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Democrazia Futura. Cento anni di radiofonia e settant’anni di TV in Italia (II)

Bruno Somalvico

Prosegue la ricostruzione storica di Bruno Somalvico de “La stagione del monopolio radiofonico e televisivo della RAI”. Dopo aver descritto gli anni de “L’avvio della televisione (1954-1960)”, l’autore ripercorre il periodo de  “L’esplosione dei consumi massmediali (1960-1969)” che vedono “La Rai [diventare] – come recita l’occhiello – prima azienda culturale grazie alla crescita degli abbonamenti e del fatturato”. 

La stagione del monopolio radiofonico e televisivo della RAI

La Rai prima azienda culturale grazie alla crescita degli abbonamenti e del fatturato

2. L’esplosione dei consumi massmediali (1960-1969)

La televisione bene superfluo e strumento di intrattenimento annuncia la fine di un’epoca di ristrettezza, per molti addirittura di fame, e apre i primi spiragli all’era dei consumi e del tempo libero.

Gli anni Sessanta sono gli anni in cui la televisione diventa il principale strumento di informazione e comunicazione nelle case degli Italiani, contribuendo ad accrescere il fatturato della Rai. Anzi essa

“diventa un ineguagliabile strumento di unificazione nazionale e di omologazione culturale che con straordinaria rapidità abbatte barriere secolari – scrive Simona Colarizi – Proletari e borghesi, settentrionali e meridionali guardano lo stesso piccolo schermo, si entusiasmano per gli stessi personaggi, mode, giochi, sono influenzati dagli stessi messaggi pubblicitari e inducono persino a parlare la stessa lingua. Quanto sembrava ancora difficile da raggiungere attraverso i lenti processi di politicizzazione e di istruzione pubblica, si realizza di colpo, senza quasi che il ceto politico e gran parte della classe dirigente se ne accorgano. Gli intellettuali della sinistra guardano alla televisione con sospetto o tutt’al più con superiore distacco; i conservatori diffidano come sempre di ogni novità; i democristiani che hanno il controllo totale di questo nuovo mezzo ne intuiscono solo fino a un certo punto le immense potenzialità. Si limitano a gestirla, attenti soprattutto a censurare le trasmissioni perché rimangano rigorosamente nei limiti della morale cattolica”[1].

Luglio 1960. Verso il centro-sinistra. La caduta del governo Tambroni e la nascita del governo delle convergenze parallele.

Le drammatiche proteste di piazza del luglio 1960 contro il governo di Fernando Tambroni, il quale, alla guida dell’ennesimo governo di centro, non si rassegna a cadere accettando il sostegno del MSI, segnano uno spartiacque rendendo improrogabile una chiara scelta politica da parte della DC. Dopo la celebrazione dei funerali delle vittime degli scontri di Reggio Emilia Pietro Nenni denuncia lo stato di guerra civile creato dal governo e propone la messa in stato d’accusa di Tambroni.

Il 18 luglio 1960 sessantuno intellettuali cattolici (tra cui Beniamino Andreatta, Sergio Cotta, Leopoldo Elia, Giovanni Getto, Siro Lombardini, Alberto Monticone, Costantino Mortati, Ettore Passerin d’Entrèves, Luigi Pedrazzi, Ezio Raimondi, Pietro Scoppola) firmano l’appello contro le tentazioni autoritarie manifestate dal governo e contro la collaborazione con i neofascisti del MSI, costringendo l’indomani Tambroni a dimettersi.

Una settimana dopo, il 26 luglio Amintore Fanfani ritorna sulla scena politica, per costituire un governo monocolore democristiano che egli stesso definisce di ‘restaurazione democratica, dopo le proteste e le rivolte che avevano determinato la crisi del governo precedente. Viene meno l’appoggio del MSI mentre votano a favore liberali, repubblicani e socialdemocratici.

Il terzo governo Fanfani passerà con l’astensione di socialisti e monarchici e verrà definito il governo di ‘convergenza democratica’, detto anche delle ‘convergenze parallele’.

Sarà il traghettatore verso la lunga stagione del centro-sinistra.

La riaffermazione nel 1960 del monopolio Rai da parte della Corte Costituzionale

Nelle stesse ore degli scontri di piazza e delle proteste per impedire lo svolgimento a Genova del congresso del Movimento Sociale Italiano, la Corte Costituzionale interviene con una prima importante sentenza, a sei anni dall’avvio delle trasmissioni televisive regolari nel 1954. Dopo questi interventi iniziali, la Corte Costituzionale sarà poi costantemente chiamata nel corso degli anni successivi a decidere della legittimità costituzionale di molte norme in materia radiotelevisiva e influenzerà in maniera determinante l’evoluzione dell’intera disciplina di settore.  

Nelle sue prime delibere, con sentenza del 1960, del 1961, e del 1963, la Corte Costituzionale si limita a dichiarare costituzionalmente legittime le norme che prevedono la riserva statale, anche in ragione della limitatezza delle frequenze disponibili, e dunque legittimo il sistema vigente di monopolio statale, sostenendo l’incompetenza delle Regioni a gestire direttamente il servizio radiotelevisivo regionale).

Nella fattispecie, nella prima sentenza, n. 59 del 6 luglio 1960 la Corte Costituzione conferma il diritto di riserva statale e stabilisce l’esistenza di un “monopolio naturale”[2] invitando implicitamente la Rai ad assicurare un miglior rispetto del pluralismo e delle condizioni di accesso dei partiti all’informazione del servizio pubblico osservando come

“[…] allo Stato monopolista di un servizio destinato alla diffusione del pensiero incombe l’obbligo di assicurare in condizione di imparzialità ed oggettività, la possibilità potenziale di goderne […] a chi sia interessato ad avvalersene per la diffusione dl pensiero nei vari modi del suo manifestarsi”[3].

Redatta dal giudice Aldo Sandulli a conferma della legittimità costituzionale del monopolio, la Sentenza della Corte Costituzionale crea le premesse di un autentico rivolgimento concettuale della concessione stessa: il diritto dello Stato a concedere l’esclusività delle trasmissioni radiofoniche e televisive in deroga all’articolo 21 non è considerato assoluto, ma legato al fatto che in pratica l’istallazione di impianti radiotelevisivi implica costi accessibili solo a pochissimi cittadini e limiti tecnici che ne riducono la disponibilità, per cui la loro liberalizzazione equivarrebbe di fatto a consentire un oligopolio gestito da poche forze economiche o politiche.

La strada per consentire ai cittadini di esprimere liberamente il proprio pensiero anche attraverso la radio e la televisione deve quindi essere ricercata all’interno del monopolio pubblico, evitando che si ripetano nel suo esercizio abusi e prevaricazioni di gruppi o partiti, assicurando l’obiettività dell’informazione, consentendo la possibilità di accesso.

La sentenza viene accolta dai partiti della maggioranza come una vittoria che sancisce lo status quo: a sinistra si sottolinea la parte della sentenza che impegna lo Stato a una disciplina della concessione che garantisca l’accesso e l’obiettività.

Per la destra, favorevole alla liberalizzazione, la decisione della Corte rappresenta una sconfitta ma molti intravedono dietro le motivazioni della sentenza la possibilità di riaprire la questione a fronte di probabili inadempienze dello Stato nell’assicurare il diritto di accesso e di obiettività, considerati requisiti indispensabili per il mantenimento del monopolio e a causa dei progressi tecnologici che avrebbero nel tempo modificato alcuni presupposti tecnici (la scarsità delle frequenze) ed economici nell’avviare impianti radiofonici e televisivi.

La nascita delle tribune politiche

Pur essendo stata approvata nel 1956 una legge che disciplinava minuziosamente la propaganda elettorale disegnando tutti i possibili modi e spazi della competizione, la legge si dimenticava completamente della radio e della neonata televisione.

Ancora alla vigilia delle elezioni del 25 maggio 1958 il presidente del Consiglio Adone Zoli boccia la proposta di Ugo La Malfa e Bruno Villabruna di dare spazi uguali in televisione a tutti i partiti. In base all’invito della Corte Costituzionale, il Presidente del Consiglio annuncia nel 1960 la nascita di una Tribuna elettorale che viene concessa a tutti i partiti sulla rete nazionale della radio e della televisione dopo il giornale serale. Raggiungendo mediamente 14 milioni di ascoltatori e una larga risonanza nell’opinione pubblica rappresentata dalla grande carta stampata le conferenze stampa dei partiti proseguiranno anche nel 1961 con la creazione di Tribuna politica.

Contemporaneamente si decide di rafforzare l’informazione per i cittadini italiani residenti all’estero. Il 30 marzo 1962 una convenzione della Presidenza del Consiglio dei ministri affida alla RAI la produzione dei notiziari e servizi Informativi per l’estero. Due anni prima, nel gennaio 1960, era stata costituita la Società Rai Corporation Italian Radio TV System, con sede a New York e con capitale interamente posseduto dalla Rai.

La copertura dei Giochi Olimpici di Roma: uno spartiacque nella storia della Rai

Fra il 25 agosto e l’11 settembre 1960 la RAI ha il privilegio di assicurare, per la prima volta nella storia della manifestazione, la copertura diretta televisiva in tutta Europa e radiofonica in tutto il mondo delle Olimpiadi. Le trasmissioni delle gare sono effet­tuate mediante una concentrazione nella capitale di 12 furgoni attrezzati per le riprese esterne con 50 postazioni di telecamere. Sono realizza­te 106 ore complessive di trasmissioni, di cui 96 inviate all’estero­. Allo sforzo produttivo concorrono 960 addetti: 245 tecnici radio, 223 tecnici televisivi, 18 radiocro­nisti, 17 telecronisti, 25 redattori, 10 registi, 32 cineoperatori, 20 montatori, 86 interpreti, 97 autisti e motociclisti. Le postazioni di radiocronaca allestite sui campi di gara sono 298, quelle di telecronaca 112.

La radio italiana trasmetterà – soprattutto sotto la testata Radio Olimpia – per complessive 93 ore e 40 minuti di programmi, effettuando 279 collegamenti di cui 70 in duplex, 38 in triplex e 24 a catena. Ad essi si aggiungono 288 noti­ziari nel Notturno dall’Italia e 1.125 a onda corta in 35 lingue diverse. La televisione italiana trasmetterà per complessive 106 ore di programmi, di cui 96 ore e 30 minuti inoltrate anche all’estero.

La presa di coscienza del ruolo strategico della Rai da parte della classe politica

Fra i primi atti del terzo governo Fanfani, da Commissario Europeo agli affari sociali il fanfaniano Giuseppe Petrilli diventa presidente dell’IRI e vi rimarrà quasi vent’anni sino al 1979. In questa fase del monopolio radiofonico e televisivo, all’interno di una democrazia in preda a profonde trasformazioni degli equilibri politici con l’avvento del primo centro-sinistra e alle prese con processi di urbanizzazione e di crescita tumultuosi, sotto la protezione dell’IRI la Rai, dopo il successo dei Giochi Olimpici di Roma e l’avvio di programmi sportivi come Tutto il calcio minuto per minuto che la renderanno uno dei broadcaster pubblici leader in Europa, diventerà uno fra i più importanti strumenti di coesione sociale e di crescita culturale e civile della comunità nazionale.

Abbiamo già visto peraltro come fossero cresciuti il controllo politico governativo e le interferenze della Democrazia Cristiana nella gestione interna dell’azienda, non solo nella scelta dei giornalisti ma anche progressivamente di larghi settori di tutta la tecnostruttura e del management della Rai, soprattutto dalla seconda metà degli anni Cinquanta con la selezione di nuovi quadri e l’avvento di nuove generazioni di dirigenti, da quella dei ‘corsari’ di Filippo Guala a quella del gruppo dirigente fanfaniano sotto la guida di Ettore Bernabei,  che, anche per motivi anagrafici, durante il suo lungo mandato nel corso degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, porrà fine alle ultime resistenze del vecchio gruppo dirigente aziendalista piemontese prefascista.

La classe politica, ancora piuttosto disattenta nel 1952 alla fine dell’era radiofonica, dieci anni dopo prende piena consapevolezza del ruolo della televisione come nuovo strumento di comunicazione di massa e di formazione del consenso. Se la nascita delle tribune politiche risponde ancora soprattutto ai rilievi espressi dalla Corte Costituzionale nella già menzionata Sentenza del 6 luglio 1960, n. 59, che riafferma insieme alla legittimità del monopolio, la necessità di rappresentare meglio il pluralismo politico, l’intera classe politica anche di opposizione, pur tra le critiche alla gestione governativa nei confronti del nuovo latifondo democristiano, esprime apprezzamento per la missione educativa e pedagogica affidata alla televisione, per la nascita del secondo canalee per il ruolo culturale esaltato attraverso sceneggiati, riduzioni per la televisione di opere letterarie e drammaturgiche, programmi di prosa, di musica sinfonica e lirica e più in generale di promozione dell’industria culturale e dello spettacolo sino allora destinate esclusivamente alle élite

La terza generazione di manager Rai

Per più di un decennio, dal 1961 al 1974, la Rai verrà affidata al democristiano fanfaniano Ettore Bernabei, già direttore de Il Popolo, ea un nuovo gruppo dirigente di ispirazione cattolica – una sorta di ‘Opus Bernabei’ secondo l’espressione di Aldo Grasso – fra i quali spiccano anche le figure di Gianni Granzotto e Fabiano Fabiani. Obiettivo, secondo quanto indicato da uno storico e al contempo un protagonista della televisione italiana come l’ex Consigliere d’Amministrazione della Rai Enrico Menduni,

“trasformare l’azienda in una fabbrica del consenso e gestire la centralità che il mezzo televisivo sta acquisendo nella società italiana”[4].  

Bernabei s’avvede subito che l’azienda va governata non con le buone idee ma con la conquista dei posti di comando. Del resto, Amintore Fanfani, suo padrino politico, è sicuramente il primo che ha capito le enormi potenzialità del mezzo e che più di ogni altro ha caratterizzato l’alchimia della bottega democristiana in Rai.

Bernabei, racco­gliendo in parte i frutti che Guala aveva seminato, si propone al­cune azioni decisive:

  1. sottrarre potere al gruppo ‘massone’ tori­nese;
  2. spostare l’asse politico della Rai dal centrodestra al centro­sinistra favorendo l’ingresso dei socialisti ma restando molto vi­cino ai poteri forti della Chiesa;
  3. mettere uo­mini fedeli nei posti chiave dell’azienda;
  4. promuovere con vigoria lo sviluppo dell’azienda portandola al livello delle più forti e blasonate televisioni europee.

Come scriverà lo stesso Enrico Menduni in Televisione e società italiana

Bernabei da solo gestiva i rapporti con l’intero sistema politico (il Presidente del Consiglio, i vari partiti, eccetera) mentre il Presidente e l’Amministratore Delegato erano figure di contorno. In più Bernabei esercitava una supervisione su tutto quanto veniva mandato in onda dai giornalisti. In concreto, la particolare vicinanza dell’emittente radiotelevisiva con la politica voleva dire scambio politico: la radiotelevisione da una parte consentiva di fare moltissimi favori: assumere un dipendente, ingaggiare un artista, la presenza di un ospite in un programma, eccetera, venivano scambiati con favori a qualche corrente democristiana o alla Rai”[5].

Bernabei è l’uomo della conquista fanfaniana della Rai; senza scrupoli e senza fare prigionieri.

