipendenti? Quando la Kodak ne aveva 140 mila Instagram ne aveva 22. La Kodak è fallita perché i suoi dipendenti doveva pagarli mentre quelli che fanno la fortuna di Instagram sono un miliardo e tutti a paga zero. Tra questi, 500 milioni sono “operai” attivi che producono altrettanti milioni di “storie” al giorno: una catena di montaggio da fantascienza del lavoro intellettuale.

Quello che [Frederik] Taylorha fatto con il lavoro manuale – afferma acutamente Nicholas CarrGoogle ha fatto con il lavoro della mente” (17).

La chiave interpretativa di questo prodigio è la stessa che spiega il successo delle radio e televisioni commerciali: l’economia del gratis che fa leva sulla pubblicità. Con una variante: su Internet, al posto del telespettatore passivo c’è l’utente produttore di contenuti (UCG) che scrive mail, newsletter, blog, chatta sui social; posta e inoltra foto e video; si tiene informato, partecipa a webinar, accede a innumerevoli servizi. Tuttavia, ciò che li accomuna è che nessuno dei due sborsa un centesimo per godere di questo ben di dio mentre l’emittente televisiva e la piattaforma online ne traggono un profitto straordinario. Nei dizionari di economia questo media model fondato sulla gratuità è descritto con una formula anodina:

una terza parte (l’inserzionista) finanzia i contenuti in modo che la seconda parte

(il telespettatore o l’utente di Internet) possa fruirne senza pagare” (18).

Messa in questi termini, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un gesto di magnanimità dell’agenzia di pubblicità:

“Con i miei soldi sto finanziando il tuo intrattenimento, le tue ricerche, le tue conversazioni; inoltre, con i miei spot, ti do anche utili consigli per gli acquisti”.

Questo gioco delle tre carte è sorprendente: c’è la parte seconda, c’è la parte terza, ma non la parte prima, cioè quelli che traggono profitto da questo modello economico: l’emittente televisiva, il motore di ricerca, la piattaforma di condivisione, i social network. Il vero gioco di prestigio consiste, in realtà, nel nascondere l’oggetto della transazione commerciale: la merce. Che cosa si compra? Che cosa si vende in questa economia del gratis, a costo zero?

Per svelare il meccanismo che si nasconde dietro questo modello di business basta introdurre due concetti fondamentali dell’economia: il valore e il lavoro. Il meccanismo funziona così: l’utente, nel fare una ricerca su Google, nel postare un video su You Tube, nel chattare con gli “amici” su Facebook, nel leggere il giornale on line o nel fare un acquisto su eBay incrementa, sebbene di una piccolissima quota, il prezzo dei banner pubblicitari abbinati a quei contenuti.

I Signori del gratis

Su Internet, il modello del profitto conseguito vendendo utenti-merce alle concessionarie di pubblicità raggiunge la perfezione: una sorta di grado zero dell’economia. Infatti, mentre nell’universo televisivo la produzione di telespettatori richiede notevoli investimenti (bisogna pur produrre o acquistare programmi che massimizzino l’audience in una data fascia oraria), nello sconfinato mondo del Web i contenuti sono in gran parte prodotti (questi sì, gratuitamente) dagli utenti (user-generated-content).

Qui, la mercificazione assume caratteri paradossali. Infatti, il navigatore, che “posta” un contenuto autoprodotto su una delle piattaforme on-line che raccolgono video, foto, testi e messaggi, esonera queste ultime dal sobbarcarsi il costo dell’esca necessaria per catturare gli utenti-merce. Quindi, l’utente-merce produce gratuitamente contenuti che, a loro volta, produrranno altri utenti-merce. Prendendo scherzosamente a prestito la famosa formula di Piero Sraffa, potremmo dire che il modello di business dominante su Internet è basato sulla produzione di merci a mezzo di merci, un meccanismo che genera profitti a ritmo forsennato soprattutto ai grandi marchi, detentori di hardware e software proprietari, ma anche di raffinati algoritmi di profilazione degli utenti. Così funziona l’economia del gratis, una teoria compendiata da Chris Anderson, il suo più autorevole sostenitore, nei seguenti termini:

Coloro che comprendono il nuovo Gratis padroneggeranno i mercati di domani e sconvolgeranno quelli di oggi: anzi già lo stanno facendo” (19).

