Le associazioni del settore digitale in fermento per il nuovo decreto sulla Copia privata vista come una tassa sul Cloud. Richiesta di rimborso modulo “bizantino”.
Le nuove norme con gli aumenti tariffari per la “copia privata”, il prezzo da pagare per dare la possibilità ai consumatori di riprodurre legalmente opere audio e video protette dal diritto d’autore, sollevano non poche polemiche nel settore tecnologico italiano.
Cloud e copia privata pomo della discordia
L’inserimento del Cloud nel novero dei device – insieme a smartphone, pc, hard disk, chiavette Usb – su cui esercitare la gabella ha sollevato un polverone da parte di diverse associazioni, a partire da AIIP, Assintel e Anitec-Assinform che hanno annunciato ricorso.
Scontento anche da parte delle Big Tech, in particolare da Google che con Gmail e il servizio di posta offre 15 Giga di spazio Cloud per singolo account gratis, su cui d’ora in poi dovrà pagare una tassa a prescindere dal fatto che vengano usati o meno per riprodurre servizi musicali coperti dalla Siae.
Insomma, un putiferio.
Consumer coinvolti
Un contributo che ricadrà sicuramente anche sul consumatore finale, basti pensare agli utenti di Google Drive. Le associazioni nei loro contributi in sede di consultazione avevano chiesto di escludere la filiera del Cloud B2B, dove il Cloud può essere utilizzato per costruire altri prodotti. In questo senso, è necessario evitare la multipla imposizione perché il rischio è che quando il Cloud viene venduto come servizio intermedio che viene poi ceduto all’utente finale. Come richiedere il legittimo rimborso?
E ancora, cosa succede quando un cittadino italiano acquista un servizio Cloud all’estero? Andranno a rincorrere tutti i fornitori esteri, a partire da Google ma non solo?
Si potrebbe anche trattare di Provider che si trovano in Stati per così dire “fuori giurisdizione” o un piccolo fornitore di una nazione sperduta.
Modulo di rimborso “bizantino”
C’è poi un altro aspetto, il modulo di rimborso per escludere i servizi Cloud non utilizzati per riprodurre contenuti coperti da copyright è a dir poco bizantino. E’ necessario allegare l’elenco delle fatture in un modulo, con tutti i richiami normativi del caso, ma oggi, sottolinea Giuliano Peritore, presidente dell’AIIP “i servizi Cloud sono venuti in maniera frammentata, magari parte di altri servizi a pacchetto”.

Il decreto, lamentano le associazioni, è stato firmato in maniera totalmente immutata rispetto alla versione iniziale, senza tenere in alcun conto delle osservazioni avanzate. “Lo stato del mercato digitale attuale e l’evoluzione delle tecnologie sono completamente diverse dal quadro in cui era nata la norma sulla copia privata, quando praticamente il mercato dell’online non esisteva – aggiunge Peritore – ma soprattutto vediamo diversi rischi di disparità di trattamento con le imprese che si trovano all’estero. Rischi di multipla imposizione, che poi deve passare per i rimborsi quando i prodotti vengono utilizzati per costruire servizi intermedi magari per l’utente finale e soprattutto la mancata esclusione del B2B per una serie di attività esclusivamente aziendale senza l’uso di materiale protetto dal diritto d’autore”.