La sua nomina a direttore generale, il 18 gennaio 1961, in sostituzione di un altro ex direttore de Il Popolo, Rodolfo Arata – conlo storico liberale Novello Papafava dei Carraresi, al posto del fisico Antonio Carrelli, come presidente del Consiglio d’Amministrazione – coincide ovviamente con il terzo governo Fanfani.

Per avere maggiore credibilità nei confronti dell’opinione pubblica, il 1° ottobre 1961 Bernabei nomina astutamente Enzo Biagi alla direzione del Telegiornale al posto di Leone Piccioni[6]. In Rai Biagi chiama grandi giornalisti come Giorgio Bocca Indro Montanelli facendo assumere anche giovani come Enzo Bettiza ed Emilio Fede, destinati a una lunga carriera. Biagi verrà subito attaccato il 21 novembre 1961, nel corso di una riunione del Consiglio dei ministri, da Mario Scelba e Guido Gonella perché, secondo loro, dà poco spazio alle notizie ufficiali, mentre Tribuna politica e Studio Uno sono accusati di aver introdotto Togliatti e le ballerine nel cuore delle famiglie italiane. Bernabei, sin dall’inizio del suo mandato, opera in una situazione di non belligeranza con l’amministratore delegato Rodinò di Miglione, ancora troppo forte, essendo appoggiato dalla stessa DC, ma anche dall’interno dell’azienda, da Marcello Bernardi e dai vecchi quadri e dirigenti dell’Eiar.

Ma comincia in ogni caso una dura lotta fra la vecchia e la nuova lobby, con Bernabei grande tessitore di ogni scelta, anche quando Fanfani sembra uscire di scena e si sono ormai create le condizioni nel dicembre 1963 per dar vita, con Aldo Moro Presidente e Pietro Nenni Vicepresidente, al primo governo organico di centro sinistra (con la partecipazione di DC, PRI, PSDI, PSI) [7].

L’arrivo di Bernabei ridimensiona progressivamente il potere dell’amministratore delegato Rodinò.

Bernabei mette persone di sua fiducia ai vertici della Direzione Generale lasciando nelle sue mani le decisioni relative all’ideazione, alla realizzazione e alla messa in onda dei programmi, con un uso molto oculato del palinsesto

Vengono divise e moltiplicate le varie funzioni ma, nella prima fase, dal 1961 al giugno 1964, rimane il modello della gestione precedente con un’unica Direzione Centrale per tutta l’offerta, quella dei programmi televisivi, articolata al suo interno in due direzioni di rete (o di canale): quella per il Programma Nazionale e quella per il Secondo Programma, a loro volta suddivise, rispettivamente, l’una in cinque servizi e l’altra in tre servizi.

Questa seconda fase matura della stagione del monopolio radiotelevisivo, concesso in regime di esclusiva alla Rai, vede sotto Ettore Bernabei un’evoluzione dell’assetto organizzativo dell’offerta televisiva caratterizzata, secondo Scotto Lavina[8], da tre elementi di base:

  1. la conferma dell’eredità degli anni Cinquanta, quindi della distinzione fra programmi e informazione, ciascuna delle due aree inquadrata in un’autonoma Direzione Centrale;

La nascita del secondo canale per ampliare l’offerta e sperimentare nuove formule

In questo nuovo quadro hanno inizio il 21 novembre 1961 le trasmissioni del secondo canale televisivo irradiate inizialmente da 14 impianti trasmittenti che servono il 52 per cento della popolazione italiana.

Una Convenzione aveva stabilito il 21 maggio 1959 l’installazione entro il 31 dicembre 1962 di una seconda rete televisiva in UHF. Il 2 maggio 1960 era entrato in funzione a Monte Penice il primo trasmettitore per la seconda rete televisiva.

Le trasmissioni si presentano con due ore giornaliere, dalle 21.05 alle 23.15[9]. Il Telegiornale del secondo Programma diretto da Ugo Zatterin va in onda al termine del Telegiornale del Canale Nazionale per dare l’opportunità di seguire le notizie col posticipo di mezz’ora anche se in forma ridotta a causa della scarsità dei mezzi produttivi. I conduttori sono Ennio Mastrostefano, Gustavo Selva e Fabio Cappelli.

Il 31 dicembre 1962 la rete del Secondo Programma televisivo, come previsto dalla Convenzione verrà estesa a tutte le regioni italiane e servirà il 70 per cento circa della popolazione. Una nuova Convenzione del 7 febbraio 1963 estenderà la rete in modo da raggiungere i capoluoghi di provincia e coinvolgere alla fine del 1966 l’80 per cento della popolazione.

Il 7 ottobre 1966 hanno inizio le trasmissioni televisive in lingua tedesca per la zona di Bolzano, irradiate dal trasmettitore del Secondo Programma di Monte Paganella e dai ripetitori ad esso collegati, nell’intervallo orario 20:00-21:00.

La preferenza che Bernabei attribuisce sin dall’inizio alla televisione rispetto alla radio è dettata dal fatto che la sua esperienza politica gli fa ritenere la televisione più potente nei legami con le grandi masse.

Alla radio saprà destinare programmi riservati a un target di livello più alto, per intellettuali e laici con caratterizzazioni precise assegnate ai tre canali: il Nazionale rappresenta l’ufficialità, il Secondo lo svago e la ricreazione, il Terzo la cultura.

La creazione del secondo canale televisivo viene vissuta in seno alla Rai

“come occasione per ampliare l’offerta quantitativamente e qualitativamente e per sperimentare nuove formule per conquistare l’attenzione e l’interesse dei telespettatori” [10].

La programmazione è divisa per generi settimanalmente, al suo interno sono veicolati i valori di una società cattolico-sociale e si sente sempre l’ingombrante presenza della censura. I programmi informativi sono sotto l’attenzione dei politici (più di quelli della rete). Dalle reti è eliminata ogni forma di autonomia: un unico palinsesto, posto sotto il controllo centrale del Comitato programmi, aumenta il potere del Direttore Generale.

A differenza della Direzione Centrale dei programmi televisivi articolatasi al suo interno prima in Direzione del programma nazionale e direzione del Secondo programma poi in Direzione dello spettacolo e Direzioni dei programmi culturali, sotto la lunga direzione bernabeiana, la Direzione Centrale servizi giornalistici è sempre stata articolata in Direzione del Giornale Radio e Direzione del Telegiornale, secondo una distinzione di mezzi, più che di canale o di genere.

In questi 15 anni “il modello organizzativo dell’informazione[11], a differenza di quello dei programmi, non subisce evoluzione significative, se non quelle dettate da fattori contingenti”. Anche in questo caso come per i programmi

“prevale una struttura piramidale con al vertice un Comitato di Direzione con un Direttore Centrale, manager non giornalista, affiancato come vicedirettore dai direttori del GR, del TG e da quello dei servizi amministrativi, e in secondo momento da quello dei servizi comuni di collegamento: e la piramide prosegue con i direttori giornalistici assistititi da vicedirettori a dirigere la struttura delle varie redazioni, contro altare giornalistico dei servizi nell’area dei programmi, Per quanto riguarda programmazione non esistendo ancora la concorrenza tra le emittenti, i programmi sono scelti in un’ottica di complementarietà”[12].

Per non danneggiare il settore cinematografico, la Rai decide di non mandare in onda programmi che avrebbero fatto diminuire la clientela nel grande schermo, nei giorni di massimo incasso. In televisione una pellicola cinematografica viene mandato in onda solo quando ha esaurito il suo ciclo commerciale nei cinematografi.

Il carattere pedagogico delle trasmissioni viene messo sempre in primo piano. Nella sua Relazione per l’esercizio 1961 il Consiglio di Amministrazione insiste sull’obiettivo di sfruttare le possibilità dell’ampliamento della programmazione per

“sperimentare nuove formule di trasmissione, potenziare i settori delle trasmissioni informative e culturali, ed ampliare ulteriormente la zona d’incontro fra la televisione e la cultura, l’arte, il giornalismo italiani”[13].

Fra i due canali, più che di complementarietà, si deve parlare di coordinamento sotto un’unica entità, con il rifiuto netto di ogni possibile autonomia delle direzioni di programmi all’interno delle reti distributive. 

La svolta politica del 1962. L’apertura a sinistra di Aldo Moro e gli equilibri più avanzati del quarto governo Fanfani.

Sul piano politico l’Italia nel 1962 giunge a una svolta e sperimenta equilibri più avanzati. All’ottavo Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, tenutosi a Napoli a fine gennaio il segretario democristiano Aldo Moro, confortato da una larga maggioranza, dà semaforo verde alla cosiddetta “apertura a sinistra” definendo i termini storici dell’incontro fra cattolici e socialisti. Prendendo atto delle conclusioni del Congresso del suo partito, Amintore Fanfani presenta le dimissioni del governo delle ‘convergenze parallele’ e dà vita al suo quarto governo, il primo del centro-sinistra dal quale escono liberali ed esponenti dell’ala destra della Democrazia Cristiana, formato dall’ala sinistra della DC, dai repubblicani e dai socialdemocratici. Il PSI manifesta un’astensione favorevole partecipando al programma del centro-sinistra[14].

Negli stessi mesi in Rai si cominciano a vedere gli effetti ma anche i limiti dell’arrivo di una personalità forte come Ettore Bernabei.

La prima vittima del nuovo direttore generale nel febbraio 1962 è Antonio Piccone Stella estromesso dalla Direzione dei servizi giornalistici e sostituito dall’ex braccio destro di Guala, Luigi Beretta Anguissola, un tecnico non giornalista che lascia maggiore autonomia ai direttori delle due testate.

La seconda vittima sei mesi dopo sarà lo stesso Enzo Biagi, giornalista di prestigio di matrice socialista che era stato nominato su indicazione di Pietro Nenni. Meno di un anno dopo lascia la direzione del Telegiornale, non avendo la possibilità di scegliere giornalisti capaci, svincolati dagli apparati dei partiti. Al posto di Biagi subentra il socialista organico Giorgio Vecchietti “assai più disponibile – secondo quanto scrive Franco Chiarenza – a subire la linea ispiratrice di Bernabei”, a cui verrà affiancato come capo-redattore il fanfaniano Fabiano Fabiani, che, “allora schierato su posizioni di integralismo cattolico” per qualche tempo, rimane l’alleato più stretto di Bernabei[15].

Il potere di Bernabei rimane condizionato al di fuori dei settori strettamente giornalistici a causa dei legami stretti dell’Amministratore Delegato Marcello Rodinò di Miglione, in carica dal 1956 con ampi settori della DC e allo strettissimo rapporto instaurato all’interno con Marcello Bernardi e con l’apparato che, come nelle gestioni precedenti, continua ad assicurare all’Amministratore Delegato un controllo assoluto sui settori diversi da quello giornalistico.

L’imponente crescita degli abbonati e degli introiti fra il 1961 e il 1969

Con l’avvento del centro-sinistra la televisione entra comunque in una nuova fase, beneficiando di una sorta di proprio miracolo economico, che sembra costituire la premessa per passare dall’epoca artigianale alla sua maturazione industriale.

La crescita della Rai negli anni centrali della stagione del monopolio è imponente.

Negli anni Sessanta aumentano gli introiti con la crescita degli abbonati. Pur iniziando allora il fenomeno dell’evasione, gli abbonati al canone salgono a 10 milioni nel 1969.

Fra il 1961 e il 1969 il fatturato della Rai cresce grazie soprattutto alla crescita degli abbonati al canone che alla fine del decennio saranno superiori ai 10 milioni di famiglie, malgrado l’inizio del fenomeno della cosiddetta evasione.

La Rai diventa così la prima industria culturale del Paese con punte di 11 milioni di telespettatori, Con tassi di crescita a due cifre e priva di qualsiasi concorrente, la Rai non deve cercare denaro né tanto meno sponsor. E così può ancora beneficiare di una relativa autonomia gestionale, evitando ulteriori condizionamenti dal potere politico.

Si consolida inoltre nel settore delle partecipazioni statali mantenendo quell’ambivalenza fra sfera pubblica e sfera privata, uno dei tratti distintivi sin dalle origini quasi cent’anni fa delle trasmissioni radiofoniche dell’URI, l’Unione Radiofonica Italiana.

Il successo del “modello Iri” di grandi holding di Stato a capo di aziende a capitale misto

Anche “mamma Rai” partecipa dunque in qualche modo a quello che verrà definito come il “miracolo italiano”. In realtà a questo miracolo italiano concorre tutto il nascente settore delle partecipazioni statali dando vita a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta – a un nuovo sistema misto dell’economia. La modernizzazione dell’economia italiana in questa prima stagione del centro sinistra che si avvale del contributo di un gruppo di pianificatori intorno alla figura di Antonio Giolitti vicini al Partito Socialista passa attraverso alcune concentrazioni realizzate da tre grandi holding di Stato che diventano veri e propri giganti industriali: l’IRI, l’ENI e l’ENEL.

Nel 1962 insieme alla nascita della scuola media unificata spicca la nazionalizzazione dell’industria elettrica con il conferimento degli impianti privati e pubblici all’Enel e l’indennizzo diretto alle società espropriate, fra cui la Società Idroelettrica Piemonte (SIP) del gruppo IRI. L’Istituto per la Ricostruzione Industriale approfitta di quest’ingente liquidità per investire nella telefonia, ispirandosi all’esempio virtuoso in occasione della nazionalizzazione delle ferrovie nel 1905, quando ingenti capitali, affluiti alle ex concessionarie come indennizzo per l’esproprio, erano stati indirizzati verso la produzione di energia elettrica.

Mentre l’economia italiana cresce ad alti ritmi, l’IRI rimane ancora nel corso degli anni Sessanta tra i protagonisti del “miracolo” italiano e la Rai ne è certamente uno dei beneficiari.

Il caso italiano di investimento da parte dello Stato nell’industria delle cosiddette partecipazioni statali diventa per certi versi un modello.

Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guarderanno alla “formula IRI” come ad un esempio positivo di intervento dello Stato nell’economia, migliore della semplice “nazionalizzazione” perché permette una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato. In molte aziende del gruppo IRI il capitale è appunto misto, in parte pubblico, in parte privato[16].

Ai vertici dell’IRI si insediano esponenti della DC come Giuseppe Petrilli, presidente dell’Istituto per quasi vent’anni (dal 1960 al 1979).

Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della “formula IRI”. Attraverso l’IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti: l’IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avrebbe generato “oneri impropri”, cioè anche in investimenti antieconomici[17].

La cessione delle azioni della SIP nel capitale Rai alla controllante Stet dopo l’unificazione della telefonia con la fusione per incorporazione delle vecchie concessionarie

Di riflesso strategie e nuovi centri di interesse della holding capofila IRI influenzano la politica industriale dell’intero settore delle comunicazioni, e quindi aumentano – almeno potenzialmente – le sinergie che possono essere avviate dalle aziende telefoniche anche con il mondo audiovisivo, come già avvenuto grazie allo sviluppo della filodiffusione.

In realtà l’universo delle partecipazioni statali e, nella fattispecie, il ruolo della holding azionista della Rai, si evidenzia soprattutto sul piano interno nelle modalità di gestione finanziaria di un’azienda florida e in forte espansione[18] che, come tale, non richiede interventi di salvataggio da parte dello Stato ma, anzi, tende a soddisfare le richieste della politica, cercando, al contrario, di condizionarne le decisioni a suo favore.

Peraltro sin dalla fine dell’esercizio del 1963 emerge – come notato da Chiarenza – “la ‘forbice’ fra costi presenti e introiti progressivamente meno crescenti”. Di fronte a questo trend

“L’IRI, nella sua veste i azionista di maggioranza, lanciava ripetuti avvertimenti e invitava la Rai ad una politica di spesa e di investimenti più cauta, ammonendo che, senza tempestivi mutamenti di rotta, sarebbe stato estremamente difficile in futuro riequilibrare la situazione dell’azienda”[19].