Questa profezia che appariva avventata nel 2010 si è avverata oltre ogni limite neanche dieci anni dopo. Google e Facebook nel 2019 hanno assorbito, da soli il 70 per cento di tutti gli investimenti pubblicitari on line; tradotto in numeri, il giro di affari legato alla pubblicità è di 134,811 per Google e 71 miliardi per Facebook. Gli utenti-merce che producono altri utenti-merce richiamano alla mente gli operai di Metropolis e Tempi moderni, lavoratori di una fabbrica sconfinata che “impiega” oltre quattro miliardi di lavoratori che, pur lavorando in media più di sei ore al giorno, non percepiscono salario né remunerazione: lavorano gratis, ma non protestano. Questa fabbrica che produce con il tele-lavoro è, al tempo stesso, uno sterminato centro commerciale dove gran parte di quel che si espone è gratis ma gli utenti non si stupiscono di tanta generosità piovuta dal cielo, come se tutto quel ben di Dio fosse l’effetto di un prodigio al punto tale che se qualcuno si azzarda a chiedere un fee per accedere a dei contenuti, considerano la richiesta una stravaganza o un atto di prepotenza. Fatto sta che in questo fantastico Campo dei miracoli, gli zecchini d’oro crescono davvero e fruttano ogni anno al Gatto e alla Volpe – Facebook, Google, Apple – centinaia di miliardi di dollari.

Apparentemente i giganti della rete sono imprese a basso investimento di manodopera: ad esempio Google ha 200 mila dipendenti di cui oltre la metà con contratti temporanei e Facebook ne ha solo 52 mila; tuttavia, nella sostanza, le cose stanno diversamente perché, sulla base di quanto abbiamo detto, al numero dei dipendenti dobbiamo aggiungere quello delle centinaia di milioni di utenti-produttori-consumatori-di-contenuti, lavoratori in smart working cui si richiede anche di procurarsi gli utensili (pc, smartphone, accesso alla rete). Questo esercito sterminato di mano d’opera incide sulla creazione di valore in un modo stupefacente, neanche paragonabile al valore creato dal piccolo drappello di dipendenti aziendali anche perché questi ultimi percepiscono uno stipendio, mentre gli utenti produttori-consumatori di contenuti invece sono a costo zero! Producono aggiornando quotidianamente il loro profilo-merce e, al tempo stesso, generano valore navigando, chattando e prestando (nel senso di prestazione) la loro attenzione e il loro sguardo agli spot pubblicitari.

La carica virale di una bufala

Questa digressione sul modello di business fondato sulla mercificazione degli utenti – quindi non soltanto dei prodotti culturali, come pensavano Max Horkheimer e Theodor W. Adorno – serve a comprendere meglio il successo delle fake news, della post-verità, delle campagne d’odio e di tutto quanto assume un carattere eclatante, clamoroso, eccessivo o semplicemente stravagante. Infatti, se il processo di produzione di valore economico è incentrato sul numero di ricerche che facciamo, sul numero di video che postiamo o visioniamo, sul numero di messaggi che inviamo e riceviamo, sui clic, i tap, i like, le condivisioni, le chat, i forum eccetera, è evidente che quanto più ossessiva è la nostra navigazione nella rete, tanto più aumenta il valore della pubblicità nei luoghi che visitiamo e in cui sostiamo. Pertanto, una bufala, che per sua natura è eclatante, avrà un raggio di propagazione certamente maggiore di una notizia “semplicemente” vera, e una post-verità, cioè una notizia altrettanto falsa ma che viene assunta e fatta veicolare da chi la riceve solo perché la condivide (a prescindere dal fatto che sia vera o falsa), avrà una carica virale ancora più alta perché mentre le bugie hanno le gambe corte e quindi, prima o poi vengono smascherate, le post-verità non devono essere sottoposte a un giudizio di credibilità: sono vere per  “pregiudizio”, e questo le rende gratificanti per chi le propaga e fruttuose per i proprietari dei social che le accolgono a braccia aperte ammaestrati dall’aforisma di Mark Twain “Mentre una bugia ha già fatto il giro del mondo, la verità si sta ancora allacciando le scarpe”. 

