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Cresce il fronte Antitrust negli USA: le GAFAM vogliono un posto nell’amministrazione Biden

La transizione dall’amministrazione Trump a quella Biden negli Stati Uniti è già in corso, ma da più parti si sollevano critiche e denunce relative alle pressioni indebite delle grandi aziende tecnologiche americane per prenotarsi un posto al nuovo tavolo governativo della Casa Bianca.

Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft (o GAFAM), starebbero chiedendo conto allo staff del nuovo Presidente americano di quanto fatto a sostegno della lunga ed estenuante campagna elettorale per le elezioni di novembre scorso.

Le GAFAM in pressione sul team di Biden

Secondo quanto riportato da Reuters, già negli incontri preliminari per l’assegnazione dei posti che contano all’interno delle agenzie governative federali più importanti, sarebbero spuntati diversi nomi collegati direttamente o indirettamente alle GAFAM.

Tra le agenzie più ambite ci sono quelle del Dipartimento del Commercio, il Dipartimento di Stato e il Dipartimento della Difesa, ma anche l’Ufficio del Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti e l’Office of Information & Regulatory Affairs.

Grandi aziende che in alcuni casi hanno contribuito fattivamente alla raccolta fondi per la campagna presidenziale di Biden e che ora chiedono dei posti che contano all’interno della nuova amministrazione.

Alcuni nomi eccellenti

Tra gli esempi riportati nell’articolo, c’è l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt, attualmente presidente della National Security Commission on Artificial Intelligence, che avrebbe già proposto dei nomi per al team per la transizione.

Altro esempio è l’ex direttore di Facebook, Jessica Hertz, che è il consigliere generale del team di transizione di Biden  

Ancora un esempio di questo “pressing” delle GAFAM sulla Casa Bianca è, secondo la Reuters, la nomina di Antony Blinken a Segretario di Stato americano, con legami di lungo corso sia con Amazon che con Google.

In particolare, secondo l’articolo, pressioni di un certo livello sono rivolte all’inserimento di uomini chiave GAFAM nel Dipartimento di Giustizia e la Federal Trade Commission, che stanno indagando proprio su queste grandi aziende in relazione a comportamenti scorretti sul mercato e abuso di posizione dominante.

Nessuna delle parti ha voluto commentare l’articolo e chi l’ha fatto ha negato ogni addebito, ma la storia dei rapporti tra le Big Tech e la Casa Bianca parte da lontano, dall’amministrazione Clinton e Obama, secondo molti osservatori.

Limitare le GAFAM

Negli Stati Uniti però, negli ultimi mesi, è montato un vero e proprio movimento di protesta, che ha puntato il dito contro Google, Facebook, Amazon & Co., con l’accusa di voler controllare in maniera sempre più diretta l’economia nazionale, le leggi che regolano la libera concorrenza e la società nel suo complesso.

Il punto è che i colossi del digitale dominano sempre di più i mercati globali, creando oligopoli, superando ogni tipo di resistenza da parte della concorrenza, anche con sistemi illeciti e comportamenti scorretti.

C’è anche un problema di concentrazione di ricchezza come mai prima d’ora nelle mani di pochi grandi Gruppi.

I primi quattro gradini della classifica Best global brands 2020 sono occupati da Apple, Amazon, Microsoft e Google, con Facebook al 13° posto. Messe assieme, le GAFAM rappresentano oltre un terzo della ricchezza complessiva contenuta nella celebre lista dei 100 brand globali più importanti in termini di valore.

Il fronte antitrust

C’è di fatto un fronte antitrust che raccoglie cittadini, associazioni di consumatori, sindacati, avvocati, che chiedono con forza a Biden di respingere questo tentativo delle GAFAM di prenotare una stanza alla Casa Bianca.

A Novembre è stata inviata una lettera al team di Biden proprio per chiedere una presa di posizione ufficiale su questo argomento, firmata da più di 30 organizzazoni, tra cui Public Citizen, American Economic Liberties Project, Open Markets Institute, Progressive Democrats of America, the Revolving Door Project e Athena.

Al momento, a quanto pare, non è ancora pervenuta una risposta: “Non ci vogliono dire cosa pensano a riguardo, ci chiedono solo quali siano le nostre priorità e le nostre preoccupazioni, ma noi vogliamo assicurarci che queste aziende non raggiungano i loro obiettivi”, ha dichiarato Alex Harman di Public Citizen.

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