In queste condizioni appare del tutto evidente né la Rai né l’IRI possono impedire alla magistratura di esercitare una funzione di controllo sui suoi bilanci: una determinazione della Corte dei Conti del 6 febbraio 1962 fissa le modalità di attuazione del controllo della Corte stessa sulla gestione finanziaria della Rai.

Due anni dopo, nel dicembre 1964, cambierà nuovamente l’assetto azionario di un’azienda che, sin dal 1952, attraverso l’IRI, opera all’interno del sistema delle partecipazioni statali. La Rai passerà sotto l’orbita di controllo della STET[20], società finanziaria telefonica detenuta dallo stesso Istituto.

Ciò avviene nel momento in cui, sotto la spinta del direttore generale dell’IRI Silvio Golzio, assistiamo all’unificazione della telefonia in Italia con la fusione per incorporazione delle cinque concessionarie (Stipel, Telve, Timo, Teti e Set) nella Sip elettrica[21]. Attraverso questa proceduratutte le società controllate dalla vecchia Sip sono incorporate nella nuova SIP – Società Italiana per l’Esercizio Telefonico, controllata dalla Stet[22].

Una nuova concessione tra Stato e SIP sancirà il ruolo della nuova SIP in qualità di concessionaria operativa su tutto il territorio nazionale[23].

Pertanto, in relazione alla modifica della sua ragione sociale, il 21 dicembre 1964 la nuova SIP cederà alla controllante STET la sua partecipazione del 22,90 per cento detenuta nel capitale della Rai.

Malgrado la crescita dei controlli esercitati, grazie a risorse rimaste abbondanti, la Rai può procedere senza problemi nella modernizzazione tecnologica dei suoi apparati di produzione e trasmissione.

Gli investimenti per la modernizzazione tecnologica degli apparati di produzione, l’espansione degli studi e dei centri di produzione, e l’estensione dell’illuminazione dei segnali (1962-1974)

Fra il 1962 e il 1974 assistiamo a due importanti innovazioni di natura tecnologica che migliorano sensibilmente e progressivamente le condizioni della produzione televisiva.

Nel 1962, con l’introduzione degli Ampex che consentono la registrazione video su nastri magnetici, la televisione si affranca dalla diretta e può separare il momento della produzione da quello della messa in onda. La registrazione videomagnetica consente non solo la registrazione ma anche di montare le immagini elettroniche[24].

Dodici anni dopo, nel 1974, l’apparizione di nuove piccole telecamere, chiamate in inglese camcorder, consente di realizzare riprese esterne prima solo realizzate su pellicola e quindi riversate attraverso il cosiddetto tele-cinema, riducendo sensibilmente i tempi fra la ripresa e la messa in onda di un servizio trasmesso nell’ambito di un telegiornale.

In questi anni, dopo aver dato vita al Centro di Produzione di via Teulada la Rai prosegue la propria crescita inaugurando, nel marzo 1963, a Napoli, un nuovo Centro di Produzione radiofonico e televisivo[25]. Nell’ottobre 1965 viene inaugurato a Milano un nuovo studio televisivo. Un anno dopo entra in funzione un altro studio a Roma. Infine nell’ottobre 1968 viene inaugurato il nuovo Centro di Produzione di Torino.

Parallelamente nascono a partire dalla fine degli anni Cinquanta le sedi regionali nei capoluoghi delle future Regioni ed entrano in funzione, dopo New York, i primi studi degli uffici di corrispondenza a Londra nel 1965, a Hong Kong nel 1967, a Parigi e Beirut nel 1969, e a Bonn nel 1970.

Cresce anche l’illuminazione della rete di impianti di trasmissione e di ripetizione dei segnali. Alla fine del 1968 la rete del Programma Nazionale televisivo serve il 98,3 per cento della popolazione italiana, mentre quella del Secondo Programma ne raggiunge oltre il 90 per cento.

Le prime sperimentazioni di trasmissioni televisive a colori.

Nel 1962 inizia la sperimentazione della televisione a colori. Il 9 luglio 1962 il trasmettitore del Secondo Programma televisivo di Roma-Monte Mario irradia i primi segnali televisivi a colori nello standard americano Ntsc. L’anno successivo, in via Asiago, viene attrezzato uno studio sperimentale di televisione a colori. Il 15 ottobre 1963 si riunisce a Roma il Gruppo “ad hoc” per la televisione a colori dell’Unione Europea di Radiodiffusione (URER). In questa occasione, presso lo studio P1 di via Asiago e da alcune postazioni campali nell’area urbana di Roma, vengono effettuati esperimenti comparativi fra i diversi standard di trasmissione esistenti: Ntsc, Secam e Pal.

Il 15 gennaio 1964 i trasmettitori del Secondo Programma televisivo, di Torino-Eremo, Milano, Monte Venda, Roma-Monte Mario e Monte Faito, irradiano trasmissioni quotidiane di segnali di prova di televisione a colori per l’industria secondo i sistemi Ntsc, Secam e Pal.

Il 3 maggio 1966 su invito dell’UER, la Rai organizza a Roma dimostrazioni comparative di televisione a colori con sistemi Ntsc, Secam e Pal per i rappresentanti dei paesi membri dell’UER, dell’OIRT (organismo che riunisce tutte le emittenti pubbliche dei paesi appartenenti all’Europa orientale), e delle Amministrazioni delle Poste e Telecomunicazioni e dell’Industria.

Malgrado quest’intensa attività di sperimentazioni, avviate da un gruppo di tecnici e ingegneri di altissimo livello nell’ambito del Laboratorio ricerche istituito a Torino nel 1961 nato sulle ceneri del “Laboratorio e Officine” risalente al 1930, bisognerà aspettare ancora più di un decennio, prima di disporre di un servizio regolare di trasmissioni televisive a colori, non senza produrre effetti molto negativi per la nostra industria elettronica nazionale, come vedremo più avanti.

Le elezioni politiche del 1963 e l’avvio della stagione dei governi Moro di centro-sinistra organico

La politica, che sinora ha avuto nella Rai uno spazio marginale, circoscritto all’informazione filogovernativa nei telegiornali, irrompe prepotentemente negli schermi con le prime tribune politiche che inaugurano la campagna elettorale del 1963, quando ormai davanti al televisore sono incollati milioni di italiani[26].

Le elezioni dell’aprile 1963, pur non premiando l’alleanza di centro-sinistra[27] ed impedendo inizialmente ai socialisti autonomisti di Pietro Nenni di realizzare subito un accordo di governo con la DC, dopo un governo monocolore di transizione presieduto da Giovanni Leone, spalancano alla fine dell’anno le porte di Palazzo Chigi ad Aldo Moro e a Pietro Nenni che all’inizio di dicembre, pochi giorni dopo il drammatico assassinio oltreoceano del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy, danno vita al primo governo di cosiddetto centro-sinistra ‘organico’.

I socialisti entrano nella “stanza dei bottoni”.

In Rai crescono non solo le tribune politiche ed elettorali. Al telegiornale il nuovo capo redattore Fabiano Fabiani viene affiancato al socialista Giorgio Vecchietti. Con l’attuazione della riforma della radiofonia, le edizioni giornaliere del giornale radio salgono a ventidue (dieci anni prima, nel 1954, erano dodici), mentre le ore di programmazione radiofonica salgono a 16.254[28].  

Vi sono poi i programmi regionali messi in onda dalle quattordici sedi regionali e dai quattro centri di produzione[29]: Trieste e Bolzano curano anche notiziari in lingua slovena e tedesca per le minoranze etniche.

Sempre più forte all’interno dell’azienda, con l’assenso di Sergio Pugliese, Ettore Bernabei d’intesa con Marcello Rodinò procede ad un’ulteriore ristrutturazione dei programmi televisivi con il duplice obiettivo di:

Si crea altresì il Comitato per la Programmazione per l’Ideazione dei programmi, di cui fanno parte il Direttore Generale, quattro Direttori e il Direttore per la programmazione, con il compito di distribuire i programmi sui due canali costruendo le serate televisive, organismo. Tale organismo, cui spetta decidere la collocazione dei singoli programmi sulle due reti e gli orari della loro messa in onda, è diretto da Pier Emilio Gennarini, affiancato da Giovanni Salvi con la qualifica di vice-direttore. Secondo Franco Chiarenza questo nuovo organismo ha come obiettivo quello di favorire il nuovo corso di sperimentazioni:

Il centro-sinistra incombeva, poteva essere necessario produrre anche programmi ’avanzati’ che in precedenza non sarebbero stati consentiti; ma bastava collocarli nella programmazione in maniera da coincidere con altri stimolanti appuntamenti popolari, per ottenere il duplice effetto di dimostrare che la Rai era aperta al nuovo corso e far vedere solo a pochissime persone i programmi non graditi alla DC” [32].

Dopo la separazione fra ideazione ed esecuzione interviene una seconda separazione fra l’esecuzione e la trasmissione.

La gestione centralistica di Bernabei: un mix di capacità di soddisfare esigenze esterne della politica mantenendo criteri di competenza e merito nella ricerca di nuovi quadri

Il modello ibrido, metà servizio-metà impresa, impresso alla Rai regge alla prova d’urto della società di massa a differenza di altri Paesi europei come la Francia, dove l’ORTF rimane troppo a lungo un’appendice dell’apparato statale.

La crescita a due cifre degli investimenti pubblicitari nella società italiana in trasformazione degli anni Sessanta e quindi del fatturato pubblicitario Rai, a fianco della crescita del gettito derivante dall’aumento degli abbonamenti al canone, oltre alle nuove modalità di controllo sulla gestione finanziaria degli investimenti per la modernizzazione tecnologica degli apparati di produzione, per l’estensione dell’illuminazione dei segnali e per la sperimentazione di nuove tecnologie di diffusione e fruizione, rendono i nuovi gruppi dirigenti aziendali molto forti e capaci di accontentare le richieste di assunzione da parte della politica senza subirne troppo i ricatti.

In qualche modo l’indirizzo strategico impresso dai governi di centro-sinistra favorisce l’assolvimento della missione di servizio pubblico affidando direttamente ai propri uomini, sotto la possente guida di Bernabei, una gestione diretta dell’azienda, capace non solo di soddisfare esigenze esterne, ma anche di assumere criteri di competenza e di merito, mantenendo un rapporto fertile con l’università nella ricerca dei nuovi quadri aziendali.

Solo con la contestazione studentesca, l’autunno caldo, la crisi del centro sinistra, e, soprattutto, con la fine del ciclo di espansione economica per la Rai si iniziano a capire, anche al di fuori di piccoli e ristretti circoli politici, le ragioni che rendono necessario da un lato una riforma in senso pluralista del servizio pubblico, dall’altro il superamento del regime di monopolio e di una gestione monocratica come quella impressa all’azienda da Ettore Bernabei.

I caratteri della missione del servizio pubblico negli anni dell’apogeo del monopolio

Con l’avvento del nuovo gruppo dirigente bernabeiano che sostituisce progressivamente il vecchio gruppo dirigente piemontese, si vengono pertanto a precisare e rafforzare i caratteri che contraddistinguevano il servizio pubblico nella sua prima stagione televisiva in regime di monopolio.

Il servizio pubblico radiotelevisivo in Italia era andato via via strutturandosi dal 1954 in poi accentuando talune caratteristiche che vale la pena di ricordare. Esse erano legate alla “missione” affidata alla RAI, titolare del monopolio, che si proponeva di conseguire obiettivi fondati su principi allora difficilmente discutibili.

Innanzitutto la RAI doveva assolvere all’imperativo nazionale di assicurare la distribuzione del segnale su tutto il territorio della Penisola. Titolare di una sorta di “monopolio naturale” giustificato dalla scarsità delle frequenze e dei mezzi fisici di diffusione, il servizio pubblico doveva mirare all’estensione delle trasmissioni a tutto il territorio, senza eccezioni, per offrire pari opportunità di accesso a tutti i cittadini della Repubblica.

In secondo luogo, in nome dello stesso principio costituzionale di uguaglianza fra tutti i cittadini della Repubblica, si attribuiva ai media radiofonici e televisivi un ruolo fondamentale per la democrazia, e cioè la formazione e la manifestazione della pubblica opinione. Da un lato si doveva assicurare il diritto all’informazione, ampliando la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica; dall’altro si pretendeva di garantire l’indipendenza e l’obiettività dell’informazione e il rispetto del pluralismo politico e culturale.

In terzo luogo veniva assegnato al servizio pubblico un obiettivo culturale e nazionale per la formazione “intellettuale e morale” dei cittadini. Per la Rai, come per gli altri broadcaster pubblici, in Europa si pensò allora di mirare alla formazione e all’intrattenimento dei cittadini, mediante una sorta di moderna agenzia educativa nazionale, incaricata in qualche modo di affiancare e di integrare la pubblica istruzione tradizionale.

Infine la televisione pubblica ha dato voce e risonanza ai cosiddetti settori culturali deboli dell’industria dello spettacolo: dal cinema d’autore al teatro, dalla musica al balletto.

Contemporaneamente la Rai ha cercato di assolvere all’obbligo di promuovere la lingua italiana, la cultura, l’arte, lo spettacolo, l’informazione per le comunità nazionali residenti all’estero, ed è stata sensibile al dovere di tutelare e garantire l’accesso ai mezzi di informazione e la libertà d’espressione per le minoranze etniche e linguistiche.

Ha cercato poi di assicurare un progressivo decentramento territoriale ideativo e produttivo del servizio pubblico per meglio servire la complessità economica, sociale e culturale del Paese.

C’è qualcosa che certamente contraddistingue i servizi radiotelevisivi pubblici lungo tutta la stagione del monopolio e nella fattispecie la Rai rispetto agli operatori televisivi privati successivamente subentrati. Nel ventennio 1954-1974 fu garantita una larga differenziazione per generi nella programmazione radiofonica e televisiva con maggiore completezza e qualità dell’offerta.

Va altresì ricordata una caratteristica di cui la Rai può beneficiare, se non fino alla fine del monopolio, perlomeno sino all’inizio degli anni Settanta, quando cambiano i gusti e i comportamenti soprattutto dei giovani. Le scelte dei programmi sono operate in base ai cosiddetti indici di gradimento e non su dati e valori assoluti di ascolto. All’eccezione delle aree periferiche dove si potevano ricevere programmi esteri non esisteva infatti nessuna concorrenza con altre televisioni né quindi competizione sugli indici di ascolto. L’alternativa principale rimane ancora quella di andare al cinema.

La centralità della televisione nella società italiana in trasformazione degli anni Sessanta (1963-1969)

Alla fine del 1963 circa 25 milioni di persone, ovvero ben i due terzi della popolazione italiana, seguono i programmi televisivi almeno una volta alla settimana, mentre nella media giornaliera i telespettatori superano i 14 milioni. Sinora le classi medie hanno avuto un ruolo di leadership nel consumo radiotelevisivo portando il numero degli abbonati a quasi 5 milioni.

“Lo sviluppo delle comunicazioni di massa, stampa, cinema, radio e la televisione, non fa che correre dietro alle trasformazioni profonde del Paese, alle grandi migrazioni, agli sventramenti e al rivoluzionamento dell’urbanistica delle città e del paesaggio delle campagne. Siamo in pieno miracolo economico […] Lo spettacolo televisivo allarga gli orizzonti di ognuno verso i problemi sociali dell’epoca, porta informazioni su ambienti e modi di vita diversi, scardina valori tradizionali e profondamente radicati”[33].