Questa coincidenza tra qualità dei contenuti e quantità delle visualizzazioni stabilisce una tacita complicità tra i propagatori – professionali o ingenui – di fake news e i gestori di motori di ricerca, di social network e di piattaforme di condivisione, giacché quanto maggiore è la raccolta di “spazzatura” tanto più aumenta il volume dei loro affari. Come per la televisione commerciale la qualità di un programma è stabilita dall’audience, così il valore di un contenuto postato su una piattaforma privata, che si finanzia con la pubblicità, sta solo nel numero di like e condivisioni che genera: tutto il resto è letteratura (magari!). Questo spiega perché l’economia del gratis è ontologicamente indifferente alla qualità e all’attendibilità delle notizie e dei contenuti in generale. Ciò che ha valore sono i metadati che un’immagine o un testo, una chat o una ricerca hanno in pancia, soprattutto la loro movimentazione incessante: la navigazione. Una volta sottratti all’utente, questi dati “invisibili”, (dove si trova l’utente, qual è il modello del suo smartphone, chi sono i suoi amici, quanti microsecondi sosta su una pagina, ecc.) creano ulteriore valore perché non solo arricchiscono la sua profilazione ma contribuiscono a elaborare informazioni utili per i sondaggi d’opinione, le ricerche di mercato e demoscopiche. Tutte le battaglie condotte per dare a internet delle regole che tutelino la privacy degli utenti e responsabilizzino i proprietari delle piattaforme di conversazione saranno benvenute ma nessuno di questi provvedimenti potrà mitigare le storture prodotte dal loro modello di business. Beninteso, il gratis di cui stiamo parlando, quello che mercifica l’utente, è tutt’altra cosa dal modello tradizionale “compra un rasoio e te ne regaliamo un altro”. Quando la pubblicità approda nel mondo dei media non è più soltanto “l’anima del commercio” ma anche il corpo, un corpaccione vorace che si nutre dello sguardo e dell’attenzione di miliardi di persone, e non disdegna di essere ringraziato.

Internet Bene Pubblico dell’Europa

È concepibile un’alternativa al monopolio dei “padroni della rete”, un territorio nel quale parole come social, amici, condividi, like possano riacquistare il loro significato originale? È possibile immaginare una rete pubblica di piattaforme della comunicazione sociale nella quale “gratis” voglia dire liberamente, spassionatamente; una rete che riconosca

nella cultura l’unico bene dell’umanità che se diviso fra tutti, piuttosto che inflazionarsi – poiché ciascuno ne riceverebbe solo una parte – aumenta di valore?” (20)

Nel nome di “Internet bene pubblico” potrebbe nascere una virtuosa cooperazione tra i media di servizio pubblico europeo (i 150 membri dell’EBU/UER) e il vasto mondo delle organizzazioni non profit presenti massicciamente su internet. Si pensi, ad esempio a un consorzio internazionale tra aziende pubbliche e società private non profit che si proponga di essere competitivo con gli attuali oligopolisti offrendo piattaforme di condivisione e servizi che garantiscano ai cittadini-utenti la tutela della riservatezza e l’accessibilità, l’attendibilità delle fonti d’informazione, il pluralismo e che abbiano come missione la crescita culturale e sociale dei cittadini-utenti.

Una prospettiva del genere può essere concepita solo in ambito europeo, l’unico ancora improntato a un modello liberalsocialista di democrazia in quanto, per motivi che è superfluo spiegare, immaginare che si possa arrivare a una regolamentazione globale della rete, a norme e obblighi condivisi, attraverso organismi internazionali simili al G20 o al WTO o alla Corte permanente di arbitrato dell’Aja, appare del tutto irrealistico (21).