Gli inserzionisti pubblicitari se ne accorgono presto. Con un accordo tra la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), la FIP (Federazione Italiana Pubblicità) e l’UPA (Utenti Pubblicità Associati), viene costituito il 1° febbraio 1964 il Comitato Permanente Interfederale della Pubblicità, con lo scopo di coordinare continuativamente gli sforzi delle tre organizzazioni per il migliore sviluppo della pubblicità.

Nel gennaio 1966 le organizzazioni aderenti al Comitato Permanente Interfederale della Pubblicità e la Rai ratificano il Codice della lealtà pubblicitaria. Il 30 marzo la Rai aderisce al Comitato Permanente Interfederale della Pubblicità. Il 12 maggio 1966 ufficialmente insediato il Giurì incaricato di vigilare sulla applicazione del Codice della lealtà pubblicitaria.

Un anno dopo, il 9 ottobre 1967, con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, viene istituita presso la Direzione Generale dei Servizi delle Informazioni e della Proprietà Letteraria, Artistica e Scientifica una Commissione paritetica Rai- FIEG per la ricerca e il raggiungimento d’intese sui problemi della pubblicità e sul coordinamento programmatico dei correlativi servizi.

Il 29 novembre 1968 la Commissione paritetica Rai-FIEG per i problemi della pubblicità esprime parere favorevole sui criteri di distribuzione della pubblicità televisiva ai quali dovrà attenersi la SIPRA. Nel maggio 1969 viene costituito il Comitato Pubblicità Progresso, del quale fanno parte anche la Rai e la SIPRA, e il cui programma è l’ideazione e la realizzazione di campagne pubblicitarie di pubblico interesse al servizio della collettività.

Del nuovo peso della televisione se ne accorgono anche gli esercenti cinematografici di fronte al calo del botteghino. Con la legge del 4 novembre 1965 è istituito un Comitato ministeriale competente a stabilire, in difetto di accordi tra le organizzazioni di categorie e la Rai, il tempo minimo di trasmissione di film e telefilm italiani in rapporto a quelli stranieri nei programmi televisivi.

La nascita dei rotocalchi e delle grandi inchieste televisive

La modernizzazione degli apparati di produzione e di montaggio avrà ripercussioni immediate soprattutto nella produzione dell’informazione, non solo dei telegiornali ma anche dei rotocalchi, e in quella dei cosiddetti programmi-inchiesta e dei cosiddetti “speciali” e “viaggi” realizzati dalla redazione del telegiornale.

Nel 1963 nasce Tv7, che, riprendendo lo stile dei cinegiornali e adottando una struttura che ricorda da vicino il telegiornale, propone sette-otto servizi di approfondimento, trattando gli argomenti in 5 minuti.

Ma anche la radio cambia linguaggio e l’informazione si trasforma apparendo più vicina all’interesse degli ascoltatori. In occasione della frana del Vajont, che provoca la morte di 2 mila persone, il 9 ottobre 1963 la radio tiene continuamente aggiornati gli ascoltatori con notiziari e servizi speciali.  

Gli italiani chiedono alla televisione di partecipare a quella che è stata definita “la cerimonia del video”, ovvero autenticità, immediatezza e partecipazione dal vivo ai programmi.

L’inchiesta dilaga in televisione come

“ricerca di una contemporaneità fra emissione e avvenimento, come informazione legata ad una realtà sociale, a una cronaca quotidiana, ad un’istantaneità spazio-temporale”[34].

Sono le premesse per un nuovo ruolo meno passivo e da protagonista da parte del telespettatore, che desidera sempre di più essere messo nelle condizioni, se non ancora di scegliere quali programmi vedere, perlomeno di partecipare ai programmi che sono stati prescelti dalla Rai.

Il 1964 e l’avvicendamento al vertice nell’anno della prima crisi interna al centro sinistra 

Il 1964 è l’anno della seconda scissione socialista, questa volta alla sinistra del PSI, con la nascita del PSIUP, della nascita del cosiddetto centro-sinistra organico, che, peraltro, esaurisce l’ondata riformatrice degli anni precedente, della morte di Palmiro Togliatti e del tentativo mai chiarito di colpo di Stato, dopo le dimissioni dal Quirinale del Presidente Antonio Segni, che porteranno, alla fine dell’anno, all’elezione di Giuseppe Saragat anche con i voti dei comunisti, dopo ben ventuno scrutini e un lungo braccio di ferro con Moro, lanciato da parte di Fanfani per impedire l’elezione di Giovanni Leone, contrastato dai partiti di sinistra favorevoli alla nomina di un laico come Pietro Nenni[35].

In questo quadro politico, molto complesso e pieno di insidie non solo esterne al partito che spinge il suo governo a rinviare le riforme, l’altro grande cavallo di razza democristiano, Aldo Moro, artefice della nuova maggioranza, subentrato ad Amintore Fanfani a Palazzo Chigi, tenta la scalata alla Rai, divenuto ormai un feudo indiscusso dei fanfaniani.

La DC, dopo la flessione elettorale subita nel 1963, interpreta la gestione della maggioranza come un perenne compromesso tra le velleità riformatrici troppo audaci dei socialisti e le diffidenze dell’elettorato conservatore che aveva fatto sentire il suo malumore. Nessuno meglio del mediatore Moro – costretto peraltro a lasciare al doroteo veneto Mariano Rumor la carica di segretario del partito di maggioranza della coalizione – poteva svolgere questo ruolo.

È In quello che si preannuncia come un passaggio politico delicato che in primavera viene a scadenza il mandato del vertice aziendale e continua quella che viene definita come la danza dello specchio politico in Rai. Nel maggio 1964 si insedia una nuova presidenza costituita dall’ambasciatore Piero Quaroni con due vice-presidenti, Italo De Feo e Giorgio Bassani, che rappresentano rispettivamente il PSDI e il PSI. Marcello Rodinò di Miglione, protetto dai dorotei, rimane Amministratore Delegato, e, Bernabei, Direttore Generale. Il repubblicano Emanuele Terrana e il dirigente dell’IRI Silvio Golzio, artefice dell’unificazione della telefonia intorno alla nuova SIP, entrano nel Comitato Direttivo. Inizia lo scontro diretto di Bernabei con Rodinò.

Il cambio radicale del modello organizzativo: dalle direzioni di canale all’articolazione per generi

A poche settimane dall’insediamento del nuovo vertice, nel giugno 1964, emerge un radicale cambiamento nel modello organizzativo della Rai.

La Direzione centrale Programmi televisivi, che rimane sotto la guida di Sergio Pugliese, non si articola più per direzioni di rete (o di canale) ma per generi: spiccano la Direzione dello spettacolo diretta da Leone Piccioni, con cinque servizi, e la Direzione delle trasmissioni culturali e di categoria, anch’essa con cinque servizi (fra cui quelli diretti da Emanuele Milano, Sergio Silva, Angelo Guglielmi). A cavallo fra le due direzioni rimangono confermate la Direzione della produzione di musica leggera, rivista e varietà e, pur con significativi cambiamenti, le due direzioni di supporto, ovvero la Direzione dei mezzi di produzione e del coordinamento (che acquisisce anche il servizio riprese esterne) e la direzione dei servizi amministrativi e generali (che perde il servizio scritture). Questo nuovo modello reggerà per dieci anni sino all’uscita di scena di Ettore Bernabei nel 1974. La Direzione Centrale dei Servizi Informativi sotto la guida di Beretta Anguissola, vede confermati il cattolico Costantino Granella alla Direzione del Giornale Radio e il socialista Giorgio Vecchietti alla Direzione del Telegiornale, circondato dalVice Direttore Fabiano Fabiani e da tre caporedattori: (Luca di Schiena, Emilio Rossi e Franco Melandri), Jader Jacobelli alla Direzione dei servizi di collegamento fra il Giornale Radio e il Telegiornale, e Delio Mariotti ai Notiziari e Servizi informativi per l’estero. Quanto al telegiornale, inizialmente strutturato in una segreteria di redazione, nel 1964 vedrà la costituzione della redazione Telecronache e attualità, a cui andranno ad aggiungersi nel 1966 le redazioni Notiziari, Periodici, Servizi Speciali e Incontri e dibattiti, per poi stabilizzarsi nel 1970 in tre aree: Notiziari, con cinque redazioni, Speciali, con tre redazioni, e Supporto, con quattro redazioni, ovvero: Segreteria di Redazione, Produzione, Coordinamento ed Edizione.

La trasformazione della radio, la prima segmentazione del pubblico e lo snellimento della programmazione (1964-1966)

Anche la radio procederà rapidamente nel suo processo di rapida innovazione tecnologica procedendo nell’ottobre 1964 alle prime trasmissioni stereofoniche.

Grazie al transistor, applicato su larga scala ai nuovi apparecchi radiofonici e all’autoradio, la radio diventa portatile, seguendo l’individuo nei suoi movimenti ed entrando rapidamente anche nelle camere da letto dei giovani.

La radio affronta pertanto nuove sfide. L’avvento del transistor permette una comunicazione sempre più agile facendo della radio un oggetto piccolo e leggero che ci segue ovunque.

Se la televisione si impone come mezzo destinato al grande pubblico, la radio continua a svolgere il suo compito di modernizzazione, accentuando la sua portata innovativa. Mescola strategie di ascolto di massa a proposte più mirate, collauda spazi di intrattenimento destinati al grande successo come Gran Varietà e La Corrida e lancia popolari programmi giovanili come Bandiera Gialla.

La radio deve fare i conti con i primi concorrenti.

Nel 1966 cominciano. seguendo l’esempio francese, le trasmissioni della prima radio “periferica”, ovvero diffusa da uno Stato estero, Radio Montecarlo, che fungerà da battistrada delle radio ‘libere’ degli anni Settanta.

Troviamo in nuce alcune caratteristiche che emergeranno 15-20 anni dopo con la cosiddetta programmazione di flusso delle televisioni commerciali, ovvero la quotidianità del contatto e la ripetitività.

Da protagonista del tempo libero la radio diventa colonna sonora, ininterrotto rumore di fondo della giornata, che troverà la sua massima diffusione nella filodiffusione e negli apparecchi portatili.

In ogni caso in questo nuovo quadro i tre canali radiofonici della Rai assumono una precisa identità per chi ascolta con maggiore attenzione ai giovani[36], alla attualità[37] e alla divulgazione musicale. Contemporaneamente, con Buon pomeriggio, nascono i primi programmi-contenitore, mentre parallelamente, in previsione dell’istituzione delle Regioni, vengono organizzati i cosiddetti Gazzettini regionali all’interno del secondo programma radiofonico, avvicinando gli ascoltatori ai problemi della propria regione.

Il telegiornale italiano nella stagione dei primi collegamenti via satellite (1965-1969)

Nell’aprile 1965 viene lanciato il primo satellite per telecomunicazioni commerciali da INTELSAT 1[38], denominato Early Bird, il quale, con una potenzialità di 240 conversazioni simultanee, consente di realizzare i primi circuiti commerciali tra Europa e Nord America. Nel tempo trasformerà la copertura degli eventi internazionali da parte del telegiornale che già si avvale del circuito dell’Eurovisione.

“Dalla seconda metà del decennio – osserva Andrea Melodia – il telegiornale ha ormai una struttura complessa e articolata; i fatti rilevanti del giorno vengono affrontati da diverse angolazioni prospettiche. La politica estera è molto sviluppata, compaiono i primi “pastoni politici”, la cronaca è limitata ad alcuni generi (molta cronaca bianca, poca rosa, cronaca nera limitata a fatti realmente importanti). Non si dà molto spazio alle polemiche, e le opinioni dell‘opposizione (ma anche della maggioranza) vengono riportate in modo asettico e poco conflittuale[39]; questa è del resto la linea, a quei tempi, di tutta la stampa “indipendente”, cioè non legata ai partiti politici (ma piuttosto vicina alle forze economiche del paese)”[40].

Le sedi regionali della RAI non trasmettono solo i Gazzettini regionali sul secondo canale della radio. Sono “ormai tutte dotate di troupe di ripresa cinematografica, con pellicola 16 millimetri invertibile bianco e nero”[41]. Si cominciano a costruire, anche nei capoluoghi di regione non dotati di un centro di produzione, piccoli studi televisivi che servono per realizzare contributi e collegamenti nei telegiornali nazionali in caso di calamità, di eventi di rilievo o per realizzare interviste. A queste innovazioni tecnologiche non corrisponde peraltro un salto di qualità del prodotto. Fino alla riforma del 1975 la RAI si muove senza ombra di dubbio in un quadro istituzionale e normativo che la collega a filo doppio al governo, disponendo di alcuni corrispondenti all‘interno dell‘amministrazione dello Stato, e dai principali ministeri: oltre che dal Parlamento e dai partiti politici, riceve regolarmente “veline” con informazioni ufficiose e orientamenti.

Il cambio di stagione politica con l’arrivo dei socialisti nella stanza dei bottoni non cambia, anzi la nuova dirigenza democristiana rafforza l’impressione di avere a che fare con un latifondo espressione della rinnovata egemonia del partito cattolico. Del resto l’Italia non è la sola. In Francia l’ORTF più che la “voce della Francia” sotto il controllo di un ministro dell’informazione, appare la voce del gollismo al potere.

Tuttavia – secondo Andrea Melodia – i dirigenti RAI compresero, Ettore Bernabei e Fabiano Fabiani in particolare, che per affermare il ruolo del servizio pubblico televisivo occorreva che la autorevolezza della sua informazione venisse sostanzialmente accettata da tutti gli italiani, indipendentemente dalle opinioni politiche in cui si riconoscevano.

Ecco dunque che uno sforzo visibile di apparire imparziali e di dare spazio a tutte le voci – sempre attenti però a mitigare i contrasti – si mescola alla necessità di non ignorare le pressioni o le lamentele del politico di turno, soprattutto quando questi ricopriva ruoli istituzionali che rendevano in qualche modo legittima la sua interferenza con un sistema di informazione e comunicazione appartenente alla sfera pubblica – anche se regolato dal diritto privato – e tenuto a rispondere al Governo, attraverso il Ministero delle Poste, del suo operato.

Indubbiamente – conclude Melodia – questo dualismo tra rispetto della pluralità politica e opinione ufficiale dell‘esecutivo si collocava in un sistema di valori politici, sociali e culturali sostanzialmente condiviso all‘interno della redazione; esso tuttavia generava conflittualità interna, destinata ad aumentare in modo considerevole con l’avvento del centro sinistra e l’ingresso dei socialisti al governo (e nella RAI).[42].

L’aumento della conflittualità interna nelle redazioni dopo l’ingresso dei socialisti al governo.  Il caso della politica estera, a partire dl marzo 1965, dopo lo scoppio della guerra in Vietnam

Esso tuttavia genera conflittualità interna, destinata ad aumentare in modo considerevole con l‘avvento del centro sinistra e l‘ingresso dei socialisti al governo (e nella RAI).

La tensione riguarda in modo particolare le interpretazioni della politica estera, che come si è detto in quegli anni costituiva una parte molto importante dell‘informazione. Lo scontro tra atlantisti filoamericani e fautori del dialogo con l‘est spaccava al suo interno il mondo cattolico; la Democrazia cristiana in ogni caso esprimeva su questi temi opinioni molto più aperte al dialogo rispetto ad alleati laici nel governo, come il Partito socialdemocratico (al quale tradizionalmente spettava la vicepresidenza della RAI).

Lo scoppio della nuova fase – con l’intervento americano nel marzo 1965 della guerra del Vietnam che si concluderà solo dopo un decennio solo nel 1975 – è un momento particolarmente lacerante da questo punto di vista; il telegiornale ne affida il racconto principalmente a Vittorio Citterich, un giornalista cattolico che si mostra sempre equilibrato ed equidistante. Ma le motivazioni ideali dei vietcong e i loro successi nel conflitto contro gli americani non vengono nascosti.

Seguendo l‘esempio dei grandi network televisivi americani, che ebbero un ruolo molto importante nel delegittimare progressivamente l‘intervento militare nel sud-est asiatico del loro paese, la televisione italiana porta quotidianamente il conflitto nelle case[43] e, senza negare formalmente solidarietà agli alleati, contribuisce a generare dubbi sulla utilità di quella guerra.  La lunga guerra del Vietnam diventa occasione di sviluppo per edizioni di telegiornale e servizi speciali molto ricchi e articolati con collegamenti, anche in diretta, e contributi di vario genere dalle principali città del mondo. Il 6 giugno 1967 segnerà in qualche misura il passaggio dal vecchio notiziario al moderno telegiornale. La guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi arabi ne mette in evidenza la centralità. Con la nuova conduzione affidata ad Arrigo Levi sparisce quasi la figura dello speaker sino allora dominante.

La Democrazia Cristiana e la via nazionalpopolare alla cultura di massa

Si inaugura in ogni caso nel 1965 una stagione di quattro anni che durerà fino all’autunno caldo nel 1969 in cui la programmazione televisiva, sotto il controllo della Democrazia Cristiana appare in forte ritardo sulle trasformazioni sociali del paese, mentre al contrario la radio – esposta alla concorrenza di Radio Montecarlo – vive una nuova primavera con i programmi per i giovani e la diffusione dei transistor[44].

Lo riconosce la stessa relazione di bilancio consuntivo per il 1965:

“Si avverte ormai l’impossibilità di continuare a lungo nel porgere ad una platea di 10 milioni di telespettatori tipi di spettacolo pensati per 100 mila persone, con gli analoghi problemi che questo rapporto di massa pone per tutte le altre forme di produzione televisiva mutuate dai normali generi di spettacolo o da normali strumenti di informazione […]. Una grande azienda di spettacolo e di promozione culturale come la Rai deve esercitare una sua attività responsabile per suscitare in ogni settore della cultura nazionale forme sempre più ricche e sempre più appropriate del grande dialogo tra gli uomini di cultura e la massa popolare, che è la specifica e affascinante funzione di un pubblico servizio dei mezzi radiofonici e televisivi”[45].

Di qui il tentativo, in polemica contro il cinema neorealista e con i suoi sviluppi più recenti (in particolare Michelangelo Antonioni), dietro il nobile intento di esaltare la missione del servizio pubblico in vista di un grande progetto pedagogico di massa e in particolare per gli strati non completamente scolarizzati, di

“mobilitare tutte le forze intellettuali disponibili nell’area della lingua italiana per indurle a pensare, scrivere e realizzare testi e sceneggiature di opere drammatiche, di opere di varietà e di opere cinematografiche capaci di interessare le grandi masse dei telespettatori italiani – il 60 per cento dei quali, non dimentichiamolo, ha la sola istruzione elementare – senza lasciare troppo vaste zone d’ombra alla incomprensione o al disagio psicologico e sociale”[46].

Una via democristiana alla comunicazione di massa del tutto incapace di percepire la portata delle trasformazioni sociali in corso, tentata da un pedagogismo autoritario e neo temporale in forte polemica con le più avanzate esperienze didattiche, preoccupato solo di perpetuare forme prescrittive di controllo sociale che nel tempo verranno sempre più percepite dai giovani come inaccettabili ed in ogni caso inadeguate ai nuovi tempi. E che ritroveremo, sotto mentite spoglie, anche negli anni del riflusso dopo la stagione della politicizzazione fra il 1968 e la stagione del consociativismo e dei governi di unità nazionale, con il tentativo di dar vita a nuove forme esasperate di convivenza fra la ricerca massima dell’audience e la riedizione in salsa post-moderna della vecchia cultura nazionalpopolare tentata negli anni del Ministero della Cultura Popolare.  

Siamo lontani dallo spirito di apertura del primo centro-sinistra.

L’uscita di scena di Rodinò sostituito nel giugno 1965 da Gianni Granzotto come Amministratore Delegato

Il braccio di ferro avviato da Bernabei con Rodinò, in carica dl giugno 1956, si conclude nell’aprile 1965. Alla fine del mandato dell’Amministratore Delegato Rodinò, la Rai si presenta ancora come un’azienda economicamente sana, con entrate al 31 dicembre 1964 per 88,284 miliardi di lire[47], a fronte di spese per 87,759 miliardi[48]. Il saldo di 525 milioni

“probabilmente nascondeva utili reali molto più consistenti mascherati in bilancio attraverso l’alleggerimento delle valutazioni patrimoniali, gli ammortamenti e altre consuete manovre contabili”[49]

Rodinò si barcamena finché può tra l’IRI, che continua a protestare per l’espansione delle spese, e Bernabei, che tendeva a promuovere un’ampia alleanza politica per rinnovare i quadri aziendali allontanando dai posti di potere i vecchi dirigenti[50]. Legato ad una realtà politico amministrativa ormai superata dalle circostanze[51], Rodinò viene sacrificato dal gruppo dirigente Doroteo.

La Rai si trova alla fine del mandato di Rodinò alle prese con la mancata osservanza della Sentenza della Corte Costituzionale che aveva dato una base di legittimità al monopolio, agganciandola però al principio dell’imparzialità, per la cui attuazione si suggeriva una più ampia e articolata possibilità di accesso delle diverse componenti politiche e sociali.

Bernabei ne approfitta per iniziare anche l’affondo finale con i manager del vecchio gruppo dirigente piemontese rimasti in posizioni apicali.

Sta per tramontare l’era dei tre Marcelli – Marcello Rodinò, Marcello Severati e Marcello Bernardi – e per arrivare il periodo di Gianni Granzotto.

Il giornalista doroteo vicentino Gianni Granzotto amico di Mariano Rumor viene nominato il 29 aprile 1965 amministratore delegato. Il suo ingresso nasce “da un’ampia convergenza di interessi”: è ben visto da socialisti, socialdemocratici e repubblicani, ma soprattutto dai dorotei che vedono con sospetto la crescita del potere bernabeiano[52].

Granzotto trova una Rai ben diversa da come Rodinò l’aveva trovata nove anni prima: sul piano politico la Rai

“si era maggiormente caratterizzata come portavoce informativo della DC e, in particolare, di Fanfani. Il brutale tentativo di Guala di servirsi dell’informazione e dei programmi radio-televisivi per innestare sul vecchio tronco aziendale una nuova realtà integralista aveva lasciato il posto a un inserimento più morbido ma più penetrante, in perfetto parallelismo, d’altronde, con la nuova strategia che Fanfani aveva avviato nel suo partito e nel Paese. Ma la concezione totalitaria del potere, al fondo, restava immutata”[53].

La mediazione tra il vecchio gruppo dirigente di derivazione fascista e la nuova dirigenza cattolica non era avvenuto in termini politici e culturali, ma solo come spartizione di zone di influenza.

L’affondo finale di Bernabei con l’ordine di servizio del 20 dicembre 1965

Bernabei è abbastanza abile da non ripetere l’errore di Guala rendendosi conto che proprio le scarse motivazioni politiche e culturali del vecchio staff ne avrebbero fatto alla lunga uno strumento utile per qualsiasi contesto.

Nel settembre 1965 Marcello Severati è costretto a lasciare la direzione del personale, feudo del vicedirettore Marcello Bernardi, sui cui Bernabei non aveva mai potuto influire direttamente durante la gestione di Rodinò. Viene sostituito dal vecchio dirigente aziendale Valerio Testa, consentendo a Bernardi di sovrintendere ancora alla direzione del personale.

Con la nomina nel dicembre 1965 di Luigi Beretta Anguissola alla direzione dei programmi televisivi in seguito alla morte di Sergio Pugliese, da quasi vent’anni direttore centrale dei programmi televisivi non giornalistici, prende corpo il disegno di espropriazione del vecchio gruppo aziendale: il 20 dicembre 1965, con l’ordine di servizio n. 345, Bernabei sposta dieci persone “democristiani di sicura fede o comunque cattolici impegnati”, nei posti chiave dell’azienda, per sostituire “persone iscritte ad altri partiti o […] legate ad una visione aziendalistica, forse priva di senso, ma relativamente autonoma”[54].

A Beretta Anguissola alla direzione amministrativa dei servizi giornalistici subentra Annibale Manusardi mentre Pier Emilio Gennarini passa agli spettacoli. Con lo stesso ordine di servizio alle testate giornalistiche Vittorio Chesi sostituisce Costantino Granella alla direzione del giornale radio, mentre Fabiano Fabiani amico di Franco Maria Malfatti sostituisce Giorgio Vecchietti al telegiornale. Leone Piccioni sostituisce Giulio Razzi alla direzione dei programmi radiofonici, affiancato come vicedirettore dal socialista aziendalista Giorgio Antonelli e da Giuseppe Rossini assegnato ai programmi culturali e speciali. Piccioni assume la diretta responsabilità anche del Terzo Programma al posto di Cesare Lupo divenuto amministratore delegato della casa editrice ERI. La direzione dei programmi televisivi vede Mario Motta per i programmi culturali, Giovanni Salvi per musica e rivista, Paolo Gonnelli per i programmi per ragazzi e Angelo Guglielmi per le inchieste e i documentari.

Il vecchio gruppo controlla ormai soltanto il settore amministrativo attraverso Bruno Vasari, e, parzialmente, quello del personale, che il vice direttore generale Marcello Bernardi continua a sovrintendere.

La nomina di Luigi Beretta Anguissola non è approvata dai socialisti e dai repubblicani: i due vicepresidenti Giorgio Bassani ed Emmanuele Terrana si dimettono:

“in queste condizioni rischiava di venir meno anche il ruolo di mediatore di Granzotto, che si trovava ad essere coinvolto nella strategia di Bernabei senza la possibilità di gestire in proprio un ruolo di intermediazione politica, in funzione degli stessi gruppi che lo avevano candidato alla massima carica della RAI”[55].

Secondo lo stesso Bernabei, Gianni Granzotto alla fine si sarebbe alleato con la vecchia guardia per cercare di limitare la sua sfera di intervento.

Alle origini del latifondo, Bernabei proconsole nella Rai della nuova maggioranza dorotea-fanfaniana

Le difficoltà emerse in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, i ritardi nell’attuazione delle riforme, si confermano nel gennaio 1966, quando franchi tiratori bocciano a scrutinio segreto[56] un disegno di legge sull’istituzione di scuole materne statali costringendo Aldo Moro a rassegnare le dimissioni del suo secondo governo[57].

Il 23 febbraio 1966, trovato un accordo, si insedia il terzo governo Moro: parlando alla Camera Mariano Rumor chiarisce la posizione della DC rispetto alle polemiche interne che attraversano la Balena bianca fin dalla sconfitta subita in occasione dell’elezione del capo dello Stato. Il centro-sinistra è l’unica maggioranza possibile, l’alternativa è il voto anticipato non essendo immaginabile l’ingresso nell’area di governo di PCI e PSIUP, da un lato, né quello di monarchici e MSI dall’altro. La stessa unificazione fra PSI e PSDI non andrebbe a danno della DC ma rappresenterebbe una valida alternativa per gli elettori di sinistra al partito comunista[58]. Rumor frena invece sulla possibilità di collaborare con le opposizioni su alcuni temi, evocata da Ugo La Malfa.

Il terzo governo Moro – con Fanfani confermato ministro degli esteri – rimarrà in carica per ben due anni e quattro mesi, sino a metà del 1968. Ma è chiaro che la tenuta della maggioranza di centrosinistra appare sempre più in affanno e che siamo lontani dallo spirito di apertura del primo centro-sinistra.

Mentre socialisti e socialdemocratici pensano a ricomporre la scissione di Palazzo Barberini[59], in casa democristiana Rumor e i dorotei si avvicinano ai fanfaniani allo scopo evidente di preparare la successione a Moro alla guida del governo.

Il nuovo quadro politico favorisce un rafforzamento in seno alla Rai di Ettore Bernabei che – come scriverà nel 1969 Gianfranco Spadaccia citato da Chiarenza

“divenne il proconsole nella Rai TV della nuova maggioranza dorotea-fanfaniana; per i socialisti[60] era l’uomo di potere con cui era più agevole trattare per la spartizione dei posti e delle influenze. A Granzotto venne di conseguenza a mancare il retroterra politico necessario per poter realizzare un nuovo equilibrio aziendale”[61].

Dopo la crisi seguita alla nomina di Beretta Anguissola e all’ordine di servizio del 20 dicembre 1965, – come ricorda Chiarenza – nel settembre 1966 si decide di accrescere i poteri del Comitato direttivo

“in modo da farne, almeno secondo le intenzioni del governo che aveva mediato l’accordo tra i partiti della maggioranza, un autentico organo collegiale di gestione”[62].

I socialisti sostituiscono il troppo distaccato loro vicepresidente lo scrittore Giorgio Bassani con il più agguerrito Luciano Paolicchi, responsabile della Commissione Cultura del PSI, mentre è confermato il socialdemocratico Italo De Feo.

Nel Comitato direttivo unitamente al Presidente Pietro Quaroni, all’amministratore delegato Gianni Granzotto, e ai due vice presidenti e al direttore generale Ettore Bernabei e al vicedirettore generale Marcello Bernardi, rimane il rappresentante dell’IRI Silvio Golzio, ritorna il repubblicano Emanuele Terrana, mentre fanno il loro ingresso il costituzionalista moroteo Leopoldo Elia e il socialista Leo Solari, esperto di problemi organizzativi ed economici.

Contemporaneamente Bernabei sopprime il Comitato per la Programmazione istituito nel dicembre 1963 con una Direzione per la Programmazione affidata a Carlo Livi: inquadrata nella Direzione Programmi Radio, provvede al coordinamento delle singole reti, e visiona, approva, censura e decide palinsesti e struttura delle serate.

Quanto alla Direzione programmi radiofonici, il suo direttore Leone Piccioni viene affiancato da cinque vicedirettori[63] mentre la Direzione per lo spettacolo[64] è a sua volta suddivisa in Direzione servizi musica e Direzione servizi prosa varietà e musica leggera. Nella Direzione Centrale Servizi Informativi la Direzione Servizi di collegamento fra Giornale Radio e Telegiornale diventa Direzione dei Servizi comuni e di collegamento.

Alle tradizionali aree di supporto dal 1966 si affianca il servizio Rapporti con le Sedi che dispongono di una capacità capillare di presidio del territorio e di fornire facilities alle esigenze produttive della struttura giornalistica centrale. In effetti nell’area dei supporti assistiamo ad una riarticolazione organizzativa delle competenze. Alla Direzione Centrale Affari Generali[65] si affianca la Segreteria Centrale[66]. Dal nuovo modello organizzativo emerge da un lato “un vertice molto allungato fatto di direttori, condirettori e vicedirettori, e finalmente dai servizi”, dall’altro “la collocazione non sempre organica di talune attività” [67]. Enzo Scotto Lavina ne individua la ragione nell’essere “molto condizionato dalle necessità del connesso organigramma”[68].