D’altronde, non è un caso che solo l’Unione europea sia riuscita a darsi un Regolamento sulla Protezione dei Dati (GDPR) e una legge sul diritto d’autore. L’attribuzione di servizio pubblico dovrebbe essere riconosciuta a quel vastissimo arcipelago di fondazioni, associazioni, istituti di ricerca, imprese editoriali eccetera che svolgono già, con rigore e passione civile, un’attività di pubblico interesse senza ricorrere al finanziamento della pubblicità. Sulla base di queste premesse si potrebbe pensare alla creazione di un consorzio internazionale pubblico-privato (fondazioni e associazioni non profit, terzo settore, privato sociale eccetera) ispirato a un’economia del disinteresse contrapposta all’economia del gratis, i cui aderenti, riconoscendosi nella mission e nei suoi valori, potrebbero fregiarsi del marchio “Internet Bene Pubblico”: un marchio che garantisca al cittadino-utente, l’attendibilità delle fonti informative; la tutela della privacy, la promozione della coesione  e della condivisione sociale di contenuti e servizi; nel rispetto dell’Articolo 12 Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU:

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione…”.

Sul palazzo che ospita la sede europea del nuovo organismo potrebbe campeggiare la frase con cui ha inizio la Metafisica di AristoteleTutti gli uomini per natura desiderano sapere”.

Osservazioni finali

Vaste programme” si dirà, anche perché sull’impresa pubblica grava il pregiudizio di non poter essere, per la sua stessa natura, una forza innovativa e in grado di reggere il confronto con l’impresa privata. La verità è che manca la sensibilità politica e culturale nelle classi dirigenti che le porti a elaborare strategie e piani d’azione rispondenti alla necessità di creare un ecosistema digitale europeo della comunicazione che coinvolga tutte quelle realtà, pubbliche e private che erogano servizi nel rispetto della dignità dei cittadini-utenti.

La storia delle televisioni di servizio pubblico nei paesi democratici ha dimostrato che un’alternativa alla televisione commerciale è possibile, necessaria. Mutatis mutandis, senza incorrere in banali semplificazioni, questa ipotesi può rivelarsi al tempo stesso la più impervia ma anche la più realistica a meno che non ci si voglia rassegnare a una semplice opera di contenimento essendo consapevoli che misure antitrust come la frammentazione dei monopoli, la fine dell’elusione fiscale e l’imposizione di regole di comportamento non avrebbero nessuna incidenza sulla questione di fondo: la mercificazione degli utenti, con tutto quello che politicamente e socialmente ne consegue.

Se l’Europa politica e i singoli paesi dell’Unione si incamminassero su questa strada, con la consapevolezza di avere tutte le carte in regola per porsi all’avanguardia di questa svolta democratica globale, potremo finalmente leggere dei saggi su Internet meno apocalittici, meno rassegnati e magari anche propositivi.

Per contrastare un lupo predatore, bisogna disporre di una forza che per aggressività, potenza e prontezza di riflessi, sia analoga alla sua; in altre parole, serve un lupo che stia dalla parte della preda: un cane-lupo, per l’appunto.