In seguito a questa riorganizzazione interna – come già ricordato riportando quanto osserverà ne L’astrolabio Gianfranco Spadaccia nel 1969 –

“A Granzotto venne di conseguenza a mancare il retroterra politico necessario per poter realizzare un nuovo equilibrio aziendale”[69]

Il trasferimento nel 1966 della Direzione Generale della Rai da Via del Babuino a Viale Mazzini inaugura una seconda stagione matura del monopolio

Nel mese di novembre la Direzione Generale della Rai si trasferisce da Via del Babuino nella nuova sede di Viale Mazzini 14, nel quartiere Prati delle Vittorie, non lontano dalla sede storica EIAR della radiofonia di via Asiago e dal nuovo centro di produzione di via Teulada.

Il trasferimento nel nuovo edificio inaugura simbolicamente una seconda stagione matura del monopolio.

La messa in onda a partire dal 1° gennaio 1967 de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, offerti dalla televisione ita­liana nella riduzione sceneggiata in otto puntate di Riccardo Bacchelli e Sandro Bolchi[70] segna simbolicamente il punto di partenza di questa stagione matura. Non a caso secondo Aldo Grasso sarà nel 1967 il programma dell’anno.

Così come lo sarà l’anno successivo l’Odissea, riduzione televisiva in sette puntate del poema omerico trasmessa sul Canale nazionale a partire dal 24 marzo 1968. Prototipo di grande coproduzione internazionale girata su pellicola cinematografica con molti esterni, l’iniziativa – realizzata da Dino De Laurentiis, vede la partecipazione di Italia, Francia e Germania Federale. La regia è di Franco Rossi, la sceneggiatura è cu­rata da un gruppo di specialisti (Gian Piero Bona, Vittorio Bonicel­li, Fabio Carpi, Luciano Codignola, Mario Prosperi, Renzo Rosso). All’inizio di ogni puntata Giuseppe Ungaretti legge in video alcuni versi di Omero di sua traduzione.

In questa stagione la televisione italiana – secondo quanto scrive Enrico Menduni nell’introduzione del suo bel volume Televisione e Società Italiana – appare come è un curioso mix di modello americano di intrattenimento e di servizio pubblico europeo:

“I programmi di intrattenimento che vanno in onda in Italia si avvicinano alla produzione americana, più che somigliare a quelli europei. Per i nostri generi, dalla fiction nostrana nasce il romanzo sceneggiato di breve serialità, generato dalla rivisitazione dei modelli teatrali. I quiz provenivano invece dal modello americano, introdotti da Mike Bongiorno. La produzione dei programmi televisivi era quasi sempre interna all’azienda. I centri di produzione erano 3: Roma, Milano e Napoli. Tutto ciò che veniva mandato in onda doveva essere seriamente controllato allo scopo di impedire “incidenti”[71].

La televisione italiana somigliava alle altre emittenti europee. Le televisioni del mondo latino e anglosassone erano caratterizzate dal modello monopolista, con una forte intervento pubblico, mentre il modello della tv americana era di tipo commerciale, in cui i profitti provengono dagli inserzionisti. Proprio la presenza delle aziende che investono in pubblicità si fa sentire, poiché in qualità di clienti delle emittenti facevano pressione sulla programmazione

Così come quella italiana, anche le altre “sorelle” europee rappresentavano un servizio pubblico gestito direttamente o indirettamente dallo Stato, che rispecchiava le peculiarità della società del tempo.

Tutte le emittenti televisive del Vecchio Continente erano svincolate dall’assillo di dover trovare denaro e sponsor, in quanto la porzione economica essenziale alla loro vita derivava dagli abbonamenti e dal sostegno dello Stato. Invece, nel modello televisivo americano i broadcaster erano grandi società private che si finanziavano con la pubblicità per intero e lo Stato assolveva alla sua funzione di controllo attraverso la Federal Communication Commission, autorità di nomina governativa. Nel novembre 1967 nasceva peraltro in virtù di una legge, anche un broadcaster di servizio pubblico la PBS[72].

Le aziende televisive pubbliche europee hanno sempre guardato con un senso di competitività quelle americane per quanto riguarda le produzioni televisive made in USA, che si sono amalgamate con quelle cinematografiche di Hollywood. L’influenza americana si nota nella produzione televisiva europea, chiaramente ispirata a essi, in molti casi venivano importati programmi e telefilm. La ricerca dell’ascolto, in quegli anni, non è stata una preoccupazione che si affacciava nelle menti dei dirigenti Rai e neanche era un pensiero che veniva al pubblico da casa, il quale seguiva i programmi televisivi sentendosi guidato da quella che si inizia affettuosamente a chiamare Mamma Rai.

Contemporaneamente la televisione italiana accusa un grave ritardo nei confronti sia degli Stati Uniti sia dell’Europa sul fronte tecnologico. Come Mussolini aveva esitato nonostante le spinte di Guglielmo Marconi e di Costanzo Ciano all’inizio della radio, così, al momento in cui avviene il passaggio dalla televisione in bianco e nero alla tv a colori[73], l’Italia esita nella scelta dello standard e inizia un lungo scontro fra i dirigenti della Rai, assertori del sistema tedesco Pal, e il governo che, influenzato dalla forte lobby francese, pende a favore del Secam[74].

La riforma della programmazione radiofonica nel 1967

Dopo la sperimentazione nel secondo semestre 1966[75], Il 1° gennaio 1967 viene avviata ufficialmente una riforma della programmazione radiofonica sulle reti nazionali. Obiettivo centrale: “rendere la radio un mezzo di svago e di informazione adeguato – sia nello stile sia nei contenuti – alle diverse abitudini di ascolto e alla mutata composizione del pubblico”[76]. Tra gli indirizzi diretti al perseguimento dell’obiettivo si annoverano:

1) una “maggiore stabilità della collocazione oraria dei vari generi di trasmissione lungo l’arco della settimana”;

2) lo “snellimento delle trasmissioni culturali più brevi, più numerose, maggiormente legate a fatti e problemi di attualità”;

3) una “maggiore attenzione prestata ai problemi della divulgazione musicale[77].

Nel settore informativo si segnala l’aumento delle edizioni quotidiane del Giornale Radio (da 26 a 32) parallelamente alla crescita della durata della programmazione[78].

La musica diventa elemento dominante, tessuto connettivo delle trasmissioni[79].

L’inizio del 1967 è marcato anche dall’avvio di alcune popolari trasmissioni quali Il Gambero (quiz alla rovescia presentato da Enzo Tortora), Pomerig­gio con Mina (Domenica in musica) e La Lanterna (settimanale di cultura e costume a cura di Leonardo Sinisgalli). Altre esordiranno nei giorni se­guenti.

Leone Piccioni decide di sopprimere la Rete Tre a modulazione di frequenza[80]. Le sue trasmissioni sono incorporate nel Terzo Programma, che dal 9 aprile 1967 sarà diffuso pertanto sia a onde medie sia a modulazione di frequenza.

Infine assistiamo a mutamenti nelle trasmissioni per l’estero. Dal marzo 1967 sono modificati gli orari di irradiazione delle trasmissioni a onda corta, allo scopo di raggiungere gli italiani all’estero in ore più adatte all’ascolto. I pro­grammi cominciano alle 15.30 e si concludono alle 7.45. Oltre a quelle in italiano, si effettuano trasmissioni quotidiane in venticinque lingue straniere. Il Notiziario per il bacino del Mediterraneo in inglese è una delle nuove rubriche informative.

Alla fine dell’anno viene approvata la Legge 15 dicembre 1967, n. 1235 che introduce l’obbligo di corrispondere il canone di abbonamento all’autoradio congiuntamente alla tassa di circolazione per gli autoveicoli.

Il tentativo di autoriforma della Rai commissionato a tre saggi nel 1968 dopo l’avvio dell’edizione diurna del telegiornale

Prima ancora che dalla contestazione studentesca e delle sue ricadute in Rai l’anno sarà segnato dal primo tentativo di autoriforma del servizio pubblico commissionato dal vertice aziendale a tre saggi in un quadro politico segnato dalle elezioni politiche che si svolgono questa volta alla scadenza naturale della legislatura. I socialisti si presentano senza un bilancio brillante sul piano delle riforme, bloccate dalla Dc e continuamente rinviate[81].

Le elezioni politiche che si svolgono nel celebre mese di maggio, oltre a una lieve crescita della Dc al 39,1 per cento, segnano invece a sinistra la crescita dei comunisti al 26,9 per cento e l’affermazione del Psiup, divenuto con quasi il 4,45 per cento la quinta forza politica del Paese, preceduto dai liberali, peraltro in calo al 5,82 per cento e, di solo 600 schede, davanti ai missini, al 4,45 per cento, mentre i repubblicani sfiorano il 2 per cento precedendo i monarchici, scesi all’1,30 per cento. Principale sconfitto dalle urne con solo il 14,48 per cento, ovvero una perdita secca di quasi cinque punti e mezzo percentuali, è il Partito Socialista Unificato[82]  che di conseguenza decide di disimpegnarsi dal governo costringendo il presidente del Consiglio Aldo Moro a rassegnare le dimissioni.

Nasce un governo monocolore di transizione affidato a Giovanni Leone, prima che il Doroteo Mariano Rumor ricostituisca nel mese di dicembre un governo di centro sinistra organico con Pietro Nenni ministro degli esteri e Francesco De Martino vicepresidente del Consiglio, lasciando la segreteria della DC a Flaminio Piccoli all’inizio del 1969.

Nel frattempo a fine ottobre il XXXVIII Congresso socialista a Roma – che si presenta diviso in cinque mozioni – segna la rottura con i socialdemocratici a meno di due anni dalla riunificazione e il partito di Pietro Nenni riprende la denominazione di Partito Socialista Italiano (PSI)[83].

In previsione anche delle elezioni, il 1968 vede l’introduzione nel canale televisivo nazionale della Rai, a partire dal 15 gennaio 1968, di una nuova fascia oraria meridiana (12.30-14.00) che, oltre a presentare programmi culturali, ricreativi ed informativi, si centra sull’edizione di una prima edizione diurna del Telegiornale, trasmessa alle 13.30.

Condotta da Piero Angela, Ottavio Di Lorenzo per la politica estera e Mario Pastore per quella interna, l’edizione meridiana segna una svolta di linguaggio nell’informazione televisiva:

“È il primo giornale televisivo – ricorda Andrea Melodia – ad eliminare gli speaker, annullando la propria tradizionale immagine di ufficialità, ed è il primo giornale italiano nel quale si mostri uno studio relativamente ampio, moderno, nel quale varie voci giornalistiche interagiscono e improvvisano la loro cronaca. Il telegiornale del mattino fa anche largo uso di collegamenti diretti esterni: in un‘epoca in cui i servizi montati sono ancora affidati alla pellicola cinematografica, la cronaca diretta costituisce una finestra sul mondo vivace e credibile[84].

Contemporaneamente

“Irrompono le edizioni straordinarie. Il 5 giugno 1968, quando la nuova edizione del mattino aveva circa sei mesi di vita, l‘assassinio oltreoceano del senatore Robert F. Kennedy[85], viene raccontato per la prima volta da una edizione straordinaria alle 12.30. Angela, De Lorenzo e Pastore, insieme con i corrispondenti Antonello Marescalchi, Ruggero Orlando, Jas Gawronski e Andrea Barbato, continuano per tutto il pomeriggio attraverso otto edizioni straordinarie ad aggiornare gli italiani sulla nuova drammatica crisi americana. Le edizioni della équipe del telegiornale del mattino continuarono dalle 12.30 alle 19, consegnando il testimone ad Arrigo Levi che condusse il telegiornale della sera e una lunga edizione straordinaria di mezza sera, nella quale la lettura delle reazioni italiane venne ancora affidata alla professionalità fredda degli speaker.

Con l‘assassinio di Robert Kennedy – conclude Melodia – si ha la prima manifestazione del predominio dell‘evento nella informazione televisiva: quasi una prova generale della grande kermesse televisiva dell‘anno successivo, lo sbarco dell‘uomo sulla Luna. Ormai la tragica stagione del terrorismo è alle porte, e le edizioni straordinarie in diretta anche dall‘Italia faranno irruzione, a tutte le ore del giorno e della notte, nei palinsesti delle due reti della RAI”[86].

Nel 1968 la struttura dei centri di produzione dipendente dalla Direzione Centrale Programmi televisivi si amplia: il centro di produzione televisivo di Roma si scinde in due: riprese esterne e servizi, da una parte, studi e registrazioni dall’altra a cui si aggiungerà dal 1970 il complesso scenografie e studi. Quanti all’illuminazione alla fine dell’anno la rete del Programma Nazionale TV serve il 98,3 per cento della popolazione italiana, mentre quella del Secondo Programma ne raggiunge oltre il 90 per cento.

In questo importante anno elettorale non tutti all’interno dell’azienda concordano con questi nuovi ingenti sforzi produttivi voluti dal direttore generale Ettore Bernabei. In primis, Gianni Granzotto arrivato alla scadenza del suo mandato, che, nonostante il suo allontanamento dalla corrente fanfaniana (e avvicinamento ai partiti di democrazia laica), viene confermato amministratore delegato con il sostegno dell’IRI, dei vecchi quadri aziendali, di repubblicani e socialisti, per imprimere all’azienda una svolta di maggiore apertura, e inizia a denunciare la gravissima situazione in cui la gestione di Ettore Bernabei stava conducendo l’azienda senza che questi se ne assumesse la minima responsabilità. I rapporti fra Granzotto e Bernabei non solo si deteriorano ma si creano così le condizioni per uno scontro aperto: Granzotto vuol prendere drastiche misure di ristrutturazione funzionale dell’azienda mentre Bernabei attribuisce al responsabile della direzione amministrativa Bruno Vasari l’intenzione di esagerare le difficoltà economiche e finanziarie della Rai in azienda.  

Come osserva Chiarenza

“[…], l’amministratore delegato, messo davanti alla richiesta di un nuovo ordine di servizio che completava la presa di potere di Bernabei in tutti i settori chiave della Rai (e che era imperniato, infatti, sull’allontanamento di Bernardi e Vasari) ne rifiutò l’approvazione, promuovendo invece uno studio sulla riorganizzazione dell’azienda affidato a tre esperti, Gino Martinoli (proposto dai socialisti), Giuseppe De Rita (direttore del Censis) e Salvatore Bruno (indicato dalla DC)[87].

In presenza di una forte conflittualità interna l’idea di affidare riservatamente ad un gruppo di tre “saggi”, ovvero a Gino Martinoli, Giuseppe De Rita e Salvatore Bruno, rappresenta il tentativo di proporre una sorta di auto-riforma che veda progressivamente esaltata la missione imprenditoriale dell’azienda svincolandola dai condizionamenti politici del governo.

In gran segreto Martinoli, De Rita e Bruno consegnano dopo pochi mesi il loro rapporto sul futuro della Rai. Come ricorderà lo stesso De Rita nel 1997

“Il progetto sosteneva di fare della RAI un gruppo polisettoriale integrato, ca­pace di affrontare adeguatamente un mercato che allora si presentava sempre più complesso, più difficile, più internazionalizzato. Un gruppo capace di produrre in proprio, di promuovere iniziative nei mercati collaterali (musica, teatro, ­eccetera), di essere pesantemente presente nel mercato internazionale dei prodott­i e dei servizi, di coltivare adeguato spirito imprenditoriale in una realtà in cui capiva che avrebbero vinto gli imprenditori e non gli equilibri politici. Belle idee e buone intenzioni, che si scontrarono, uscendone sconfitte, con la banale verità che quello era tempo politico, tempo del primato della politica, e lo era tanto che il maggiore avversario di quel Rapporto fu proprio Bernabei, più coerente con la sua intelligente politica che fedele alla potente azienda che aveva costruito”[88].

Il Rapporto sulla Rai – ben riassunto da Enzo Scotto Lavina– descrive

 “un’azienda sorta e sviluppatasi negli ultimi anni quasi tumultuosamente, che ha dovuto ‘inventare’ si può dire dal nulla i mezzi tecnici, i programmi da trasmettere, il loro contenuto, lo spirito con cui informarsi: le situazioni nuove da affrontare hanno richiesto al personale uno spirito di iniziativa e un’aggressività che non poteva guardare tanto per il sottile; e si è stati obbligati a prendere delle misure contingenti, indispensabili al momento, che si sono poi cristallizzate nel tempo […] determinando oggi un apparato di personale che si presenta quasi come la sovrapposizione di strati geologici, in base al diverso peso avuto nel tempo dai diversi gruppi professionali (tecnici, amministrativi, uomini di cultura, giornalisti) senza una effettiva unità di atteggiamenti, di cultura e di comportamenti [ovvero con un] modesto grado di professionalizzazione del personale Rai, specialmente a medio livello, carenza questa che profondamente incide sul comportamento dei singoli e, di riflesso, sull’organizzazione” [89].

In questo quadro spicca la Direzione Centrale Amministrativa

“vera landa sterminata di funzioni e di organi, certo giustificati dalla tumultuosa evoluzione storica dell’azienda, ma oggi difficili da capire e da interpretare […] per cui un ripensamento ed una semplificazione di tutto l’enorme apparato amministrativo sembrano urgenti” [90].

Nel secondo paragrafo del Rapporto, dedicato a “La ricerca di nuovi mercati e di nuove funzioni”, i tre esperti delineano un territorio che comprende cinque grandi aree: 1) il mercato dello spettacolo; 2) il mercato dell’informazione; 3) l’editoria; 4) l’educazione; 5) l’industria dell’apprendimento”.

A parere dei tre esperti il potenziale dell’azienda è enorme:

“in una realtà e in una politica culturale così povere quali quelle correnti in Italia, le possibilità offerte da una azienda operante in termini e con mezzi industriali e garantita dal controllo pubblico sono quasi illimitate: non profittarne, pur nel rispetto delle regole del gioco e degli equilibri su cui la Rai vive, ci sembrerebbe quasi incomprensibile”[91].

Le rivelazioni del Rapporto, le polemiche politiche e le dimissioni improvvise di Granzotto

Il rapporto – che nelle intenzioni di Gianni Granzotto doveva osteggiare la presa di potere di Bernabei – viene accolto con molte polemiche. Come ricorda Enrico Menduni

“alcune parti finirono pubblicate nell’Unità, in forma anonima, allo scopo di renderlo inutile. Le questioni riguardanti l’azienda finiva sempre per essere materia incandescente e i partiti politici volevano assolutamente controllare la situazione, tra quelli che si opponevano a ogni forma di cambiamento e quelli che consideravano le innovazioni pericolose”[92]

Il rapporto accolto positivamente dai repubblicani e solo parzialmente dai socialisti, è accusato di utopismo tecnocratico e di voler indicare l’urgenza di dar vita soprattutto a una nuova strategia del rapporto con il pubblico. Le sinistre lo accusano di rafforzare il carattere imprenditoriale e neo capitalistico dell’azienda, i sindacati ne denunciano l’efficientismo:

La strategia di Granzotto, tesa a in quadrare in un contesto razionale la ristrutturazione dei vertici aziendali – ricorda Franco Chiarenza – apparve chiara soprattutto dopo la consegna del Rapporto Bruno-Martinoli-De Rita.

L’amministratore delegato Granzotto infatti propose ai tre esperti ancora nel dicembre 1968, otto quesiti su punti specifici riguardanti i modi di aggregazione e di responsabilizzazione delle strutture aziendali, compatibili con le indicazioni del rapporto; ad essi gli esperti risposero separatamente.

Dopo questo passo, Granzotto sollecitò un nuovo pro memoria, che fu consegnato il 3 marzo 1969, attraverso il quale gli esperti venivano sollecitati anche a indicare alcune priorità che avrebbero dovuto rappresentare la base dei primi interventi di ristrutturazione, su cui gradualmente modellare in tempi successivi tutti gli altri[93].

Ma nel frattempo Bernabei “fremeva e continuava a proporre organigrammi fondati su tradizionali spartizioni di potere e assai poco rispondenti alle esigenze “efficientistiche” del Rapporto”. Sotto questo profilo

“Le conclusioni degli esperti, comportando modifiche e ripensamenti più profondi, rappresentavano un ostacolo che il direttore generale doveva in qualche modo aggirare. Di qui le pressioni, assai vive, sull’amministratore delegato per un rapido varo dell’ordine di servizio; per ottenerlo Bernabei era disposto a qualche concessione. Improvvisamente, nel marzo 1969, Granzotto si dimise”.[94]

Quello che rappresenta l’ultimo tentativo di rendere moderna l’azienda, si risolve paradossalmente con l’aiuto delle sinistre, con un’occasione prontamente sfruttata da Bernabei (spalleggiato da Fabiano Fabiani) per disegnare un nuovo organigramma e rafforzare le posizioni democristiane ai vertici dell’azienda[95].

Un vero e proprio latifondo.

Democrazia Futura. Cento anni di radiofonia e settant’anni di tv in Italia (I)


[1] Simona Colarizi, La seconda guerra mondiale e la repubblica, Roma, Tea, 1996, 813 p. [si tratta del quarto volume della Storia d’Italia. Dall’Unità alla fine della Prima Repubblica].

[2] Corte Costituzionale. Sentenza 6 luglio 1960, n. 59. Vedine un estratto tratto da un saggio della collana Zone curata da Bruno Somalvico per l’Ufficio Studi Rai, in Le Tv invisibili- Storia ed economia del settore televisivo locale in Italia a cura di Flavia Barca, Roma, Rai Eri Zone, 2007, XVIII-515 p, [l’estratto si trova nella terza appendice “Normativa dell’emittenza radiotelevisiva locale in Italia” alle pp. 233-240].

[3] Ibidem, p. 240

[4] Enrico Menduni, Televisione e società Italiana, 1975-2000, Milano, Bompiani, 2002, 223 p. 

[5] Ibidem.

[6] Leone Piccioni, a sua volta, promosso vicedirettore centrale, sostituisce Fulvio Palmieri alla direzione dei programmi di una rete televisiva che rimane sempre sotto la responsabilità del direttore centrale Sergio Pugliese.

[7]Come ricorda nell’autobiografia L’Uomo di fiducia

“Nel ’62 io avevo appoggiato la riconferma di Rodinò come amministratore delegato e questo me lo aveva reso alleato. Avevamo firmato insieme tutta una serie di ordini di servizio che avevano pian piano ridotto parecchio il potere dei vecchi mandarini”

Ettore Bernabei (con Giorgio dell’Arti), L’Uomo di fiducia scritta, Milano, Mondadori, 1998, 316 p.

[8] Enzo Scotto Lavina, Tra Sisifo e Nesso. Modelli e strutture editoriali del servizio pubblico televisivo, 1954 – 2004, Milano, Lampi di Stampa, 2011, 370 p.

[9] Nella serata inaugurale van­no in onda: in apertura alle 21.05 la trasmissione a soggetto 1915-1918: la guerra e la vittoria, al­le 23.00 il Telegiornale, alle 23.20 il balletto televisivo La regina cattiva (Premio Italia 1961).

[10] Enrico Menduni, Televisione e società Italiana, 1975-2000, op. cit. alla nota 4.

[11] Cinque sono le Direzioni: la Direzione per il Giornale Radio, la Direzione per il Telegiornale, la Direzione per i servizi di collegamento tra le prime due, la Direzione per l’Estero e la Direzione dei Servizi amministrativi.

[12] Enzo Scotto Lavina, Tra Sisifo e Nesso. Modelli e strutture editoriali del servizio pubblico televisivo, 1954 –2004, op. cit. alla nota 8.

[13]Rai Relazione e bilancio dell’esercizio 1961, Annuario Rai 1962. Consultabile in rete nell’archivio del quotidiano comunista L’Unità, 8 aprile 1962, p. 11. Cf.  https://archivio.unita.news/assets/main/1962/04/08/page_011.pdf

[14] Prevede l’istituzione di quattordici governi regionali come previsto dalla Costituzione, un programma di sviluppo della scuola, l’abolizione della mezzadria, la corrispondenza fra lo sviluppo economico, la giustizia sociale e l’armonizzazione urbana, oltre alla nazionalizzazione delle industrie elettriche e il mantenimento dell’’Italia nella Nato.

[15] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, Storia della Rai. Con una postfazione dalla riforma ad oggi, Milano, Franco Angeli, 2002. 254 p. [il passo citato è a p. 103].

[16] A differenza di quelle nazionalizzate le imprese miste dell’IRI rimangono quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall’Istituto per finanziare le proprie imprese sono sottoscritte in massa dai risparmiatori

[17]Nel tempo la classe politica democristiana, seguita più avanti da altre forze politiche presenti nelle partecipazioni statali applicherà in modo del tutto originale e pernicioso questa teoria, dando vita e rivitalizzando imprese decotte o comunque fuori mercato

[18] La Rai alla fine del 1963 raccoglie introiti per 76 miliardi a fronte di 71 miliardi di lire di spese con massicci investimenti immobiliari e tecnici. I dipendenti sono poco più di 9 mila di cui quasi un terzo addetti alla produzione e un terzo costituito da tecnici. Il costo del personale ammontava a 30,5 miliardi pari al 43 per cento dei costi

[19] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 107.

[20] Fondata nel 1933 dall’Istituto con il nome di Società Torinese per l’Esercizio Telefonico, la Stet nasce dopo che la vecchia Società Idroelettrica Piemonte che controllava STIPELTELVE e TIMO, era stata coinvolta nel crollo di Italgas e di Banca Commerciale Italiana  e quindi come tale la doveva  essere salvata da Iri, con lo scopo di provvedere all’indirizzamento sia dal punto di vista tecnico, sia da quello amministrativo-contabile, di tutte le concessionarie di Stato per il servizio telefonico in Italia e per servizi pubblici di telecomunicazioni. Nel tempo diverrà la finanziaria telefonica dell’Iri con il nome Stet- Società Finanziaria Telefonica S.p.A.  

[21] Nello stesso anno a Torino, sulle ceneri del vecchio centro di ricerca IRI-STET, nasceva il laboratorio di ricerca applicata del gruppo, CSELT, con l’obiettivo iniziale di unificare le reti telefoniche dal punto di vista tecnico

[22] La fusione e unificazione della telefonia avviene perché l’IRI è proprietaria di STET, che, a sua volta, detiene poco più della metà delle azioni della SIP.

[23] Si apre cosi un periodo di sviluppo della telefonia che culmina nell’estensione in tutta Italia della teleselezione nel 1970 consentendo l’eliminazione completa dell’operatore dalle telefonate interurbane.  Quanto alla Seat, dal 1964 la Società Elenchi ufficiali per gli Abbonati al Telefono stampa gli elenchi telefonici per la nuova SIP, diventando l’unico concessionario telefonico italiano. Seat è controllata al 100 per cento dalla STET. 

[24] Cf. Antonio Lari, “Evoluzione della ripresa televisiva…e registrazione video in RAI dal 1954 ai giorni nostri”. Cf. https://www.rai.it/dl/docs/1337158072181Evoluzione_della_ripresa_televisiva_in_RAI_dal_1954_ad_oggi.pdf.

[25] Per la produzione televisiva la Rai alla fine del 1963 disporrà di otto studi (4 a Milano, 3 a Roma e 1 a Torino) e di 5 automezzi attrezzati per le riprese esterne. Lo schema della programmazione per generi risulta assai equilibrato con l’attenzione della classe politiche concentrata talvolta spasmodicamente sulla conquista di spazi nel telegiornale delle 20.30, considerato un vero e proprio status symbol dei personaggi e dei partiti politici per i quali venivano mobilitati automezzi attrezzati tecnici e giornalisti. Per realizzare 5 ore di riprese esterne in occasione del viaggio di Paolo VI in Terrasanta nel gennaio 1964 vengono mobilitati 41 automezzi trasporti in medio oriente con una nave speciale e 177 persone al seguito.

[26] Alla fine del 1963 gli abbonati Rai alla televisione in Italia salgono a 4,3 milioni ma si stima che il pubblico televisivo serale si aggiri ormai sui 15 milioni di persone. A titolo di confronto in Europa, su mille abitanti il Regno Unito risulta in testa con 228 abbonati alla televisione, precedendo la Danimarca con 174 abbonati, la Germania con 128, l’Olanda con 108, il Belgio con 107, la Francia con 72, l’Italia con 68, l’Austria con 52 e la Svizzera con 48 abbonati. 

[27] Per opposte ragioni parte degli elettori socialisti e democristiani esprimono decisamente il proprio dissenso alla nuova alleanza. La DC rimane il partito di maggioranza relativa pur perdendo 4 punti e scendendo al 38,3 per cento dei voti mantenendo 280 seggi, i socialisti pur calando anch’essi leggermente al 13,8 per cento, ottengono 87 seggi. Stazionari anche i repubblicani. In forte crescita, invece, i socialdemocratici saliti al 6,1 per cento e, all’opposizione, i liberali che raddoppiano i consensi al 7 per cento, i missini al 6 per cento e i comunisti che guadagnano quasi tre punti ottenendo il 25,3 per cento.

[28]Ad esse si affiancano il giornale radio telefonico e la filodiffusione realizzati in collaborazione con la SIP che nel frattempo diventa società di gestione di tutta la rete telefonica nazionale, subentrando alle concessionarie di zona.

[29] Sono trasmessi dalle sedi di Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Cosenza, Firenze, Genova, Palermo, Perugia, Pescara, Potenza, Trieste e Venezia e dai quattro Centri di produzione di Roma, Milano, Torino e Napoli.

[30]Centro nodale di congiunzione dei vari settori diventerà poi la Direzione dei servizi per la programmazione (compilazione de palinsesto): sarà affidata nel luglio 1967 a Pier Emilio Gennarini, condirettore del Secondo Canale.

[31]Bernabei affida gli spettacoli a Leone Piccioni e i culturali a Mario Motta con Emmanuele Milano alle rubriche e Sergio Silva alle inchieste e documentari.

[32] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, pp. 111-112.

[33] Enrico Menduni, Televisione e società Italiana, 1975-2000, op. cit. alla nota 4.

[34] Ibidem.

[35]Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, pp. 108-109.

[36] Programmi cult come Bandiera gialla – programma di musica “severamente vietato ai maggiori di anni 18“, trasmesso il sabato pomeriggio a partire dal 1965 e realizzato in uno studio con gruppi di giovanissimi -, Per voi giovani – rubrica contenitore pomeridiana in cinque appuntamenti settimanali avviata nel 1966 -, e infine, quattro anni dopo, Alto gradimento (1970) segneranno e rappresenteranno gli umori di una nuova generazione.

[37]D’altro canto trasmissioni come “Chiamate Roma 3131”, si presentano come Microfoni aperti agli ascoltatori in diretta al telefono, e grazie al telefono garantiscono nel 1969 una prima forma di interattività bidirezionale fra emittente e destinati, accorciando le distanze fra il mezzo e il suo pubblico.