Note al testo

  1. Citazioni da: Julian Assange, Zygmunt Bauman, Nicholas Carr, Byung-Chul Han, Evgeny Morozov, Cathy O’Neil, Mauro Barberis, Alain Deneault.
  2. Jaron Lanier, Ten arguments for deleting your social media accounts right now, New York, Henry Holt and Company, 2018, X-146 p. Tr. It. Dieci ragioni per cancellare I tuoi account social, Milano, Il Saggiatore, 2018, 211 p.
  3. Mark Thompson, Enough said: what’s gone wrong with the language of politics? London, the Bodley Head, 2016, 375. Tr.it : La fine del dibattito pubblico: come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia, Milano, Feltrinelli, 2017, 426 p.
  4. Geert Lovink, Social media abyss : critical internet cultures and the force of negation, Cambridge, Cambridge Polity Press, 2016, VIII-248 p. Tr.it. L’abisso dei social media: nuove reti oltre l’economia dei like , Milano, Università Bocconi Editore, 2016, XXIX-272 p.
  5. Criptocitazione da John Locke, Saggio sull’intelletto umano ripresa in un’intervista ad un quotidiano spagnolo: Umberto Eco “No estoy seguro de que internet haya mejorado el periodismo”,  El Mundo, 26 marzo 2015. Cfr. https://www.elmundo.es/cultura/2015/03/26/551385fc22601dfd398b456b.html.
  6. Si veda la nota successiva.
  7. Alessandro Baricco, “Il mondo senza nome dei nuovi barbari”, La Repubblica, 21 settembre 2010.
  8. Parascandolo, La televisione oltre la televisione, Editori Riuniti, Roma, 2000, pp. 22-28.
  9. Gustavo Zagrebelsky,  “Né élite né gente, democrazie è unire la società”, La Repubblica, 29 gennaio 2019.
  10. Gustavo Zagrebelsky,  “Né élite né gente, democrazie è unire la società”, loc. cit. alla nota precedente
  11. Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci in 4 volumi, a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 2014, LXVIII-3370 p.
  12. Cfr. Jürgen Habermas, che parla di “opinione pubblica” come “attività razionale di un pubblico capace di giudizio” e osserva come una vera e propria forma di “opinione pubblica” si sia formata in Inghilterra nel 1834 con il cosiddetto Tamworth Manifesto di Robert Peel “nello scontro dell’argomentazione per una causa e non, acriticamente, nel consenso ingenuo o manipolato plebiscitariamente, o nel dissenso su persone in base al common sense”, Storia e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari, Laterza, 1974, 309 p. [la citazione è a p. 85]. Edizione originale: Jürgen Habermas, Strukturwandel der Öffentlichkeit. Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft, Neu- wied-am-Rhein, Luchterhand Verlag, 1962, 291 p. Quarto tomo della serie Politica (a cura di Wilhelm Hennis e Roman Schnur). Nuova edizione: Mit einem nuen Vorwort zur Neuaflage, Frankfurt-am-Main, Suhrkamp Verlag, 1990, 391 p.
  13. Opinione pubblica. Giudizio e modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini, o anche questa maggioranza stessa. Treccani, Enciclopedia on line
  14. Martin Heidegger, Sein und Zeit, «Jahrbuch fur Philosophie und phänomenologische Forschung», VIII, Halle, Niemameyer  Verlag, 1927, 438 p. Tr. it. di Piero Chiodi condotta sull’undicesima edizione: Essere e tempo,  Milano, Longanesi, 1988, XXXIX- 558 [la citazione è a p. 213]. Prima traduzione italiana: Milano-Roma, Bocca, 1953, 455 p.
  15. Il fenomeno dello shitstorm (traduzione letterale volgare “tempesta di merda” o “tempesta di escrementi”) è una pratica organizzata online che consiste in una tempesta di insulti, di commenti negativi e offensivi nei confronti di una persona, un gruppo o più ampiamente di un’azienda.
  16. Walter Benjamin, Das Passagen Werk, in Gesammelte Schriften. Band V; unter Mitwirkung von Theodor W. Adorno und Gershom Scholem; herausgegeben von Rolf Tiedemann und Hermann Schweppenhauser, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1998, 1354 p.  (2 volumi). Tr. it: I “Passages” di Parigi, a cura di Rolf Tiedemann ; edizione italiana a cura di Enrico Ganni, Torino, Einaudi, 2010, XXVI-1204 p.
  17. Nicholas Carr, The Shallows. What the Internet Is Doing to Our Brains, London-New York, W.W: Norton & Co., 2010, 276 p.  Tr. It. Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2011, 317 p. [il passo citato è a p. 182].
  18. Chris Anderson, Free. The Past and Future at a radical Price, White Plains (New York) Hyperion, 2009, 288 p. Tr. It. Free, Milano, BUR, 2010, 334 p.
  19. Si veda l’introduzione a Chris Anderson, Free, op.cit. alla nota precedente, p.13.
  20. Hans Georg Gadamer, espressione tratta da un’intervista televisiva della Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, Rai – Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1986
  21. Marietje Schaake,”How democracies can claim back power in the digital world”, MIT Tecnology Review, 29 settembre 2020. Cfr. https://www.technologyreview.com/2020/09/29/1009088/democracies-power-digital-social-media-governance-tech-companies-opinion/.
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