[38]Intelsat si costituisce nell’agosto 1964 come consorzio internazionale allo scopo di continuare a perfezionare la progettazione, lo sviluppo, la costruzione, la messa a punto, l’esercizio e la manutenzione del segmento spaziale del sistema commerciale mondiale di telecomunicazioni via satellite

[39]Non tutte possiedono lo stabilimento di sviluppo; in questo periodo però cresce il numero delle sedi dotate di autonomia produttiva, con sviluppo eventualmente convenzionato all‘esterno, moviole e montatori, un tele-cinema e un ponte video per trasmettere a Roma.

[40] “Una televisione di regime?”, in Andrea Melodia, Teoria e tecnica del linguaggio televisivo“, op. cit. alla nota 12, p. 58.

[41] Ibidem, p. 59.

[42] Ibidem, p. 59.

[43] Vale la pena di ricordare che la guerra del Vietnam vede un grande impegno anche di inviati italiani, i quali realizzano alcuni reportage e servizi speciali di grande pregio giornalistico.

[44] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 129.

[45]Conto consuntivo Rai Radiotelevisione italiana per l’esercizio finanziario 1965, p. 5.

Cf. https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/324431.pdf.

[46] Ibidem, p. 5.

[47] Crescono gli introiti dagli abbonamenti televisivi da 32 a 39 miliardi mentre quelli radiofonici rimangono stabili da 21 a 22 miliardi, la pubblicità televisiva sale da 11 a 13 miliardi, quella radiofonica da 9 a 10 miliardi.

[48] Alla fine del 1964 le spese per il telegiornale (3,7776 miliardi) per la prima volta superano quelle per il giornale radio (3,539 miliardi). Il maggior incremento delle spese riguarda il settore tecnico e le spese amministrative. Come rileva l’Annuario 1964 in un articolo dedicato a “Il servizio televisivo dal 1954 al 1964”

“le aree di servizio dei trasmettitori del Secondo Programma non si discostano sensibilmente da quelle coperte dai corrispondenti impianti del Programma Nazionale. Attualmente la seconda rete è costituita da 81 impianti trasmittenti e può servire circa il 75,5 per cento della popolazione, corrispondente all’87,7 per cento degli abbonati alla televisione”.

[49] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 113.

[50] Il personale sempre alla fine del 1961 ammonta a 8694 unità, di cui 129 dirigenti e 361 giornalisti.

[51] Le forze “dorotee”, in primis il segretario democristiano Mariano Rumor e lo stesso Presidente del Consiglio Aldo Moro non si sentono più rappresentate dal vecchio manager napoletano.

[52] Come ricorda lo stesso Bernabei nella sua autobiografia L’Uomo di fiducia

“[…] nel ’65, venendo a scadenza nuovamente il mandato di Rodinò, fu impossibile insistere per una terza riconferma. I dorotei, tra l’altro, volevano a ogni costo uno di loro fiducia assoluta. E venne nominato Granzotto, il quale arrivò in RAI con un compito preciso: farmi fuori o almeno neutralizzarmi.”

[53] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 123.

[54] Ibidem, p. 126.

[55] Ibidem, p. 126.

[56] Gran parte della Dc, con voto segreto, respinge il provvedimento (ci sono 250 no e 221 sì; il voto è condizionato dal fatto che molti istituti infantili privati erano guidati da ordini religiosi), ma quando il presidente Moro chiede di votare a scrutinio palese, i franchi tiratori fanno un passo indietro: 317 sì, 232 no. Moro, davanti allo strappo evidente, si dimette.

[57] Anche le successive trattative sono difficili per i punti programmatrici cui dare la precedenza e per le richieste del segretario doroteo Mariano Rumor, che desidera che nella squadra di governo siano rappresentate tutte le correnti ma PSI e PSDI si impuntano.

[58]Privato di quasi un terzo del partito con la scissione a sinistra degli psiuppini nel gennaio 1964, a Nenni non era restato che tentare la carta della riunificazione con i socialdemocratici di Saragat, uscito dal PSI nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini. Al XXXVI Congresso del PSI che si era svolto a Roma dal 10 al 14 novembre 1965 la corrente autonomista favorevole alla fusione con i socialdemocratici aveva ottenuto l’80 per cento sconfiggendo la sinistra lombardiana contraria alla fusione (18 per cento).

[59]Il XXXVII Congresso socialista che si tiene a Roma dal 27 al 29 ottobre 1966 approva l’unificazione con i socialdemocratici. Si schiera per l’unificazione socialista il fior fiore della sinistra intellettuale non comunista, o non più comunista: Norberto Bobbio e Alberto Moravia, Leo Valiani e Guido Calogero, Aldo Garosci e Mario Pirani, Manlio Rossi Doria e Bruno Zevi. La Carta programmatica del costituendo partito unificato, a rileggerla oggi, sembra più di sinistra dei documenti del Pci di allora: «Il partito ha il fine di creare una società liberata dalle contraddizioni e dalle coercizioni derivanti dalla divisione in classi prodotta dal sistema capitalistico…». L’indomani nasce il PSU. Il PSI e il PSDI, dopo alcuni anni di comune presenza all’interno dei governi di centro-sinistra, si riunificano nel PSI-PSDI Unificati (soggetto noto con la denominazione Partito Socialista Unificato). Della Costituente socialista. Nenni è Presidente, affiancato da due vice presidenti, Maria Tanassi e Francesco De Martino. Ma l’unità dura meno di due anni.  

[60] Il demartiniano Enrico Manca diventa redattore capo del telegiornale, saldamente in mano a Fabiano Fabiani, ma intanto viene giubilato Giorgio Vecchietti. Anche Pio de Berti Gambini riceve un particolare incarico per i “rapporti con gli Enti del cinema e del teatro – ruolo chiave per i contatti con l’industria cinematografica.

[61] Gianfranco Spadaccia, “Rai Tv. Le sette vite dei dorotei”, L’astrolabio, VII (13), 30 marzo 1969, pp. 9-11. [il passo citato è a p. 10]. Cf. https://astrolabio.senato.it/files/reader.php?f=1969/1969_13.pdf.

[62] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 130.

[63] Si tratta di Giuseppe Antonelli (spettacolo), Cesare Cavallotti (servizi di inquadramento e mezzi di produzione), Alberto Mantelli, Giuseppe Pieri (servizi amministrativi e generali) e Giuseppe Rossini (programmi culturali e speciali),

[64] Nella direzione dello spettacolo in seno alla Direzione Centrale programmi TV i vari servizi vengono raggruppati per aree omogenee: prosa, sceneggiati tv, music lirica, sinfonica e da camera, varietà, rivista e programmi filmati, servizi di collegamento. Lo stesso avviene nella direzione trasmissioni culturali, di categorie e scolastiche. Scompare infine la figura del Direttore della produzione di musica leggera, rivista e varietà le cui aree di attività sono assorbite dalla Direzione dello spettacolo.

[65] Alla Direzione Centrale Affari Generali fanno capo le Direzioni affari legali, servizi interni (diritto d’autore, propaganda, archivi), collegamento sedi che diventano una risorsa non solo per le news ma come sedi di rappresentanza dell’azienda a livello regionale

[66] Alla Segreteria Centrale fanno capo la direzione della programmazione (comitato programmi, ricerche e sperimentazioni, programmazione e servizio opinioni), quella dei servizi di segreteria in cui è collocato il servizio documentazione e studi e la direzione delle relazioni esterne in cui sono inquadrati il servizio stampa, le relazioni e i rapporti esterni.

[67] Enzo Scotto Lavina, Tra Sisifo e Nesso. Modelli e strutture editoriali del servizio pubblico televisivo, 1954 –2004, op. cit. alla nota 8.

[68] Ibidem.

[69] Passo già riportato in altra citazione. Si veda la nota 96. L’articolo è citato da Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 127.

[70] Nel cast oltre ai protagonisti Paola Pitagora (Lucia) e Nino Castelnuovo (Renzo), spiccano i migliori attori teatrali dell’epoca, ovvero Tino Carraro, Lilla Brignone, Massimo Girotti, Lea Massari, Salvo Randone, Luigi Vannucchi, Mario Feliciani, Elsa Merlini, Franco Parenti, Sergio Tofano, Lino Troisi, Mario Pisu e Renzo Ricci.

[71] Enrico Menduni, Televisione e società Italiana, 1975-2000, op. cit. alla nota 4.

[72] Il 7 novembre 1967 negli Stati Uniti viene emanato il Public Broadcasting Act del 1967. Questa legge federale americana, approvata dal XC Congresso degli Stati Uniti e firmata dal presidente Lyndon B. Johnson, stabilisce la creazione della Corporation for Public Broadcasting, un’organizzazione americana che, tra le altre, darà origine alla rete televisiva pubblica americana PBS e alla rete radiofonica NPR.

[73] Nel Regno Unito il 2 dicembre 1967 le trasmissioni televisive a colori, avviate sperimentalmente da BBC 2 nel mese di luglio in occasione del torneo di tennis di Wimbledon, diventano regolari.

[74] La Rai che da tempo lo sperimenta, viene bloccata da una serrata polemica condotta da Ugo La Malfa, e comincia a scontare un’inevitabile situazione di arretratezza tecnologica.

[75] Il 16 ottobre 1966 va in onda La voce del mattino: è la novità del Secondo Programma. Ugo Gregoretti, giornalista e scrittore, in­trattiene da questo giorno gli ascoltatori dalle 8.40 alle 12.15 intervenendo tra una rubrica e l’altra, con commenti dal vivo. L’innovazione – dovuta a Leone Piccioni nel quadro di un adeguamento dei programmi – conferisce un diverso carattere allo schema delle trasmissioni del mattino. E’ curata da Franco Moccagatta. Dopo Gregoretti, altre “voci del mattino” guideranno l’ascolto alternando ogni settimana scrittori e attori, cantanti e registi, musicisti e calciatori in veste d’interlocutori del pubblico.

[76]Paolo Murialdi, “Il mondo in ogni casa: un nuovo genere di giornalismo” in La Radio. Storia di sessant’anni, 1924/1984, Torino, Rai ERI, 1984, pp. 155-162. [il passo citato è a p. 161].

[77] Valerio Castronovo, “Il modello industriale” in La Radio. Storia di sessant’anni, 1924/1984, Torino, Rai ERI, 1984, pp. 107-113 [sulla riforma della radio si veda p. 112].

[78] Dal 30 giugno 1968 Il Secondo Programma realizza la copertura di 24 ore su 24, senza interru­zioni nell’arco della giornata. L’orario di apertura e anticipato alle 6.00, men­tre la chiusura e posticipata alle 24.00. Dalle 23.00 collegamento con il V canale della filodiffusione. Di conseguenza il Notturno italiano (nuova denominazione del Notturno dall’Italia) subisce una contrazione, limitando le trasmissioni all’intervallo 0.06-5.59.

[79] Con Legge 14 agosto 1967, n. 800 che stabilisce il nuovo ordinamento degli enti lirici e delle attività musicali, vengono dettate norme per il coordinamento tra le attività liriche e musicali e quelle radiotelevisive e viene attribuito al Ministro per il Turismo e per lo Spettacolo il potere di determinare l’aliquota dei programmi musicali della RAI da riservare alla nuova e nuovissima produzione lirica e concertistica nazionale.

[80] Giorgio Magi ne chiarisce la ragione:

“La particolare distribuzione oraria della rete di musica seria nel mattino e primo pomeriggio disorienta il pubblico e rende quindi più difficile la fruizione proprio di ciò che si vorrebbe divulgare” 

Giorgio Magi, Dal Terzo Programma a Radio3, 1950-2010: 60 anni di qualità e innovazione nei programmi radiofonici, Roma, Rai Eri, 2010, 137 p. [il passo citato è a p. 90].

[81] La legge istitutiva delle Regioni langue ancora in Parlamento, lo statuto dei lavoratori sarà approvato solo nella successiva legislatura, la programmazione economica è fallita e proprio nel 68 si scioglie il gruppo dei programmatori organizzato al ministero del Bilancio, per non parlare della riforma dell’università ferma a una prima fase istruttoria mentre negli atenei si accende la contestazione studentesca.

[82] Il nuovo partito socialista unificato non piace né agli elettori socialdemocratici, timorosi che il Psu si orienti troppo a sinistra, né a quelli socialisti, in molti a disertare favorendo il successo degli scissionisti del Psiup. Malgrado l’evidente ostruzionismo democristiano, i socialisti non abbandonano il governo. L’invasione della Cecoslovacchia e la repressione della primavera di Praga determinano l’inizio di una lunga marcia di distacco politico del PCI da Mosca. Ma non basta per essere legittimato a governare. Un ritorno all’opposizione dei socialisti con un partito comunista in espansione non offre grandi spazi di manovra, mentre il governo consente comunque ai socialisti di gestire una fetta di potere non trascurabile di ancorare il sistema ad un equilibrio politico che non penalizza le sinistre e di garantire la difesa della democrazia che proprio in questi anni è minacciata dalle trame della destra eversiva.

[83] Il congresso socialista dovrebbe durare dal 23 al 27 ottobre, ma viene prorogato vanamente di un giorno per permettere di trovare un accordo fra correnti. Alla fine ciascun gruppo vota la propria mozione. La maggioranza relativa del nuovo Comitato Centrale va ad Autonomia di Mauro Ferri col 35,54 per cento di eletti. Seguono Riscossa di Ernesto De Martino (32,23 per cento), Rinnovamento di Mario Tanassi (17,35 per cento), Sinistra di Riccardo Lombardi (9,09%) e Impegno di Antonio Giolitti (5,78 per cento). In totale il 61,16 per cento risultano ex PSI. Ad eccezione di Rinnovamento e di Sinistra rispettivamente composte da ex socialdemocratici ed ex socialisti, le altre mozioni vedono mescolarsi le componenti di origine con una prevalenza dei socialisti.

[84]“L’edizione del telegiornale del mattino, svolta nel linguaggio”, in Andrea Melodia, Teoria e tecnica del linguaggio televisivo“, op. cit. alla nota 12, p. 61

[85]Capo del dipartimento della giustizia statunitense dal 1961 al 1964.

[86] “Irrompono le edizioni straordinarie”, in Andrea Melodia, Teoria e tecnica del linguaggio televisivo“, op. cit. alla nota 12, pp. 61-62.

[87] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 132.

[88] Giuseppe De Rita, Intervista sulla borghesia in Italia, a cura di Antonio Galdo, Bari, Laterza, 1997, 154 p. DA VERIFICAR

[89] Enzo Scotto Lavina, Tra Sisifo e Nesso. Modelli e strutture editoriali del servizio pubblico televisivo, 1954 –2004, op. cit. alla nota 8.

[90] Ibidem.

[91] Il testo dei tre esperti uscirà l’anno successivo dopo le dimissioni di Granzotto. Cf.  “Rapporto sulla Rai”, Supplemento a Mondo Economico, XXIV (13), 5 aprile 1969, XX p. Vedilo poi come allegato in Club Turati, Tv e libertà in Italia: una riforma urgente. Atti del Convegno di Roma, 19-20 aprile 1969, Milano, Edizioni Passato e Presente, 1969, 368 p. [vedilo alle pp. 242-289]

[92] Enrico Menduni, Televisione e società Italiana, 1975-2000, op. cit. alla nota 4.

[93] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, op. cit. alla nota 15, p. 134.

[94] Franco Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della Rai, ibidem, p. 135. Le complesse vicende che portano a questo esito sono ricostruite nei minimi dettagli alle pp. 130-137.

[95] Salvatore Bruno, il saggio suggerito da Bernabei, verrà poi assunto dall’azienda.

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